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Avvenimenti,
Fatti, Curiosità, della nostra Comunità.
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Tratto dal libro
("Trevenzuolo" origini e vicende di una
comunità) a cura di
Bruno Chiappa e Pasquale Ferrarini
Fagnano
Chiesa del Santo Nome di
Beata Maria Vergine

Sommario:
Capitolo 1:
UNA
TESTIMONIANZA DELL’EPOCA ROMANA A FAGNANO
Capitolo 2:
SIGNORIA ECCLESIASTICA A FAGNANO
Capitolo 3:
LA FORTEZZA
DI FAGNANO
Capitolo 4:
DALLA PROPRIETA' ECCLESIASTICA A QUELLA PATRIZIA
Capitolo 5:
LA DECIMA DEL '400 A FAGNANO
Capitolo 6:
MEMORIE ARTISTICHE TRA QUATTRO E CINQUECENTO
Capitolo 7:
LE VISITE PASTORALI DEL VESCOVO GIBERTI
Capitolo 8:
LA PALA DEL CINQUECENTO DI RUGGERO LOREDANO
Capitolo 9:
I DELLA TORRE
Capitolo 10:TRE
COMUNI IN DUE VICARIATI
Capitolo 11:L'AMMINISTRAZIONE
DEI COMUNI PRIMA DELLA PESTE DEL 1630
Capitolo 12:
LA PESTE DEL 1630
Capitolo 13:
PROPRIETA' E RENDITE DELLA PARROCCHIA DOPO LA PESTE DEL1630
Capitolo 14.
LA CHIESA PARROCCHIALE FRA
'600 E '700
Capitolo 15:
PALA DELLA
MADONNA COL BAMBINO E LE SANTE CATERINA E LUCIA
Capitolo 16:
CORTE GIUSTI E L’ORATORIO DI SAN FILIPPO
Capitolo 17:
CORTE RAVALDINI
Capitolo 18:
CORTE DECIMA
Capitolo 19:
CORTE SCHIOPPO
Capitolo 20:
CRONACA NERA DELL’EPOCA E IL GHETTO DI FAGNANO
Capitolo 21:
DON ANTONIO FANTINI E LA CRONACA DELL’EPOCA NAPOLEONICA
Capitolo 22:
DIVAGAZIONI TRA MALATTIE E CURE
Capitolo 23:
LA SCUOLA AUSTRIACA A TREVENZUOLO DURANTE IL REGNO
LOMBARDO-VENETO (1814 – 1866)
Capitolo 24:
L’UNITA’ D’ITALIA
Capitolo 25:
UN CIMITERO PER TRE COMUNITA’
Capitolo 26:
LA SCUOLA DOPO L’UNITA’ D’ITALIA
Capitolo 27:
LEGHE ROSSE, LEGHE BIANCHE E ASSOCIAZIONISMO DALLA FINE
DELL’OTTOCENTO ALL’AVVENTO DEL FASCISMO
Capitolo 28:
LA GRANDE GUERRA E LA GRANDE DISOCCUPAZIONE
Capitolo 29:
CAPITELLI
Capitolo 30:
L’AVVENTO DEL FASCISMO A TREVENZUOLO
Capitolo 31:
LASCITI
Capitolo 32:
LA LIBERAZIONE E LA RICOSTRUZIONE
Capitolo 33:
MEMORIA STORICA
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FRAMMENTI DI STORIA
LOCALE
Pagine scelte dal
volume
TREVENZUOLO ORIGINI E VICENDE DI UNA COMUNITA’
Di Bruno Chiappa e Pasquale
Ferrarini
Edito dal Comune di Trevenzuolo (Vr) –
1997
Testi scelti e coordinati in brevi
capitoli da Agostino Migliorini
Capitolo 1
UNA TESTIMONIANZA
DELL’EPOCA ROMANA A FAGNANO
Una villa ed una fornace a Fagnano. La
testimonianza più consistente della romanità nel territorio di
Trevenzuolo è quella relativa all'area del Serraglio, a Fagnano,
nella quale, sul finire dell'800, durante lavori agricoli, furono
scoperti resti di una villa romana e di un impianto fornacale. Ecco
come dà comunicazione del rinvenimento della villa al Ministero il
conservatore del Museo Veronese A. Bertoldi, cui la cosa era stata
segnalata dall'appassionato di archeologia don Francesco Masè,
arciprete di Casteldario "... i resti del pilone che si trovano allo
scoperto erano a m. 0.80 circa di profondità ed il piano loro
misurava m. 3.50 in due. Si vedevano formati di tegoloni, parecchi
dei quali con bolli, sovrapposti l'uno all'altro con forte strato di
calce. Un altro pilone uguale stavagli di fronte a m. 7 di distanza.
Ed essi potevano benissimo formare uno dei principali ingressi del
vasto edificio. Le parti scoperte racchiudono una superficie di
circa 1900 mq. Dal secondo pilone piegando un po’ verso est si
scoprirono le aree di due grandi stanze, divise fra loro da una
specie di corridoio. Il pavimento della prima era formato a tre
strati: superiormente mosaico, poi mastice bianco e sotto ciottoli
grossi posti in cemento. Quello della seconda risultava di quattro
strati perché tra i ciottoli e il mastice bianco v’era disposto un
piano di cubi fittili esagonali. Tracce di un pavimento di un'altra
stanza si trovano in un altro punto. Da nord-ovest a sud-est il
recinto era attraversato da un condotto, forse per acqua, con nei
pressi una vasca in terracotta. Si trovarono frammenti di marmo
carrarese e resti d’intonaco dipinti in rosso. Di terracotte,
oltre la vasca sopranotata, furono trovati frammenti di anfore
vinarie e di altri vasi. Tra esse meritano considerazione un
coperchio d’anfora, un cono piramidale frammentato con ornati
lineari a rilievo a cui manca la parte superiore che ordinariamente
è forata; un’antefissa a trifoglio, un manico d’anfora col bollo NER/AE.
I bolli dei tegoloni erano i seguenti: 1) C.A.BAR, 2) L.F.C. 3)TMFAB
4) NYCANS 5) C.A.N.II. 6) ANA III 7) C.A.N.A dei quali l'ultimo più
volte ripetuto. Di oggetti di metallo si trovarono: un portavaso in
bronzo con cerchi concentrici rilevati, alcuni frammenti di piastre
di bronzo, una zappa bidente in ferro, una lama di coltello in
ferro, due pezzi di piombo, uno dei quali in forma prismatica quadra
con incavature su tre facce. Si rinvennero pure 6 monete, tre delle
quali appartenenti la prima a Caracalla, la seconda a Filippo padre
e la terza a Costantino I. Si trovò pure un frammento di base di
colonna d’ordine toscano, di pietra tufacea: una pietra molare del
diametro di m. 0,34 e della grossezza di m. 0,06; qualche frammento
di mattone bruciato e terra carbonizzata". I reperti raccolti per
l'occasione furono donati, dal sig. Avanzini, proprietario del
fondo, al Museo di Verona. Nello stesso luogo secondo notizie
raccolte dall'abate Garzoni, arciprete di Isola della Scala, tre
anni prima erano stati dissotterrati oggetti di bronzo e,
addirittura, la parte superiore di una statua virile. Due anni dopo,
invece, si rinvennero altri materiali fra cui embrici con bollo,
monete di bronzo, una delle quali della famiglia Pompea (129-38 a.C.)
e una forse di Costante I (337-350 d.C.), nonché un frammento di
stucco a fondo nero con ornati in giallo (N.S. 1879, pp.59-61:
1881.p.205). La grande proprietà del Serraglio andrebbe attribuita,
secondo il Buchi, alla famiglia epigraficamente documentata a
Trevenzuolo e cioè all'illustre personaggio che rispondeva al nome
di Tiberio Claudio Augustano Alpino (anche dopo l'adozione da parte
di Lucio Bellicio Sollerte) (BUCHI 1991, p. 478). Annessa alla villa
c'era un impianto fornacale o officina teglaria. Su una quindicina
di tegole qui rinvenute si sono contati ben nove bolli diversi: Qui)
A(--) N(--) ii(nnix •>) il, C(tii) A(-) N(--) tennis:') lili. C(ui)
A<—) N(--) a(nnis:') V.C(di) At(ti?) Bur(--), L(iici) F(-) C(-). Ti(heri)
Mi('-) MHp(—)9. N\c(lìi:') Ahs (eiìtis servi7). fP(iihli) ValePIri
Nu.soni.'i e Veciliai Liherialis). Una serie di elementi
concomitanti e l'associazione di questa diversità di bolli fanno
supporre che più persone, addette all'estrazione ed all'impasto
dell'argilla, alla confezione e quindi all'essiccazione delle
tegole, si siano avvalse, al Serraglio, di un unico impianto
fornacale che poteva lavorare a ciclo continuo, cuocendo prodotti di
diversa origine e diversa proprietà (BUCHI 1979, p. 147). La
presenza di una villa urbano-rustica e di attività fornacali
nell'agro di Trevenzuolo fa pensare che il territorio godesse di una
sostanziale sistemazione sia fluviale che stradale. A proposito di
strade è stata ipotizzata una via tra Mantova e Verona da
identificare con il rettifilo per Azzano, Isolalta, Bagnolo di
Nogarole Rocca, Villanova Maiardina, oppure con quello più
orientale per Scuderlando (dove è stato rinvenuto un miliario)
Vigasio, Trevenzuolo, Roncolevà e Ghisiolo (CALZOLARI 1989, p.
109). Certamente Trevenzuolo era servito, in età romana, da una
rete stradale in grado di garantire i collegamenti non solo con le
piccole o grandi proprietà, con i vici e i pagi, ma
anche con Mantova e Verona
.
(p.f.)
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Capitolo 2
SIGNORIA ECCLESIASTICA A
FAGNANO
Fagnano, nonostante la vicinanza a
Trevenzuolo che era soggetto al Monastero di San Zeno di Verona, fu
soggetto ad altra autorità religiosa: quella dei canonici della
cattedrale di Verona come testimonia già il diploma di Enrico IV del
1084 (UGHELLI 1725, col.770). Esso compare inoltre fra le località
di cui si conferma il possesso a detti canonici nella bolla di papa
Innocenze III del 16 aprile 1140 assieme a Cerea, Erbe, Pontepossero,
Pradelle, Angiari, Bionde, Porcile (oggi Belfiore). Trezzolano,
Grezzana, Marzana, Poiano, Romagnano, Prun e Calmasino (ACV, 70, m.
5, n. 14). Ulteriori conferme vennero da parte dell'imperatore
Corrado III. nel I 147, di Federico re, nel 1 154, e dal papa
Alessandro III, nel 1 177 (UGHELLI 1725 col. 1014). In epoca
imprecisata il capitolo investì della signoria di Fagnano la
famiglia veronese dei Visconti. La supposizione avanzata dal
Castagnetti in riferimento soprattutto ad un documento del 1 195 in
cui Achillice Visconti riceve la rinuncia di un feudo da un abitante
di Fagnano che si impegna ad osservare i suoi precetti circa una
lite con un suo conterraneo ed è reinvestito del feudo e condannato
ad un’ammenda di lire 75 di denari veronesi (CASTAGNETTI 1987. p.
20) trova conferma in un altro documento di epoca assai più tarda.
Nel marzo del 1260 Zoboesio, Aldrigeto e Odorico, anche a nome di
Aimerico, Carro e Guglielmo, appartenenti tutti alla suddetta
famiglia dei Visconti, chiedono all'arciprete del capitolo dei
canonici che sia loro rinnovata l'investitura su Fagnano cum tota
sua curia et pertinencia et iurisdictione eiusdem curie (ACV. II,
21. Ir). È significativo del resto il fatto che essi vengano
designati in alcuni documenti come Vicecomites de Fagnano
cosa che ha spinto il Varanini ad ipotizzare un trasferimento nel
contado della loro residenza (VARAN1N1 1988a. p. 117). Nella seconda
metà del XIII secolo il capitolo canonicale, come altri enti,
cedette i diritti giurisdizionali sulle sue ville; Fagnano con ogni
probabilità entrò a far parte della fatteria scaligera. Troviamo
infatti agli inizi del ‘400 questo vicariato fra quelli in possesso
della Camera fiscale e unito a quello di Nogarole (ASVR.Antico
Archivio del Comune, b. 429. n.427, cc.32 e 38). Come tale venne
acquistato nel 1415 dalla famiglia Bevilacqua Lazise assieme ad
altri della "curia" di Nogarole (VARAN1N1 1980. p.197). Oltre a
quella di S. Zeno e a quella dei canonici della cattedrale una terza
signoria era presente nell'ambito dell’attuale territorio comunale
di Trevenzuolo: quella dei canonici di S. Giorgio in Braida che si
estendeva su Palù. |
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Capitolo 3
LA FORTEZZA DI FAGNANO
Fagnano era terra fortificata e si inseriva
in quel sistema di difesa, il così detto Serraglio, costituito da
opere artificiali come castelli, muraglie, terrapieni e dalle paludi
del fiume Tione, che garantivano la protezione del territorio
veronese lungo il confine col mantovano. Lo avevano ideato gli
Scaligeri e i Veneziani, ad essi subentrati, ne garantirono
l'efficienza per tutto il ‘400. Durante i tumultuosi anni che
portarono al predominio di Venezia su Verona esso fu interessato da
alcuni episodi bellici. "Nel maggio del 1404 - racconta il Verci -
scacciate le guardie dei Visconti, Fagnano si diede agli Scaligeri,
quando Brunoro della Scala tentò di restaurare il dominio scaligero.
Sei cittadini di Pontepossero e quattro da Fagnano, furono
giustiziati dai Carraresi. Ad uno ad uno caddero i luoghi
fortificati di Fagnano, Pontepossero, Isola della Scala, Moradega,
ecc., presi per tradimento da Iacopo dal Verme per conto di
Venezia"(VERGI 1790, doc. 59). I danni subiti emergono dalla
relazione della ricognizione disposta dalla repubblica veneta nel
1408. Vi si legge infatti che la "bastia" di Fagnano aveva bisogno
di restauri nella copertura della torre negli spalti e nella casa
che sorgeva a ridosso di questa. Si doveva inoltre costruire un
rivellino, ritare la palizzata e riscavare il fossato circostante (ASVR
Antico Archivio del Comune, b. 235, n. 2745). La proposta di
ricostruire una nuova fortezza non ebbe esito in considerazione del
notevole costo, calcolato intorno a 25.000 ducati. Si ripiegò
pertanto sulla costruzione di un ridotto in terra battuta, ma la
natura insalubre della zona rese difficile reperire gente disposta a
presidiarla (MALLET 1989, p. 118). Nel 1428 Fagnano figura comunque
ancora fra le 20 roccaforti del territorio veronese per la cui
manutenzione il Consiglio veronese fissa appositi capitoli. Lo
stesso Consiglio mandò un’ambascieria a Venezia perché facesse
presente in senato le ragioni per cui era opportuno recedere dalla
decisione assunta " per mala informazione" di abbattere la rocca di
Fagnano ed altre del territorio veronese (ASVR, Antico Archivio del
Comune, reg. 57, e. 119 e reg. 59 e 17v). Ragioni che non trovarono
ascolto se nel 1442 - come informa il provveditore alle fortezze
Giorgio Sommariva in una sua relazione - essa venne atterrata
assieme a quella di Vigasio "propugnacoli e guardie di tutto il
seraglio veronese" e ciò, a suo giudizio, "per far cosa grata al
marchese di Mantova" (CIPOLLA 1893, p.60). Nel 1476 al podestà di
Verona Francesco Sanudo, fermatesi a Fagnano nel corso di una delle
"cavalcate" ch’era costume fare per controllare lo stato del
Serraglio, non rimase che sostare con sconforto davanti alle rovine
di quella fortezza "butada zoso per mal consiglio" (BCVR, ms. 2904,
e. 74). Ricordiamo inoltre che fra gli acquisti di terre in Fagnano
che Raimondo della Torre fece nei primi decenni del '500
dall'Ufficio delle Ragioni Vecchie di Venezia troviamo anche 3 campi
sui quali "per il passato era edificato il castello con fosse" (ASVR,
Giuliarì-Dalla Torre, reg. intitolato "Sommario de diversi
istromenti et altro della casa della Torre", e. 30). Non disponendo
più di un proprio ricetto agli uomini di Fagnano fu permesso di
rifugiarsi in caso di necessità nella non molto vicina "bastila" di
Nogarole alla cui manutenzione dovevano dare il loro contributo (VARANINI
1979 P-172)
(b.c.) |
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Capitolo 4
DALLA
PROPRIETÀ ECCLESIASTICA A QUELLA PATRIZIA
II
processo di trasferimento di terre da piccoli proprietari a membri
di famiglie cittadine i quali concentrarono nelle proprie mani anche
molti dei beni feudali di S. Zeno, la cui presenza per quanto
attiene la proprietà si vanifica, si accentua nel Quattrocento. Si
tratta di borghesi che - secondo un comportamento che caratterizza
la categoria in quest'epoca e che è stato sottolineato da molti
studiosi- investono nell'acquisto di terreni e di porzioni di decima
i guadagni derivanti da attività commerciali connesse con il
lanificio veronese o dall'esercizio di libere professioni. Il
fenomeno comporta novità nella gestione delle aziende e dà impulso
all’azione di allargamento degli spazi agrari attraverso la
riduzione del bosco e della palude a favore del prato e
dell'arativo. Le più intraprendenti fra queste famiglie sono gli
Arcoli, i Sogeri (il nome, presente anche nella versione "Sogari",
muta presto in quello di Zambonini), i Peroni, i Farfusola, i Da
Quinto, i Nichesola, i Bavilacqua-Lazise, gli Zerbi, i Guantieri e,
soprattutto, i Pellegrini, gli Allegri, gli Schioppo e i Fontanelli.
Tutti nomi che troviamo presenti fra quelli
dei membri del consiglio cittadino in un periodo in cui quest’organo
presentava una composizione socialmente eterogenea.
Nel
corso del XV secolo, e ancor più in quello successivo, si realizzò
un processo di riduzione numerica della presenza di questi
possidenti in Trevenzuolo con il sostanziale prevalere degli ultimi
fra quelli sopra elencati. Essi vennero assumendo un'importanza
sempre maggiore nella vita dell'intera comunità per le diverse forme
di controllo connesse con il loro potere economico. Controllo che
dall'Alto Medioevo si è protratto fino alla fine dell’Ancien Régime
e per certi aspetti
anche oltre. È per questo che ci è parso opportuno dedicare ad essi
una particola re attenzione documentandone sinteticamente le
fortune.
I Pellegrini.
Fra
i beni di S. Zeno finiti nel corso del ‘300 nelle mani degli
Scaligeri ve n erano anche alcuni appartenuti ad Alessandro da Lisca
(olim Xandri de Lisca). I Da Lisca erano dazieri e uomini di
corte fiorentini avviatisi, nella seconda metà del ‘300, alla camera
militare. Sul finire del secolo vennero benefìciati da G. Galeazzo
Visconti con i beni entrati a far parte della Fattoria di Verona in
seguito alla confisca effettuata nei confronti dei Veronesi che
avevano preso parte alla rivolta del 1390 (SOLDI RONDININI 1981, p.
150).
Un documento del 1406 ci informa della
restituzione operata da parte della Fattoria a favore di Giovanni Da
Lisca di tutta la possessione di Trevenzuolo, prima concessa al
dominus Battista Baldovini, sulla quale gravava un livello di
200 lire a favore del Monastero di S. Zeno. Il Da Lisca si impegnava
da parte sua a versare un affitto di 400 lire annue (ASVR, Murari
della Corte Brà, b. 11, n. 196).
Le sfortune politiche del miles
Alessandro Da Lisca, considerato ribelle dalla Serenissima e
costretto a rifugiarsi a Mantova, portarono ancora una volta alla
perdita di tutte le proprietà compreso il feudo di Trevenzuolo. Su
intercessione del duca di Mantova in data 9 marzo 1437 egli otteneva
però il perdono dal doge Francesco Foscari e la reintegrazione nei
diritti feudali. Ma avendo promesso al dottore di leggi Antonio
Pellegrini 1300 ducati come dote della figlia Giovanna a questi
sposata e non disponendo di tale somma decise di rinunciare a suo
favore tutte le pezze di terra, il mulino e i diritti di decima
facenti parte del feudo di Trevenzuolo. A tale trasferimento dava la
sua approvazione il 12 giugno 1445 l’abate commendatario Gregorio
Correr dietro impegno del Pellegrini di dare ogni anno al monastero,
a titolo ricognitivo, le già accennate 200 lire veronesi. Le pezze
di terra, situate nelle località valdezucho. anchona, levaolle,
s. luca, mortella, sorte, erano complessivamente 11 per un
totale di circa 25 campi (O.F, reg 1-2, cc. 1 e 4).
Gli Allegri.
Anche gli Allegri si insediarono in Trevenzuolo soprattutto come
feudatari di S. Zeno.
Di
condizione mercantile, essi avevano messo insieme, nel corso del
‘300 un considerevole patrimonio agrario con acquisti effettuati
quasi esclusivamente nel territorio di Zevio.
Agli inizi del ‘400, mentre prosegue il loro impegno nella
lavorazione dei pannilana, aumenta il patrimonio prediale in quel di
Zevio, soprattutto ad opera del “drappiere” Fineto del fu Allegro
degli Onorii (così allora veniva designata la famiglia), residente
nella contrada cittadina di Ferraboi fino al 1423 quando procede
alla divisione di terreni e soccide di animali con il fratello
Alberto, e poi in S. Vitale (ASVR, Allegri, perg.229). Un
altro membro della famiglia il “tintore” Giovanni, che pure dimostra
una buona capacità di investimenti, indirizza la sua attenzione
verso la zona occidentale della pianura. Nel 1412 e in anni
successivi effettua locazioni di terre in Vigasio (ASVR, Allegri,
pergg. 175, 206, 214, 300). Agli inizi degli anni ‘30, quando ormai
può affiancare il titolo di providus vir a quello
professionale di drappiere, lo troviamo ad acquistare terre in
Bagnolo e, in particolare, nella contrada Vivaro, ai confini con
Trevenzuolo (ASVR Allegri, pergg. 308, 310, 322, 323). ' "
In fine, nel 1438, assieme al figlio Leone,
riceve dal monastero di S Zeno le terre precedentemente tenute a
livello da tal Bernardo da Fagnano (ASVR, Allegri, perg.
361). Le sue proprietà nel territorio di Trevenzuolo dovevano già
avere una certa consistenza se cinque anni più tardi dà in locazione
a Mamerio fu Francesco da Fagnano le pezze di terra non locate ad
altri (petias terre sitas et existentes in villa et pertinentia
trevenzoli non aliis ìocatas) e “in godimento” 20 campi a prato
con contratto che prevede di parte dominicale il terzo dei cereali
maggiori e minori, delle uve e di tutti gli altri prodotti. Nello
stesso anno risulta avere propri lavoratori nella possessione
denominata Cadalora (ASVR, Allegri, pergg. 366 e 370).
Gli Schioppo.
La
famiglia veronese degli Schioppo si afferma nell'ambito della
borghesia veronese nel ‘400 e impiega i profitti ricavati dai
commerci in numerosi acquisti di terreni a Zevio, Isola della Scala,
Trevenzuolo e Fagnano.
Nella seconda metà di tale secolo è attivo
Giovanni fu Antonio che ha la sua residenza nella contrada cittadina
di S. Maria in Chiavica e possiede una tintoria (domus tinctorie
artis minute) nella contrada di S. Paolo oltre il ponte delle
Navi. Nel 1477 lo troviamo come acquirente di due pezze di terra
boschiva in Fagnano, una in contrata pratorum e l'altra in
contrata longirole per 40 lire di denari veronesi (ASVR,
Istituto Esposti, perg. 8072). Nel 1481 acquista una pezza di
terra casaliva “murata copata et solerata” con pozzo e orto situata
presso la chiesa di S. Maria (Ivi. perg. 8243). Egli muore
agli inizi degli anni '80 lasciando i suoi beni ai fìgli Giacomo e
Cristoforo che proseguono nella politica di investimenti terrieri
tracciata dal padre. Per quanto ci interessa li troviamo come
acquirenti, tramite procuratore, di una pezza di terra del valore di
15 ducati nel 1480, di un'altra in contrata roncheti seu
campagnole, dell'estensione di un campo, stimata 11 duca-
ti, l'anno successivo e di una terza situata
in contrata pratorum, per 5 ducati, nel 1482 ( Ivi,
pergg. 8148, 8156, 8192).
Nel 1485 essi procedono alla divisione dei
beni. Nella parte assegnata a Cristoforo troviamo l'intera
possessione di Fagnano con tutti i terreni aratori, prativi, vignati,
paludivi, boschivi vegri, i pascoli, le case e tutti i livelli di
qualsiasi genere esistenti in Fagnano, Erbè, Isola della Scala,
Trevenzuolo o altrove. Assieme alle terre riceve anche i buoi da
lavoro con carri, aratri e gli altri attrezzi rurali appartenenti
alla medesima possessione (Ivi, perg. 8241).
A proposito dei livelli che esso eredita un
documento dello stesso anno ci fornisce un elenco di 29 persone che
pagano prevalentemente in frumento (Ivi, perg. 8244).
Il nome di Cristoforo ricorre anche in un
altro documento del 1485 relativo all'acquisto di parte di una casa
nei pressi della chiesa di S. Maria e di una pezza di terra in
Rivano; in una locazione perpetua del 1486; nell'acquisto e
successiva locazione di due campi nel 1487-1488 (Ivi, pergg.
8252, 8271, 8300).
Nel 1623 gli Schioppo acquistano da Gerolamo
Lazise, per il prezzo di 75 ducati “tutte le ragioni, actione e
giurisdizioni di cadauna sorte [....] nel dacio delli animali della
villa e pertinentia di Fagnano e le ragioni de essercitar macello et
vendere et comprar carne et far osteria in detta villa e pertinentia
con tutte le ragioni et giurisdizioni, privilegi et essentioni
spelanti e competenti al detto Signor” (ASVR, Camera Fiscale,
b. XXVIII, n. 239). In tale epoca essi erano i maggiori possidenti
del luogo. Francesco Schioppo aveva una tenuta del valore di 20.000
ducati e 3/4 di decima valutata 9.000 ducati; Giovanni fu Vespasiano
beni per 6.000 ducati (A.E.P, reg..478, a.1628) . Quest'ultimo
dettava il suo testamento il 21 ottobre 1634 lasciando le terre di
Vigasio e Remenor alla sorella Margherita, sposata con Galeotto
Lazise , e "tutti gli altri suoi beni mobili e immobili, ragioni,
ationi et nomi de debitori [....] agli poveri di Cristo" (ASVR,
Notarile, m. 237, n.171).
Fu
così che la Santa Casa di Pietà di Verona ricevette oltre 500 campi
divisi fra la possessione di Fagnano, quella di Rivano, ai confini
con Trevenzuolo, e quella della Mantellina, ai confini con Isola
della Scala. Su ognuna vi era la casa per ilavorenti e sulla prima,
nella contrada Sacco, anche quella da padroni “con corte apperta da
tre parte, fenile di chiusi quattro, murato, copato, con sue stalle,
pozzo, forno, polinar”.
Nel 1740 questi beni furono venduti al
pubblico incanto ed acquistali da Gerolamo e Carlo Allegri per 8500
ducati (ASVR, Istituto Esposti, reg.97, cc.71-83)
Nella chiesa parrocchiale di Fagnano gli
Schioppo disponevano di una propria cappella con altare dedicato al
nome di Gesù, con l’obbligo della celebrazione di una messa
settimanale. Nel 1604 l’altare veniva dotato di una rendita di 50
ducati e di una casa per mantenere un cappellano che celebrasse il
sacrificio quotidiano. A questa rendita nel 1637 Giovanni Schioppo
aggiunse i frutti di un quarto della decima di Fagnano ( ASVR,
Schioppo, b.III, proc.n.n. e ACVVR.b. Fagnano). |
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Capitolo 5
LA
DECIMA NEL ‘400 A FAGNANO
La corresponsione della decima parte dei
frutti della terra serviva ad assicurare il mantenimento del clero e
l'efficienza dei luoghi di culto. Per motivi che non è qui il caso
di spiegare già nei secc. IX-X le decime incominciarono a non essere
di esclusiva attribuzione delle chiese e ad essere considerate beni
alienabili o trasmissibili per via ereditaria. Se il possesso
derivava da un’investitura del vescovo il passaggio di proprietà
doveva essere ratificato da tale autorità previo il pagamento di un
canone ricognitivo. Il fatto di essere diventati oggetto di ogni
forma di transazione portò spesso i diritti di decima ad una
notevole parcellizzazione.
In
Trevenzuolo la decima si presentava distinta, agli inizi del '400,
in otto porzioni o "colonelli" (o suddivisa in 48 parti.
La
decima di Fagnano invece era confluita agli inizi del '400,
attraverso una serie di acquisti ravvicinati nel tempo, nelle mani
del solo Pietro da Campo. Aveva infatti comperato da Guglielmo del
fu Agostino giudice la metà di 3/4 di essa in due rate, la prima per
170 ducati nel febbraio del 1400 e la seconda nel novembre dello
stesso anno per 205 ducati; la quarta parte di metà di 3/4 per 193
ducati nel dicembre 1404 da Francesco da Carrara; la terza parte di
3/4 dal nobile Donato Sagramoso nell'ottobre del 1405 per 382
ducati. Pertanto il 12 maggio 1407 chiedeva al vescovo veronese
Angelo Barbarigo l'investitura feudale dell'intera decima ville,
curie et guarde di Fagnano giurando fedeltà allo stesso ed ai
suoi successori (ASVR, Allegri, b. 21, n. 327).
(b. c.) |
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Capitolo 6
MEMORIE
ARTISTICHE TRA QUATTRO E CINQUECENTO
Pur in mancanza di elementi sufficienti per
una ricostruzione di cosa doveva essere il patrimonio artistico nei
tempi più antichi, possiamo ricordare quanto compete alle chiese del
comune di Trevenzuolo che appartiene al Quattro e Cinquecento: pochi
e spaesati frammenti di un patrimonio disperso, o avulso dal
contesto primitivo, che tuttavia presentano non pochi motivi di
interesse.
Qualche elemento di contestualizzazione viene
dalle relazioni relative alle visite del vescovo Gian Matteo Giberti,
effettuate tra il 1526 e il 1541, dove par di intuire, soprattutto
nell'elencazione degli arredi e ad esempio nella scarsa presenza di
suppellettili d'argento, la modesta dotazione di queste chiese e
insieme la necessità, insistentemente richiesta, di interventi di
restauro e di adeguamento delle strutture a quelle esigenze di culto
e di officiatura strenuamente rivendicate dal magistero pastorale
del rinnovatore Giberti, nonché leitmotiv delle stesse
relazioni pastorali.
Una prima parola, anche perché ricordato nella
visita del 1526, che prescrive che fiat cancellum circa
baptisterium, e in quella del 1532, dove è registrato che
factum est ciborium. super baptismum (FASANI 1989, pp. 146 e
982), va al fonte battesimale di Fagnano, sobrio manufatto
ottagonale in marmo rosso veronese che l'iscrizione incisa su due
fianchi data a! 1432 e riferisce al rettore della chiesa, il
presbitero Marco fu Reginaldo: PRESBITER MARCVS QVONDAM DOMINI
REGINALDI DUCIS SIRIE RECTOR HVIVS ECCLESIE
SANCTE MARIE DE FAGNANO IMPETRAVIT SANCTVM BAPTISTERIVM DE
1432 . Si tratta di un manufatto tipologicamente caratteristico
dell'area veronese, avvicinabile agli esempi, se pur meno slanciati,
della parrocchiale di Fumane (datato 1442) e della pieve di San
Floriano (ROGNINI 1981,p.628).
Mentre poco si può dire dell’affresco
rinascimentale della Madonna col Bambino (con sul braccio un
uccellino) su un muro che è quanto resta a Fagnano del primitivo
edificio inglobato nell'attuale parrocchiale, l’attenzione può
concentrarsi su un'importante scultura lignea, la Madonna col
Bambino di Fagnano, a sua volta collegabile all'antica esistenza
in loco, ricordata anche nelle visite del vescovo Giberti, di una
confraternita della Beata Vergine.
Adattata nella cappella di destra entro un
altare barocco (sul retro del tronetto è dipinta la scritta: "Fu
restaurata / il dì 14 agosto / 1797"), essa è quanto resta di un
tipo di arredo caratteristico del Rinascimento, epoca alla quale
doveva risalire anche una imaginem sancti Petri ligneam, quae
indiget restauratione segnalata nel 1532 nell'oratorio di San
Pietro di Trevenzuolo (FASANI 1989, pp. 983-984).
La scultura di Fagnano appartiene ad una
produzione in serie che grazie alla fortuna devozionale ancora
vanta, soprattutto in provincia, numerosi esempi e che non manca di
intrigare la stessa storiografia attuale, alle prese con una
tipologia compositiva diffusa anche al di fuori del territorio della
diocesi veronese ed evidentemente seguita, per il successo del
modello, da più botteghe veronesi, a cominciare da quella -nota per
alcuni esempi firmati- di Giovanni Zebellana.
Nel nostro caso si tratta di una variante, con
passaggi d'intaglio pressoché identici (ad esempio nella lavorazione
delle pieghe del manto tra una gamba e l'altra della Vergine) e con
un Bambino che per l'analogia del modello pure sembra suggerire la
stessa mano, della Madonna col Bambino nella chiesa parrocchiale di
Santa Maria Assunta a Riva del Carda, recentemente documentata quale
opera commissionata nel 1487 all'intagliatore veronese Antonio
Giolfino (ante 1450 - post 1510: sulla statua di Riva
si veda GHETTA 1991 pp 8-10 14-16- ERICANI 1991, p. 31). (e.m.g.)
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Capitolo 7
LE VISITE
PASTORALI DEL VESCOVO GIBERTI
Alle stesse date delle visite pastorali a
Trevenzuolo (1526-1541) avvengono anche quelle della vicina
parrocchiale di S. Maria di Fagnano.
Nella prima visita figura come titolare
Bernardino Venerio, vescovo clugiensis, che ha eletto a
sostituirlo un prete del posto, don Francesco Macone, fornendogli un
salario di 29 ducati. All’esame del vicario del Giberti egli risulta
sufficientemente istruito, ma non molto preparato per la cura
d’anime (sufficientem in grammaticalibus, ad curam autem animarum
non multum intelligentem); secondo il giudizio dei popolani:
degno di lode. La chiesa dispone di un modesto corredo di oggetti
sacri, fra cui un tabernacolo di legno dorato ed un altro di rame
dorato, ma manca di campana (Ivi, p. 145).
Il
reddito della parrocchia, che conta sulle 150 anime da comunione, è
precisato nella visita del 1529: circa 40 ducati.
La stessa ci informa che funge da cappellano
un monaco di S. Maria in Organo, che per la sua ignoranza è invitato
a presentarsi al vicario vescovile. Esiste già una società laicale
intitolata alla Madonna e nella chiesa deve essere edificato un
altare da dedicare al Corpo di Cristo. Così aveva disposto
1’”egregio” Agostino Schioppo del fu Cristoforo che testando nel
1525 aveva incaricato il fratello Luigi ed il rettore don Francesco
Macone di provvedere affinché venisse portata a compimento la
cappella da lui iniziata, attingendo ai suoi possedimenti per
1’acquisto dei materiali e per la sua dipintura (Ivi, p. 340
e ASVR, U.R. Testamenti, m. 117, nn. 183-184). Va segnalata
la presenza fra i testimoni all'atto dei fratelli Gerolamo e
Francesco Badile e di Michele pittore.
Quando arriva m parrocchia, l’anno seguente,
i1 Giberti, l'altare è già stato costruito, ma manca ancora la
prevista pala.
Come di consueto la prima preoccupazione
dell'illustre presule è rivolta a verificare con quale cura venga
conservata l'Eucaristia. La visita si sofferma poi a sottolineare la
calda esortazione indirizzata dal domenicano Giovanni da Modena
nella sua predica al popolo affinché intraprenda la via del bene e
perseveri in essa al fine di poter sentire, nel giorno del giudizio,
il gioioso invito di Dio ad ascendere in Paradiso (ut in die
indicii tremenda audire mereatur de ore Domini vocem illam
iucunditate maximam repletam:" Venite benedicti patris mei").
Si passa quindi agli aspetti organizzativi e
disciplinari. Cappellano e titolare sono sempre gli stessi e il
vescovo fa intimare a quest'ultimo di produrre, nel termine di un
mese, la documentazione dei suoi diritti sul beneficio, mentre al
primo consegna copia del Breve Memoriale affinché impari con
cura ciò di cui ha bisogno per svolgere adeguatamente il suo
ministero.
I nobili che hanno proprietà m loco sono:
Giulio del Bene, Luigi Schioppo Graziadio da Campo e Cristoforo
Fontana. La popolazione è globalmente di 250 anime ed è già iniziata
la registrazione su apposito libro dei battezzati (Ivi, pp
757-759).
Una situazione sostanzialmente invariata
delinea la visita del 1532 eccetto il fatto che la chiesa - ma è
probabile si tratti di errore del notaio verbalizzante - risulta
intitolata a S. Caterina.
Nell'ultima visita del vescovo Giberti, nel
1541, troviamo invece un nuovo rettore, don Francesco Macone, e un
nuovo titolare, il protonotario apostolico Roberto Magio (Ivi,
pp. 982 e 1262).
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Capitolo 8
LA PALA DEL CINQUECENTO DI RUGGERO
LOREDANO
Resta a testimonianza della pittura sacra
di ispirazione controriformistica la bella Madonna del Rosario
nella chiesa parrocchiale di Fagnano, opera da rivendicare - tra
l'altro quale sua opera migliore - al catalogo del pittore ravennate
ma attivo a Verona, dove muore, Ruggero Loredano (1534 c. - 1609).
I necessari confronti vengono da alcune
segnalazioni recenti che hanno evidenziato il ruolo, tutt’altro che
spregevole, che compete al Loredano nell'ambito dei pittori legati
alla bottega di Domenico Brusasorci (ROGNINI 1976 pp 193-195;
REPETTO CONTALDO 1991, pp. 86-90; MAZZA 1992, pp. 67-69).
Risultano essere particolarmente vicine al
dipinto di Fagnano, soprattutto nella disposizione delle figure dei
due santi domenicani, Domenico di Guzman e Caterina da Siena, e dei
devoti in secondo piano - i potenti ed il popolo della Cristianità
-, le Pale del Rosario di Santa Maria di Zevio e di San Floriano,
quest'ultima già attribuita alla scuola del Brusasorci e datata
1600: rispetto a queste tuttavia la nostra pala si arricchisce non
solo dell'intenso ritratto dell'arciprete committente in basso, ma
anche del decorativo inserimento dei Misteri del Rosario
all'interno della pala stessa, quali medaglioni appesi ai due rami
dell'albero che girano a formare una simbolica mandorla attorno
all'immagine eretta della Vergine, il brano qualitativamente più
apprezzabile del dipinto in cui la Madre di Dio viene presentata nel
duplice ruolo di Madonna del Rosario, dispensatrice appunto dei
rosarii, e di Immacolata Concezione che calpesta la luna.
La bella pala,
luminosissima nello sfondo di cielo e risplendente di dorature
(nelle cornici a corolla che contornano i Misteri, nelle aureole,
nella corona e nella cintura della Vergine), attende un adeguato
restauro che ne evidenzi le qualità cromatiche: attualmente essa è
appesa su una parete presso l’ingresso, entro un decoro murale
novecentesco, mentre la sua collocazione primitiva doveva essere
nella cappella della Madonna, dove probabilmente fungeva da
sportello apribile che copriva la statua quattrocentesca di cui si è
parlato nei capitoli precedenti.
(e.m.g.) |
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Capitolo 9
I DELLA TORRE
Nell'ultimo decennio del '400 compaiono fra
i proprietari di beni prediali in Fagnano i Della Torre. Appunto nel
1490 Alvise del fu G. Battista dà in locazione ad un nativo di
Roverchiaretta una pezza di terra situata nella contrà Cao-di-villa.
Negli anni immediatamente successivi è il celebre medico dello
studio padovano, Girolamo, che compie numerose transazioni
economiche sempre relative a terre in Fagnano. La serie degli
acquisti, permute e locazioni prosegue con i figli Raimondo e G.
Battista fino al 1559 e vi compare anche quello delia quarta parte
del vicariato di Fagnano (ASVR, Giuliari-DalIa Torre, reg.
intitolato Sommario de diversi istromenti et altro della casa
della Torre). Inizialmente si trattò di modeste estensioni di
terra come dimostra il fatto che i Della Torre non figurano fra i
cittadini habentes predia nella visita pastorale del 1530
mentre compaiono in quella del 1541 (FASANI 1989, pp. 759 e 1262).
Forse fra le due date va collocato il grosso acquisto, con esborso
di 8000 ducati, della possessione già appartenuta ai Belfante e poi
passata alla Camera Fiscale (ASVR, Giuliari-Dalla Torre, reg.
2. c. 22).
Ad ogni buon conto l'anno 1539 il doge
Pietro Lando nominava il nobile Raimondo della Torre conte di
Fagnano e Cona (B.Cap. VR, Giuliari-Dalla Torre, dipl. 18).
Due anni dopo G. Battista, figlio di Raimondo, tramite lo zio Giulio
ed il celebre medico Gerolamo Fracastoro, suoi tutori, acquistava ed
in parte permutava terre con Francesco Schioppo (ASVR, Della
Torre, perg. 111). Nel 1653 Gentile della Torre, della contrada
cittadina di S. Marco, denunciava di avere in Fagnano tre
possessioni. La prima comprendeva, oltre alla corte cinta di mura
con casa dominicale in contrà di Castelletto, altri dieci
appezzamenti per complessivi 195 campi. Lavorati "in casa", vale a
dire a conduzione diretta, rendevano mediamente 285 ducati. La
seconda, pure in 10 corpi, comprendeva 195 campi condotti mediante
lavorenti e rendeva di parte dominicale 225 ducati. La terza, in
fine, pure a lavorenzia, assommava a 157 campi divisi in tredici
corpi e rendeva, un anno con l'altro, 250 ducati (A.E.P.,
reg. 29, e. 237).
Il fuoco di Gentile si estinse con la sua
morte. La figlia Chiarastella sposò in prime nozze un Allegri e
successivamente Marc'Antonio Sagramoso portandogli in dote buona
parte dei beni paterni.
Dalle polizze del 1682 risulta infatti che
egli ha due possessioni in Fagnano affittate per ducati 50 e varie
regalie (A.E.P., reg. 43, c. 712). La terza possessione,
nella quale era compresa anche la casa dominicale, era stata
attribuita dalla Camera Fiscale ad Alessandro Noris.
Nel 1686 le terre da poco acquistate dai
Sagramoso entrarono a far parte del più vasto fondo dei conti
Allegri.
(b. e. ) |
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Capitolo 10
TRE COMUNI IN DUE VICARIATI
In epoca veneta
Trevenzuolo, Fagnano e Roncolevà costituivano entità amministrative
autonome. Ognuno aveva una propria vicinia, propri consiglieri, un "massaro"
per la cura degli aspetti finanziari, un "esattor" per la
riscossione delle così dette dadie, un notaio per la
verbalizzazione degli atti pubblici, etc.. L'amministrazione della
giustizia per ogni somma era esercitata da un vicario, nominato
dall'abate di S. Zeno, che aveva la sua sede in Erbè e comprendeva
entro i limiti della sua giurisdizione anche Roncolevà, Granarolo,
Moratica e S. Pietro in Valle. Erano i beni che S. Zeno aveva
mantenuto mediante la transazione stipulata nel 1407 con la Camera
Fiscale, rinunciando definitivamente ai diritti su Cavaion, Caprino
ed altre "ville" della zona gardense da decenni infeudate agli
Scaligeri (VARANINI 1981, parte I, par. 1).
Il confine con il
Mantovano fra Roncolevà e Castelbelforte era segnato dal fosso
Rabbioso come venne confermato da una ducale di Michele Steno del 13
giugno 1408 che ribadiva l'appartenenza al Veronese della domus
Mandragi e delle "ville" di Granarolo e Spinimbeco (ASVR,
Antico Archivio del Comune, reg. 52, c. 8v).
L'esercizio della giurisdizione non
avvenne sempre pacificamente come documentano alcuni "atti di
sottomissione" del 1456.
L'anno innanzi infatti l'abate
commendatario di S. Zeno, Gregorio Correr, approfittando della
recente entrata in vigore dei nuovi statuti cittadini, riformava gli
Ordinamenti del Lungotione adeguandoli a quelli dei vicariati del
comune di Verona e stabilendo, fra l'altro, che il vicario godesse
di un salario mensile di 22 lire imputabile alle "ville" soggette,
in proporzione della rata d'estimo di ciascuna. Ma al momento di dar
attuazione alle nuove deliberazioni il vicario, Marco Emilei, trovò
opposizione da parte di molte "ville" del Lungotione e mentre Erbè,
Roncolevà e S. Pietro in Monastero rinunziarono presto alla lite
temendo di perdere i privilegi dei quali comunque godevano,
Granarolo, che comprendeva le località di Seseole, Sinambeco e
Curtalta, contestò i diritti di S. Zeno chiedendo la sottomissione
giuridica al comune di Verona. Quest'ultimo però non volle accettare
l'offerta dei distrettuali per non affrontare una controversia con
l'abazia dall'esito incerto.
La convocazione della vicinia
generale e la sottoscrizione da parte dei convenuti di un pubblico
atto di sottomissione portò alla risoluzione del caso (VARANINI
1980, p.88,nota 111).
Fagnano apparteneva ad altra
giurisdizione e il diritto di vicariato venne acquistato nella prima
metà del '400 dalla famiglia Bevilacqua-Lazise che lo cedette nel
1623 agli Schioppo.
Sempre a proposito
di Fagnano risulta che nel 1789, essendo morto senza discendenti il
nobile Francesco Duodo, possessore di parte della giurisdizione del
luogo assieme a quella di Nogarole, il Magistrato veneto sopra i
Feudi poneva all'incanto tale parte come "feudo nobile, gentile,
retto e legale antichissimo con l'annesso specioso titolo di conte"
(ASVR, Camera fiscale, b. XXI, n. 106).
(b.c. |
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Capitolo 11
L’AMMINISTRAZIONE DEI COMUNI PRIMA DELLA PESTE DEL 1630
Le entrate con cui garantire
l'amministrazione del comune erano fomite sotto VeneZia, da una
quota parte delle tasse imposte dall’autorità centrale, ripartite
fra Città, Clero e Territorio e dall'eventuale possesso di propri
beni. Sappiamo, ad esempio che il comune di Trevenzuolo aveva una
certa quantità di campi ai confini con Bagnolo e Nogarole,
prevalentemente occupati da palude e quindi di scarsa rendita. Nel
libro d'estimo del 1639 essi ammontano a 150, mentre quelli del
comune di Fagnano erano poco più di una trentina per un valore di
stima di 403 ducati.
II comune di Roncolevà figura
disporre fin dal sec. XIV di beni ottenuti in locazione perpetua dal
monastero di S. Zeno. Si trattava - come si legge nel rinnovo della
locazione dell'anno 1596 fatto dagli uomini del luogo - di tutte le
possessioni case prati, terre aratorie con vigne, boschi, vegri,
paludi e pascoli situate "in la guardia e pertinentia di Roncolevato
[.....] le quali confina verso matina il dugale della Gambisia, sera
la guardia di Bagnolo, nona le Cha, il Latisone, Sasevolo e
Granarolo, monte la guardia di Trevenzolo". Complessivamente si
estendevano per 952 campi e per essi il massaro versava al monastero
il fitto annuo di lire 398, oltre a 12 lire ad ogni rinnovo
ventennale. Da parte sua il monastero si riservava i diritti
giunsdizionali, quelli di decimazione e la riscossione del dazioal
grosso ed al minuto.
Per quanto
riguarda la sede sappiamo che, come risulta dal Campion delle
strade del 1589, Fagnano possedeva una propria “casa” mentre
vediamo che Trevenzuolo usufruiva di una sede in affitto.
Capitava non di
rado che i comuni non fossero in grado di soddisfare alle
contribuzioni ordinarie o straordinarie che venivano loro imposte.
In tal caso potevano ricorrere alla vendita di terreni, se ne
possedevano, o a mutui presso privati o monasteri. Per l’una e per
l’altra soluzione occorreva però l’autorizzazione di Venezia. E’
quanto, ad esempio, avvenne per il comune di Fagnano nel 1733 quando
per soddisfare il debito con la “cassa del dazio” si ricorse ad un
prestito di 300 ducati concesso dalle monache del convento cittadino
di S. Caterina da Siena al tasso di interesse del 4 per cento (ASVR,
Allegri, b. 30, n. .459).
II libro d'estimo del comune di
Fagnano del 1628 è più parco di notizie rispetto a quello di
Trevenzuolo, ma permette comunque di effettuare alcune
considerazioni. La condizione della proprietà contadina anche se
riflette le linee di tendenza generali, quelle cioè di una
progressiva erosione a favore della proprietà patrizia, presenta,
tutto sommato, caratteri di maggior consistenza rispetto a quanto
rilevato per Trevenzuolo.
L’estimo “reale” elenca 32
distrettuali che complessivamente possiedono 199 campi. L’estensione
media della proprietà risulta quindi di 6 campi, ma si passa da un
minimo di 20 vanezze di un Battista Signorini ad un massimo di 25
campi degli eredi di Pietro Macon. Accanto a quest'ultimo si
collocano altri 7 proprietari con lo stesso cognome e con beni
abbastanza consistenti rispetto alla media Altri cognomi che
ricorrono sono quelli degli Zeminiani, dei Becelli, dei Pasini, ecc.
Il "libro" elenca anche altri 17
"particolari" che hanno terre (in tutto 22 campi) o case per i quali
pagano un livello a proprietari cittadini.
Quali fossero gli
altri possessori di terre in Fagnano non viene indicato
direttamente, ma dall'esame dei confinanti con le pezze di terra dei
surriferiti distrettuali è possibile ricavarlo: i conti Della Torre,
gli Schioppo, gli Allegri, Pietro Fontana, i Belfante , Giacomo
Moscaglia, Francesco Spinetta, la chiesa di S. Maria di Trevenzuolo.
Sono in genere gli stessi nomi che ritroviamo nella "nota delli beni
che sono stati quistati da cittadini delli contadini" (A.E.P,
reg. 478). L'estensione esatta, o comunque verisimile trattandosi di
fonte non sempre del tutto attendibile, si potrebbe ricavare
dall'esame delle "polizze d'estimo" delle quali disponiamo però solo
a partire dal 1653. (b.c.).
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Capitolo 12
LA
PESTE DEL 1630
La peste di cui ci
ha lasciato documentazione il medico Francesco Pona nel suo Il
gran contagio di Verona infuriò m città e nel contado fra la
primavera e l'autunno del 1630, raggiungendo l'acme nei mesi di
luglio e agosto.
All'inizio
dell'anno successivo, Alvise Vallaresso, Provveditore alla Sanità
inviò persone di sua fiducia, accompagnate da notai, presso le varie
comunità ad accertarsi dell'effettiva cessazione del morbo e per
fare un censimento dei morti. Per la nostra zona venne incaricato il
nobile Giacomo Brà che, dopo essersi informato della situazione di
Isola della Scala e aver preso nota dei decessi verificatisi nel
centro e nelle frazioni, si trasferì a Trevenzuolo per incontrarsi
con il sacerdote di quel luogo. Essendo stato anche questo travolto
dal contagio e non essendo ancora stato nominato chi lo sostituisse,
interrogò il "deputato alle fede di sanità", tal Giacomo Sonzin, che
sotto giuramento assicurò che dal primo di dicembre in poi non era
morto alcuno di peste e che in totale il contagio aveva portato via
280 persone mentre le scampate ad esso erano circa 350 (il dato si
concilia con quello che il parroco fornirà 9 anni dopo al visitatore
abaziale: circa 300 anime). Lo stesso giorno si recò anche a Fagnano
dove, a causa del disordine che ancora permaneva, non gli fu
possibile trovare i consiglieri. Gli fu comunque confermato che da
tempo era cessata la morìa "tanto che non se ne parlava più" e che
vi erano stati all'incirca 50 decessi su una popolazione di 150
persone (ASVR, Ufficio di Sanità, n. 191) Non risulta dalla
relazione redatta dal Brà quanti siano stati i morti nella frazione
di Roncolevà, né è possibile ricavarlo dalle registrazioni
parrocchiali essendo andate perdute. Ci viene utile però un'altra
fonte che a tal proposito riferisce che "in essa villa, prima del
contagio et incursioni allemane, vi erano duecento homeni in circa (
abbiamo visto che erano 232 secondo l'estimo del 1628) et anco vi
era cinquanta para di bovi in circa et hora sono ridotti ne anco in
sessanta et li ammali in 10 para". La sua vicinanza a Moratica ove
erano acquartierate truppe tedesche impegnate nell'assedio di
Mantova l'aveva particolarmente esposta ai saccheggi ed alle
distruzioni dei soldati come dimostra l'alta percentuale di morti ed
il fatto che la decima del luogo che soleva rendere 300-400 minali
di grano a stento arrivò, negli anni immediatamente successivi alla
peste a 75 minali (ASVR, Rettori Veneti, n. 297).
Risulta infine che l'intera
popolazione dell'attuale comune di Trevenzuolo, valutata nel 1616 di
1397 anime, si sarebbe ridotta in seguito alla peste a 634 (DONAZZOLO-SAIBANTE
1926, p. 116).
La tradizione vuole che in questa
luttuosa circostanza la comunità abbia fatto voto di celebrare il
giorno della titolare S. Maria Maddalena, il 22 luglio di ogni anno,
come solennità festiva..
PROSPETTO DEI DATI RILEVATI DA G. Brà
Isola della Scala morti 1160 vivi
2000
Trevenzuolo 280 350
Fagnano 50 100
Erbè 414 350
Sorgà 100 240
Bonferraro 110 200
Vigasio 630 700
Castel d’Azzano 150 90
(b.c.) |
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Capitolo 13
PROPRIETA’ E RENDITE DELLA PARROCCHIA DI FAGNANO DOPO LA PESTE DEL
1630
Alla condizione di relativo benessere
della parrocchia di Trevenzuolo non fa riscontro un'analoga
situazione di quelle di Fagnano e di Roncolevà che possono essere
considerate, soprattutto la seconda, fra le parrocchie povere.
Il rettore di
Fagnano, Domenico Varesco, denuncia il possesso di 8 pezze di terra,
oltre quella su cui insiste la casa di sua abitazione, per un totale
di 27 campi che, condotti “a laorente d'un versor”, gli rendono lire
120 annue. La decima gli rende invece 80 minali di granà pari ad
altre 400 lire e circa 70 lire sono garantite da vari livelli (A.E.P,
reg. 325, n. 149).
Davvero laconica la "polizza" del
rettore di Roncolevà, don Giovanni Fantin che denuncia il possesso
della casa dove abita "con corte e poco orto di luoghi sette d’abitatione"
ed "una possessioncella" di 9 corpi di pezze di terra per 37 campi
che rende circa ducati 40, più qualche livello (A.E.P., reg. 325, n.
157)
(b.c.)
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Capitolo 14
LA CHIESA
PARROCCHIALE FRA ‘600 E ‘700
La parrocchiale di
Fagnano risulta disporre, secondo quanto si ricava dalla visita del
Vescovo Agostino Valier del 1568, di quattro altari: il maggiore,
quello del Corpo di Cristo, con annessa Società, che viene mantenuto
del necessario dai conti Schioppo, quello della Beata Maria,
mantenuto dall'omonima società, e l'altare di S. Bovo. Non si fa
riferimento alla loro struttura, ma pensiamo fossero prevalentemente
in legno, nè si fa cenno all'esistenza o meno di pale o immagini
scolpite sopra di essi (ACVVR, Visite pastorali, vol. XIII,
c. 320). Qualcosa in più si ricava dalla visita del 1595: vi si
precisa infatti che l'altare dei conti Schioppo è dotato di una
elegante pala (habet palam honorificam) e che è stato eretto
un nuovo altare, quello del Santissimo Rosario, con propria società
che ne garantisce la cura (ACVVR, Visite pastorali, vol.XVI,
c. 180).
La situazione
rimane sostanzialmente immutata per tutto il secolo XVII nel corso
del quale si succedono tre visite pastorali: quella di Sebastiano
Pisani I (1664), quella di Sebastiano Pisani II (1673) e quella di
Pietro Leone (1696). Del resto la popolazione che al finire del '500
era di circa 350 anime è scesa nel 1664 a 300 e nel 1673 addirittura
a 200. (ACVVR, Visite pastorali, voll. XVI, c. 180; XXIV, c.82;
XXIX, c.35).
Una ripresa
demografica della parrocchia si ebbe nel secolo successivo tanto che
la visita di Giovanni Bragadino, svoltasi il 12 maggio 1754,
registra 353 anime (372 secondo i dati forniti dal parroco
nell'allegato alla visita). In questo lasso di tempo la struttura
della chiesa ed i suoi altari di certo furono oggetto di sensibili
interventi. Ce ne fornisce indizi sicuri la suddetta visita nella
meticolosità della sua descrizione. L'altare maggiore è di marmo,
come il tabernacolo costruito di recente {non multo ab hinc
tempore in hoc altare edificato).
E’ mantenuto dalla
comunità e presso di esso è eretta la società del Corpo di Cristo
che gode di redditi pari a lire 81. Sull'altare stanno le statue in
marmo dei santi Vincenzo Ferreri e Luigi Gonzaga che per l'occasione
vengono benedette dal vescovo, mentre nel coro ci sono le immagini
dipinte della Vergine, di S. Caterina e S. Lucia. Anche l'altare
della B. Vergine del Rosario, curato dall'omonima società, è di
marmo ed ha un dipinto riproducente appunto la Madonna del Rosario.
Dispone di beni che assicurano un'entrata annua di lire 247. Vi è
poi l'altare della B. Vergine del Rilievo, detta comunemente "la
Madonna grande", con mensa marmorea e statua lignea. E’ curato
dalla società sotto la stessa intitolazione che può contare su lire
137 di rendita annua.
Mensa marmorea e icona dipinta ha
pure l'altare di S. Bovo, di proprietà dei Luconi. L'ultimo altare è
intitolato al Salvatore ed è adorno dell'immagine lignea dello
stesso. Apparteneva alla Santa Casa di Pietà, quale erede dei beni
lasciati in dotazione da Giacomo Schioppo, ed ora appartiene al
conte Carlo Allegri subentrato in tale proprietà. Vi si celebra ogni
giorno. La chiesa è dotata di un pulpito riservato al predicatore
che il comune stipendia nel tempo della quaresima con onorario di 48
lire. Sul campanile trovano posto due campane (ACVVR, Visite
pastorali, vol.LXIX, c. 68 e allegato).
(b.c.) |
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Capitolo 15
PALA DELLA MADONNA COL BAMBINO E LE SANTE CATERINA E LUCIA
Un evidente
riferimento ai modi del Veronese è nella pala, già sull'altar
maggiore ed oggi nella cappella di sinistra, della parrocchiale di
Fagnano raffigurante la Madonna col Bambino in trono, le Sante
Caterina e Lucia e il committente don Girolamo Manzini e che è
datata, sul timpano del portale d'ingresso alla chiesa dipinta nel
fondo, 1646 (SIMEONI 1909 p. 415, che segnala anche una pala
raffigurante Sant'Antonio Abate, non rintracciata, datata
1661 e commissionata da Antonio Lucon; per la data 1646 si veda
CHIAPPA - FERRARINI, 1976, p.38: una precedente palla altaris
magni è ricordata nel 1532 come appena eseguita, ma già nel 1541
è segnalata la necessità di un suo restauro: FASANI 1989, pp.982,
1262).
Il Manzini con
testamento del 1623 aveva lasciato 100 ducati d'oro, precisando nel
dettaglio il contenuto del dipinto e disponendo inoltre che ad esso
fosse fatto un “ornamento di belle pietre vive di marmo” (ASVR,
Testamenti, m. 220 n. 909).
Come notato m altra sede (GUZZO,), si
tratta di opera di un artista attivo dopo la peste del 1630 la cui
mano è ben riconoscibile per le caratteristiche tipologie dai volti
tondeggianti, per il modo di panneggiare le vesti, per la materia
magra e farinosa, oltre che per il continuo citare a date così
avanzate i maestri veronesi tra Cinque e primo Seicento, anche in
questo caso Veronese, Farinati, Turchi e Ridolfi: dipinti
dell'anonimo pittore sono ad esempio a Mazzagatta (oggi Mazzantica)
e Marcellise, nonché presso il Museo Civico di Padova e il Museo
Canonicale di Verona.
In quest'ultima
collocazione in particolare è una Sacra Famiglia che un
inventario del 1673 dei dipinti lasciati dal canonico Stefano
Trentossi al Capitolo della Cattedrale di Verona, ed oggi appunto
nel Museo Canonicale, riferisce problematicamente a Giovanni
Battista Amigazzi: necessariamente l'attribuzione all’artista che
nel 1627 dipinge la pala di Trevenzuolo (il Risorto e la Maddalena)
rimane ancora in predicato, proprio per le differenze di stile,
tuttavia non si può ancora escludere che l’Amigazzi abbia
effettivamente cambiato maniera dopo il 1630 ripiegando, senza il
minimo aggiornamento sull’ormai affermata pittura barocca, verso i
modi attestati dalla pala di Fagnano.
Vero è che potrebbe non essere un
caso che anche a Fagnano aleggi in qualche modo il nome del presunto
suo maestro: è infatti il Lanceni che nel 1720, dopo aver citato la
pala di Fagnano come “opera di uno studente su l’Operare di Paolo
Caliari”, cita “in altra pala una copia tratta da Claudio Ridolfi”,
purtroppo perduta (LANCENI 1720, p. 105) (e.m.g.)
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Capitolo 16
CORTE GIUSTI E
L’ORATORIO DI SAN FILIPPO
La dimora dei conti Giusti al "Serraglio"
di Fagnano, nonostante il notevole degrado cui è andata
incontro, rivela evidenti tracce dell'originaria raffinata
struttura. Nel corso del secolo XVII passò dai Della Torre ai
Noris-Campagna, ai Giusti, secondo vicende che ci è riuscito
laborioso ricostruire.
La presenza dei Della Torre in Fagnano
è documentabile fin dagli ultimi anni del XV secolo, ma
l'acquisto maggiore essi lo fecero nel 1628 comperando dai
Belfante la possessione ex-Minali.
Nel 1653 Gentile della Torre fu
Antonio, della contrada cittadina di S. Marco, denunciava
pertanto di avere in Fagnano tre possessioni. La prima
comprendeva, oltre alla corte cinta di mura con casa dominicale,
orti e peschiere, in contrà di Castelletto, altri dieci
appezzamenti per complessivi 195 campi. Lavorati "in casa"
rendevano mediamente 285 ducati. La seconda, pure in 10 corpi,
comprendeva 115 campi condotti mediante lavorenti e rendeva di
parte dominicale 225 ducati. La terza, in fine, pure a
lavorenzia, assommava a 157 campi divisi in tredici corpi e
rendeva 250 ducati. Ambedue le lavorenzie erano dotate di casa
situata in località Cesure (ASVR, Campagna, b. XIV, n.
474 e A.E.P., reg. 29. C. 237). L'acquisto del 1628 fu oggetto
però di varie contestazioni e le terre finirono di nuovo
all'incanto e comperate da Alessandro Noris. In tale occasione
tre esperti abitanti del luogo procedettero alla stima della
possessione "posta in un corpo con casa da patrone e da
lavorente in contrà di Rivan". Essa si estendeva per 90 campi ai
quali se ne dovevano aggiungere altri 10 posti in altro sito.
Nella stima di 9000 ducati era compreso anche l'oratorio di san
Filippo di cui si parla più avant.. Da Alessandro Noris la
proprietà passò alla figlia Samaritana, sposata a Francesco
Campagna, alla quale rimase almeno fino al 1676 (ASVR,
Campagna, b.V, n. 73 e b. XIV, n. 474).
Il resto dei beni dei Della Torre
passava, dopo la sua morte senza discendenza maschile, da
Gentile alla figlia Chiarastella che sposava in prime nozze un
Allegri ed in seconde Marc'Antonio Sagramoso .
Nella polizza del 1682 troviamo infatti
che costui ha in Fagnano due possessioni affittate per ducati 50
e varie regalie (A.E.P., reg. 43, e. 712).
Nel 1686 esse entrarono a far parte del
più vasto fondo dei conti Allegri.
La possessione ex Della Torre, dopo il
surricordato anno 1676 passò dai Giuliari ai Giusti per motivi e
con modalità che ci sfuggono. Gli stessi subentrarono anche nei
beni sequestrati ad Alessandro Fontanelli (45 campi con casa da
lavorente) (A.E.P., reg. 45, e. 654).
Nel 1696 Luca e Giunio Giusti fu Nicola
presentano polizze separate.
Il primo afferma di avere in Fagnano la
piccola possessione comperata dal padre, sabbioniva, magra, con
poche vigne e morari che gli frutta, "quando .non venga le
tempeste", minali 60 di segale, una brenta d'uva e 25 libre di
seta; una pezza di terra in contrà dei Campagnoli, comprata da
Alessandro Perezzoli per 230 ducati che gli rende ducati 10; una
casa in contrà di Campagna, del valore di 280 ducati (A.E.P.,
reg. 79, e. 620).
Giunio ha una possessione arativa con
vigne e morari di circa 80 campi con casa dominicale per la
quale - sottolinea - "si spende a mantenerla e usarla per
bisogno della famiglia" (A.E.P., reg. 79, e. 584).
Nel 1745 Pietro Giusti fu Giunio
conferma il possesso di una casa dominicale e di 80 campi
arativi con vigne e morari che gli rendono ducati 200 (A.E.P.,
reg. 119, c..617).
Alla stessa data Leandro fu Ercole
dichiara di possedere anch'egli una casa dominicale con casette
rusticali e diverse pezze di terra, alcune arative con vigne e
morari e altre prative, dalle quali ricava di parte dominicale
ducati 150 annui (A.E.P., reg. 119, e. 607). {b.c.)
In occasione delle visite pastorali
alla parrocchia di Fagnano veniva visitato anche l'oratorio di
S. Filippo di cui è possibile ancora vedere la struttura esterna
presso la corte Serraglio. Della sua esistenza c'è chiaro
riferimento nella già ricordata stima fatta nel 1653 dei beni e
della casa padronale originariamente dei Minali ma poi passati
ai Della Torre tramite i Belfante. Si dice infatti che nel
computo di essi era compresa anche una "chiesiola". Le relazioni
delle visite si limitano a tornire il nome del proprietario e ad
ordinare che si provveda al suo restauro. Anzi in quella del
1673 si ordina che venga sospeso finché non venga ricostruita la
sagrestia, crollata, e non sia stata riparata la mensa. Porse
anche in ragione dei frequenti passaggi di proprietà (dai Della
Torre, ai Noris ai Campagna, ai Giusti) l'oratorio rimase nello
stato di abbandono più volte denunciato.
Nel 1716 l'incaricato del vescovo
ingiungeva che nel termine di tre mesi si provvedesse per tutto
quanto fosse necessario sia alla stabilità e al decoro delle
strutture murarie sia alla celebrazione delle sacre funzioni. Ma
l'ordine rimase ancora una volta inevaso tanto che nel 1745 il
vescovo Giovanni Bragadino, tornato sul luogo, ne riconfermava
la sospensione. (b.c.)
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Capitolo 17
CORTE RAVALDINI
La si incontra all'inizio del paese
provenendo da Isola della Scala, subito oltre passato il
fiume Tione. Un'epigrafe frammentaria posta sulla facciata
ricordava fino a pochi anni fa un restauro dell'edificio
operato nel 1671.
Nella prima metà del '600 faceva
parte della proprietà di Luigi Mandello, la cui moglie
Domenica Curti, testando il 29 aprile 1652, lasciava parte
dei propri beni al monastero di S. Maria in Organo e
nominava eredi per il resto il figlio Michel Angelo, monaco,
e la figlia Giustina, sposata a Benardo Giustiniani.
Escludeva invece dall'eredità la figlia Bianca, sposata a
Michele Bottari, in quanto già beneficiata al momento della
dote (ASVR, U. R., Testamenti, m. 252, n. 240).
Le vicende successive risultano
piuttosto complicate e non appare chiaro quanto appartenesse
al monastero e quanto ai Bottari. Troviamo però che nel 1688
la"casa da padron" di Fagnano viene divisa fra Vittorio e
Gerolamo fu Michele. Sono gli stessi fratelli ai quali nel
1699 l'abate di S. Maria in Organo vende i beni dell'eredità
Curti, compresi quelli di Michel Angelo e Giustina Mandelli
non essendoci discendenza, per il prezzo di 1000 ducati (ASVR,
Notarile, b. 1707, 1699 12 settembre). Fra tali beni
ritroviamo la "casa con corte serrata di muro con un palazzo
e dietro detta casa un campo di prado". I confini non
consentono dubbi sulla sua identificazione con l'attuale
corte Ravaldini: a sera Turrisendo Turrisendi, a mattina la
via comunale, a mezzo dì la via di Campagnola, a monte il
Tione. Sono gli stessi desumibili anche dalla mappa
dell'Alberti del 1662 (ASVE, B.I. - Verona, r.
101,m. 85, dis. 5).
In fine il 16 novembre 1738 Toscana
Bottari fu Antonio, sposata a Giovanni Scossola, vendeva
l'eredità lasciatale dallo zio Vittorio a Tommaso Ravaldini
fu Natale, di S. Maria in Organo, che già la conduceva in
affitto. Altri acquisti, seppur di minor entità, faceva il
Ravaldini due anni più tardi da Antonio Pontirolo e da
Cecilia Bottari (ASVR, Allegri, b. 3, n. 50 e
S.Maria m Organo, nn. 167 e 208).
Nel 1745 poteva pertanto denunciare
di avere in Fagnano una casa dominicale che serviva per sua
abitazione, una casetta per il lavorente e 45 campi divisi
fra 8 appezzamenti che gli fruttavano ducati 50 (A.E.P. reg.
130, c. 217). Il suo nome è ricordato in un’iscrizione
fissata sulla parete esterna di un edificio rusticale della
corte, nella quale si fa riferimento a costruzioni a guardia
del Tione da lui ripristinate nel 1775: SPECTATIS IAM
AEDIFICATIS TANDEM – THOMAS RAVALDINUS NOLI(IS) TILLIONIS –
FLUM(INIS) MONUMENTUM ANTIQUITATE PENE – COLLAPSUM SIBI
SUISQUE DECORI ET – COMMODO RESTITUEND(UM) CURAVIT –
KALENDIS SEXTILIBUS MDCCLXXV.
Nel 1862 i beni già ravaldini
passarono a Bricci Erminia fi Gerolamo maritata Bernanrdi. (b.c.)
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Capitolo 18
CORTE DECIMA
È ubicata di fronte alla corte
Ravaldini e si presenta oggi come un modesto edificio ad
un piano solo, poggiante su cantine con volti a vela.
All'interno però un soffitto a cassettoni lascia
intravvedere un passato signorile.
Il nome le deriva da! fatto
che ivi i Da Campo raccoglievano i beni della decima.
Il loro stemma figura ancora su
un rustico eretto sul lato ovest.
Nel corso del '600 il possesso
della corte fu oggetto di prolungate controversie.
Troviamo che nel 1638
Margherita Schioppo, moglie di GaIeotto Lazise, aveva
fra i suoi beni la "casa della Decima acquistata dalla
signora Campo, con forno orto, cortile e broletto", ma
nel 1644, per sentenza dei Rettori veneti parte di essa,
passata nel frattempo alla S. Casa di Pietà, era
restituita ai Da Campo perché bene fidecommissario e
quindi non alienabile (ASVR, Allegri, b. 2, n.
40).
Nel 1653 Graziadio da Campo
poteva così denunciare il possesso in Fagnano di due
quarti e mezzo della decima e di un terzo di casa
padronale con brolo, per un'entrata complessiva di
ducati 200 (A.E.R, reg. 31, c. 264v).
Il contenzioso sulla casa non
era però finito come prova il fatto che allo scadere del
secolo interviene un'altra sentenza dei Rettori in cui
si conferma a Giacomo e fratelli da Campo "il terzo
d'un'intera casa, con corte, forno, orto .e brolo" (ASVR,
Allegri, b. 2, n. 40).
Nel 1745 Giacomo e G. Battista
da Campo fu Cristoforo, possiedono ancora in Fagnano
"una porzione di decima con poco prato e casa" che
frutta 100 ducati annui (A.E.P., reg. 122, c.
25), mentre l'altra parte della casa era stata
acquistata dagli Allegri nel 1740 assieme agli altri
beni della S. Casa di Pietà (ASVR, Allegri, b.
19, n. 295). (b.c.)
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Capitolo 19
CORTE SCHIOPPO
Nei primi decenni del '600 gli
Schioppo erano i maggiori possidenti in Fagnano. Francesco
Schioppo aveva una tenuta del valore di 20.000 ducati e 3/4
della decima valutata 9.000 ducati; Giovanni fu Vespasiano
beni per 6.000 ducati (A.E.P., reg. 478, Estimo di
Fagnano -1628).
Quest'ultimo dettava il suo
testamento il 21 ottobre 1634 lasciando i propri beni in
Fagnano "agli poveri di Cristo" (ASVR, Notarile , m.
237, n. 171).
Fu così che la Santa Casa di Pietà
di Verona si trovò a godere di oltre 500 campi divisi fra la
possessione di Fagnano, quella di Rivano e quella della
Mantellina. Su ognuna vi era la casa per i lavorenti e sulla
prima, nella contrada Sacco, anche quella padronale "con
corte apperta da tre parte, fenile di chiusi quattro,
murato, copato, con sue stalle, pozzo, forno, polinar".
Nel 1740 i beni ex Schioppo, che
comprendevano anche un ottavo della decima di Fagnano ed una
porzione della casa della corte Decima, furono venduti al
pubblico incanto ed acquistati da Gerolamo e Carlo Allegri
per 8500 ducati (ASVR, Istituto Esposti, reg.97 e
Farina-Carlotti, b. 4, n. 81).
L'identificazione della casa
dominicale degli Schioppo con quella attualmente di
proprietà Migliorini è facilitata da un disegno del 1636 che
la raffigura come un Palazzo affiancato da porticato (ASVE,
B.I - Verona, 61/55/9). La sua vetustà è del resto
confermata, al di là dei notevoli riammodernamenti, dal bel
portale in tufo tuttora esistente. Più oltre, ma sul lato
opposto della strada, il disegno rappresenta la casa dei
sigg. Fontana che coincide con l'attuale corte Sacco e
dovrebbe corrispondere alla "casa da lavorente" che nel 1653
Alessandro e fratelli Fontana dichiaravano di possedere
assieme a 45 campi (A.E.P., reg. 30, e. 284). (b.c.)
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Capitolo 20
CRONACA NERA
DELL’EPOCA E IL GHETTO DI FAGNANO
Durante la denominazione veneta,
l'esattore aveva una notevole importanza per
l'organizzazione amministrativa del comune. Come risulta
daggli Estimi del comune, era pagato quale addetto alla
riscossione dei tributi ed era tenuto a registrarli sul
libro "scodarolo" (ASVR, Allegri, b. 27, n. 422).
Una carica abbastanza ambita. Non
cosi a Trevenzuolo, almeno agli inizi del settecento. Il
capitano di Verona Francesco Farsetti, in un proclama a
stampa in data 27 Luglio 1711, lamenta come i reggenti della
comunità di Trevenzuolo non riescono nonostante
"esperimenti, incanti e manegi a trovar chi voglia
esercitare la carica di esattore del comune "(ASVR,
Allegri, b 2, n. 17).
Ben diversa la situazione nella
Villa di Fagnano dove non si riesce a trovare l'esattore
perché è fuggito con la cassa e con il libro contabile. Lo
si apprende da un esposto inoltrato dal comune stesso ad
Antonio Grimani, capitano di Verona, in data 6 maggio 1736.
L'esposto è contro certo Domenico
Andrea Castion esattore. Perciò "si chiede che per tutelare
nel migliore interesse la Comunità, si debba in essa Villa
di Fagnan o dovunque occorresse et ivi fermar, intrometter e
sequestrar ogni sorta di entrate che proveniranno dai beni
del debitore che non ha consegnato il libro scodarolo e la
somma di £ 313,8 "(ASVR, Allegri, b. 27, n. 425).
Tra le vecchie carte non si è
riusciti a trovare un seguito alla vicenda.
Trascorrono alcuni anni e la
Comunità di Fagnano si trova impegolata in un altro
imbroglio.
"Il Comun, il Massaro et homeni di
Fagnan, commissari e testamentari dei quondam Don Francesco
Pasini, Pellegrino Macon e Bartolomeo Pasini, citano in
giudizio Simon Bassan fu Davide, ebreo, per la di lui
condanna all'affrancazione del capitale di ducati 1000 del
grosso dipendente dall’istrumento 12 aprile 1752, atti
Bernardelli, al pagamento di 40 ducati dal grosso per
l'affitto sopra il suddetto scaduto il 12 aprile 1758".
Anche il Bassan, come l'esattore
Castion risultò contumace e la "pignorà" risulto vana. Al
comun di Fagnan, in cambio furono assegnati dei beni
immobili nel recinto del Ghetto piccolo di Verona. Era il 24
luglio 1764 (ASVR, Allegri, b. 27, nn. 423 e 426). I
beni consìstevano in una casa con bottega fondaco e caneva.
A Fagnano esiste anche ai nostri
giorni una via denonimata il Ghetto. Nei documenti non si
trova traccia di un insediamento sia pur modesto di ebrei.
Un nesso può essere trovato nel
fatto che la Comunità di Fagnano aveva collocato dei
capitali a rendita presso gli ebrei del Ghetto di Verona,
come nel caso del sopracitato Simon Bassan e come risulta
dalla somma di lire 3426 che la Fabbriceria di Fagnano aveva
affidata all'israelitico Moisé David Variengo. A sua volta
questi l'aveva ceduta al Signor Felice Alpron; con l'impegno
ad affrancarla in 18 anni.
Questa somma si riferiva alle
disposizioni testamentarie dei sopraccitati Francesco Pasini
(9 dicembre 1653), Pellegrino Macon (2 dicembre 1673) e
Bartolomeo Maconi (25 agosto 1667).
Un incendio del 1719 distrasse
l'archivio parrocchiale dove erano custodite le disposizioni
testamentarie scritte.
Un'ipotesi, tutta da dimostrare,
potrebbe essere questa: nelle operazioni di affrancamento
del gruppo di case dette testamentarie ove ora sorge il
Ghetto di Fagnano potrebbero essere intercorse delle
relazioni di scambio con la casa, la bottega il fondaco e le
caneve del Ghetto piccolo di Verona.
Va aggiunto che anche a Roncolevà
c'è un gruppo di case denominato: il Ghetto. (p.f.)
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Capitolo 21
DON ANTONIO
FANTINI E LA CRONACA DELL’EPOCA NAPOLEONICA
Don Fantini nacque a
Trevenzuolo nel 1764 da una famiglia di possidenti e si
formò in seminario sotto il vescovo "rigorista" Giovanni
Morosini.
Ordinato sacerdote, esercitò
per qualche tempo nella parrocchia di Trevenzuolo, come
attesta la licenza di celebrare ed amministrare i
sacramenti rilasciatagli in data 4 maggio 1789 dalla
Curia (ACVVR, b. Trevenzuolo).
Fu nominato poi parroco di
Fagnano il 18 febbraio 1790. Provvide subito al restauro
delle campane e al rifacimento del tetto della chiesa
con il concorso delle offerte delle "galette" ( bozzoli
dei bachi da seta) e, qualche anno dopo, alla
ricostruzione della cuspide del campanile.
Nel 1800 gli moriva il padre ed
egli rinunciava alla sua parte di eredità ritenendola
"non consentanea alle sue ecclesiastiche cure" (Atti
Barbieri, 26 agosto 1800).
La sua vicenda terrena si
concluse con due lasciti testamentari di cui si parlerà
più avanti.
Questi i momenti salienti della
sua vita, ma va ricordato che durante il suo
parrocchiato la piccola "villa" di Fagnano fu investita,
seppur marginalmente, dalla bufera napoleonica e risentì
delle conseguenze per un verso dell'assedio di Mantova
ove si erano arroccati gli imperiali e per l'altro dell'
"invasione" francese di Verona, avvenuta in dispregio
alla dichiarata neutralità del governo veneto.
Don Fantini non si limitò ad
essere spettatore, volle annotare su un diario che
fortunatamente ci è pervenuto non solo le dolorose
vicende locali ma anche quanto succedeva sui teatri dei
grandi avvenimenti bellici e politici, addirittura
tentando tal ora di avere notizie dirette. All'inizio
delle operazioni belliche nel 1796 si recò, ad esempio,
a Roverbella, al quartier generale delle truppe
austriache e napoletane, a colloquiare con un
colonnello; andò a Bigarello per accertarsi delle
operazioni dell'assedio di Mantova; dal campanile di
Fagnano assistette di notte al canno-neggiamento della
fortezza.
Sul diario registra quanto vede
o viene a sapere e lo accompagna con personali
riflessioni. Netto il suo giudizio negativo
sull'Illuminismo e sull'operato di Bonaparte. Egli è
convinto assertore dell'ordine costituito e della
monarchia che sola può garantire un'ordinata vita civile
e religiosa. Perciò assiste con doloroso stupore alla
caduta della Repubblica Veneta e al passaggio della sua
parrocchia nell'orbita della Cisalpina.
Ma nel suo diario troviamo
anche altro: i riferimenti alle condizioni economiche,
al prezzo dei cereali, all'andamento delle stagioni e a
tutto ciò che poteva peggiorare ulteriormente la già
triste condizione delle popolazioni contadine verso le
quali dimostra commossa attenzione. Anche se con qualche
discontinuità, il suo diario prende in considerazione
l'arco di tempo che dal 1796 giunge al 1814. Nelle
schede che seguono abbiamo utilizzato le notizie che
hanno più diretta attinenza con la storia locale.
L'assedio di Mantova:
un'incursione di Francesi a Fagnano
Nel maggio del 1796 aveva
inizio da parte delle truppe Napoleoniche il lungo
assedio della Fortezza di Mantova nella quale si erano
asserragliati gli Austriaci. L' esodo delle popolazioni
dai paesi circonvicini verso il Veronese, per scampare
alle milizie francesi che "rubavano, saccheggiavano le
case, spogliavano le donne delle loro cose migliori e
facevano loro anche qualcosa di più" trova commossa
testimonianza nel diario di don Fantini: "Assediata
Mantova - egli scrive - il territorio mantovano veniva
derubato a man salva. Gli abitanti, impauriti, si
rifugiarono nel Veronese perché stato neutrale. Dico la
verità: mettevano compassione e traevano lacrime dagli
occhi quegli infelici, vedendoli arrivare in questi
paesi, sebbene privi di conoscenze con le loro cose, con
le mogli aventi il pallor della morte, e chiedere per
carità un qualsiasi sorte di ricovero. So che dei nostri
non vi fu alcuno che, a così mesto e compassionevole
spettacolo non si intenerisse e, avendone la
possibilità, sia pure a prezzo del proprio disagio, non
desse alloggio, chi più chi meno ad alcuni profughi
mantovani " (APF, Diario di don Fantini).
II rombare del cannone e il
lampeggiare in lontananza degli spari continuò per tutto
mese di Luglio. "V'erano delle notti che incominciavano
alle tre con strepito e rimbombo così grando, che
tremavano le nostre abitazioni e, osservando dal
campanile, pareva che la città fosse tutta in fiamme" (Ivi).
Alla fine del mese gli
assedianti furono costretti a retrocedere e un reparto
di 300-400 uomini, attraverso Castellaro, Nogara, Sorgà,
Pontepossero ed Erbè si presentò in Fagnano a sera
inoltrata. Fu il primo contatto diretto con una realtà
di cui finora s'erano vissuti solo i riflessi. "La paura
fu generale - annota don Fantini -. Ognuno si dà da fare
a chiudere bene le case e a nascondere quanto era
possibile. Io, che avevo la febbre, sentendo le grida
della gente che raccontava il saccheggio di parecchie
famiglie di Erbe, benché mal ridotto, per l'impressione
mi sentii subito forte e robusto. Balzai dal letto,
presi una cassa e vi riposi l'argenteria della chiesa,
sete ed altro, e la nascosi nel porcile, mascherando
l'uscio con mattoni così bene che soltanto chi l'avesse
saputo avrebbe potuto accorgersene. Avrei voluto
nascondere altra roba ma, confuso, pieno di paura,
sentendo i passi dei francesi, interruppi e lasciai il
resto alla speranza nel cielo" (Ivi).
Si presentò un gruppo di
soldati a richiedere una pentola per cuocere alcuni
polli razziati. Ma mentre erano intenti a tale opera un
provvidenziale ordine di movimento di reparto liberò il
parroco dalla scomoda presenza e forse sottrasse il
paese da conseguenze più gravi.
Trevenzuolo nella Cisalpina:
l'albero della libertà a Fagnano.
Mantova capitolava nel febbraio
del 1797 e con i Preliminari di Leoben si fissa vano le
premesse per la caduta di Venezia.
Intanto il proselitismo
giacobino cercava di fare sempre più numerosi adepti.
Sia pure in misura marginale anche Trevenzuolo visse le
agitate giornate che prelusero alle Pasque Veronesi. I
brigadieri di S. Marco incoraggiavano i territoriali a
sollevarsi in massa: furono sonate le campane a stormo,
ne tardarono a comparire alla chiesa e alla casa del
comune, giovani e vecchi a ricevere armi, schioppi,
fucili, daghe, forche e roncole e si avviarono verso
Castellaro, da dove si temeva l'arrivo del nemico, altri
verso Isola della Scala, ma poi vennero comandati a
guardare il proprio paese. Verona invece insorgeva
l'11-12 aprile, ma era costretta a capitolare dopo pochi
giorni. Le conseguenze furono dure. Si procedette a
imprigionare molti cittadini veronesi ed alcuni furono
giustiziati. Fu calcata la mano sopra la popolazione con
pesanti imposizioni. Tutte le chiese furono spogliate
dell'argenteria, con esclusione dell'ostensorio, del
ciborio e di due calici. "E qui mi piange il cuore a
doverlo scrivere - registra don Fantini a proposito di
Fagnano - dovetti consegnare due lampade del valore di
700 troni recentemente acquistate da me e dai miei
parrocchiani, come pure una medaglia d'argento per
gonfalone. E si dovette darle, altrimenti, per chi
avesse trattenuto il più piccolo oggetto d'argenteria,
v'era la condanna alla fucilazione. Sono tuttavia
riuscito a salvare il turibolo, il vasetto degli olii
santi, la piccola saliera per i battesimi e la "mandorletta"
per il viatico agli infermi".
Dopo il trattato di Campoformio,
Trevenzuolo entrò a far parte del distretto di
Castellaro e quindi della Repubblica Cisalpina. Venne a
dipendere dal Mantovano nel civile e nel religioso e
risentì dei primi provvedimenti ispirati alla
legislazione francese soprattutto in materia di culto.
Le confraternite religiose che altrove sarebbero
definitivamente cessate con i decreti napoleonici del
1806 qui scomparvero ancor prima: "i nuovi licurghi
[...] passarono quindi a sopprimere tutte le
confraternite, le compagnie anche quelle di sola unione
che si mantenevano con l'esborso usuale come quella
della Dottrina Cristiana, del Rosario, di S. Francesco
d'Assisi, e simili: cosa mai udita ma che in molti paesi
poterono fare.
Benché passasse qualche mese
prima che questo pezzo di Veronese, strappato alla sua
antica giurisdizione e incorporato in quella di Mantova
venisse riconosciuto con leggi od altro, pure all'inizio
dell'estate furono applicate anche qui le leggi
enunciate. Si fece capire ai parroci che non si voleva
più la loro dipendenza dalla Curia Vescovile di Verona,
bensì che ciascuno si recasse a ricevere istruzioni dal
vescovo di Mantova: cosa che fu subito fatta". In ogni
paese furono stanziati, a spese dei cittadini, soldati
francesi e per inneggiare allo spirito nuovo furono
innalzati numerosi gli “alberi della Libertà”. Anche
Fagnano ebbe il suo ma - stando al Fantini - più per
volontà altrui che dei locali e quasi in sordina: "In
questo paese nella primavera di quest'anno, certi
giovanotti piantarono l'olmo che si trova al trivio
della Decima e del dr. Ravaldini. Ma a metà estate si
dovette piantare il vero albero comandato. Fu eretto di
notte, senza chiasso nè spesa superflua, davanti alla
porta dell'osteria oltre il Tione. Ne fu causa un certo
giacobino di Isola della Scala per vendicarsi di non
esser riuscito a spulciare i conti dei municipali e in
tal modo far denaro". Il Fantini si dilunga poi sulle
numerose restrizioni imposte all'attività del clero,
sulle novità in materia di matrimoni, su altre novità e
sulle "tante strade che aprivano ogni giorno alla
scostumatezza e al libertinaggio". Riprendono le
ostilità: un altro saccheggio a Fagnano.
Nel 1799 le ostilità ripresero
e con esse le razzie contro le popolazioni. Accampati
anche alla Torre di Isola della Scala i Francesi fecero
vivere brutti momenti alle popolazioni dei paesi vicini.
"Fu mercoledì 27 marzo che si fecero vedere alla val di
Zucco e là rubarono salumi, polli, vino, che portarono
via con "brenti" secchi ed altro; derubarono le case
dette della Mantellina, spaventarono gli abitanti,
abbatterono porte, scalarono finestre. La sera del
venerdì seguente poi fecero visita alla casa Giusti
detta il Serraglio, dove si presero vino, pane, mantelli
ed altro che si portarono al campo. Derubarono fienili,
stalle, tavole, ogni sorta di assi di legno, orci con
salumi e "ochette", i pollai. Non tralasciarono di
portarsi al campo ogni sorta di foraggio per i buoi e i
buoi stessi per macellarli. II mattino
del 31 marzo era il giorno
dell'Ottava di Pasqua e per noi fu luttuosissimo. Dissi
messa per tempo aspettandomi già l'arrivo dei soldati.
Ne vengono prima dodici, ne sopraggiungono degli altri e
degli altri ancora a cavallo. Non riconoscono più
padroni, chiedono poco vogliono tutto, da mangiare e da
bere, rubano. Insomma preparano con la forza un carro e,
dopo aver assaggiato il vino della mia cantina, prendono
una botte da sette "brenti" e mezzo, l’accomodano sul
carro e la riempiono di vino svuotando altre due botti.
Ne bevono ne danno a quanti vanno e vengono, e, di
quando in quando, lo gettano via perché non prenda il
rame dal secchio adoperato. Chi pescava nella pentola,
chi frugava nelle credenze, chi curiosava nella casa,
nella stalla, chi si cambiava le scarpe. Alla fine,
visto che avevano dato fuori tutti i viveri alla
portata, pensai di fuggirmene per evitare qualche
prepotenza..." Così don Fantini, che al ritorno constatò
che non gli era rimasto se non l'abito che aveva in
dosso. Non diversamente era avvenuto per le altre case
di Fagnano mentre erano state risparmiate quelle di
Trevenzuolo e Roncolevà.
I Francesi ricomparvero la sera
del 5 aprile ma, questa volta, essendo in ritirata, si
limitarono a rubare carri e buoi per il trasporto.
Dai Francesi agli Austriaci:
cambiano i suonatori, ma non la musica.
L’arrivo degli Austriaci che
occuparono Mantova e si attestarono sulla linea del
Mincio non significò molto per le umili popolazioni che
furono ancora oggetto di reiterate richieste di fieno,
legna, alloggi. A peggiorare le cose ci si era messa
inoltre anche una stagione particolarmente inclemente.
"L'inverno aveva rovinato le viti e la primavera fu
asciutta, per cui soffrirono moltissimo i seminati e le
praterie, e ciò causò scarsa produzione di frumento e di
fieno. Non piovve più per tutta l'estate, all'infuori di
qualche spruzzatina, e non si videro piogge
soddisfacenti che alla fine di ottobre [...] Andavamo
avvicinandosi alla fine dell'anno (1800) quando si sentì
parlare di guerra. Gli Austriaci che non avevano
magazzini, cominciarono perciò a requisire tutto ciò di
cui avevano bisogno, ma soprattutto fieno e carreggi di
buoi per i trasporti. O Dio! Spogliarono i paesi anche
delle più piccole quantità di foraggio e, quasi avessero
perduto l'umanità, ne vollero e ne volevano senza
misericordia. Buoi sempre in viaggio, maltrattamenti e
bastonate ai bovai, villici ai lavori pubblici e senza
paga. Questo irritò ogni categoria di persone, tanto che
si auguravano l'arrivo dei Francesi, quasi che quelli
dovessero trattarli meglio". Questo il giudizio di don
Fantini, uomo di certo non animato da pregiudizi verso
l'Austria.
E i Francesi non tardarono a
tornare per continuare l'opera di spogliazione: "non si
poteva più vivere in pace e non ci si attendeva altro
che desolazione, strage e rovine".
Con il trattato di Luneville
stipulato il 9 febbraio 1801 il confine austro-cisalpino
coincise per tutta la lunghezza con il corso dell'Adige.
La parte di sinistra, inclusa nel Dipartimento del
Mincio e in tutto dipendente da Mantova, fu declassata a
sede di viceprefettura con giurisdizione sui distretti
di Verona, Legnago e Caprino. Trevenzuolo e Fagnano
(Roncolevà non è più comune) finirono nel terzo dei 15
distretti direttamente dipendenti dalla prefettura di
Mantova.
L'evoluzione degli istituti
amministrativi.
Nel 1802 fu istituita la
Repubblica Italiana. Fra i provvedimenti da essa presi
ciinteressano quelli relativi ai comuni di terza classe,
vale a dire con popolazione inferiore a 3.000 abitanti.
In essi scomparve l'antica assemblea dei capifamiglia,
la "vicinia", sostituita da un Consiglio Comunale con
presenza limitata ai possidenti, commercianti ed
agricoltori. Sindaco e massaro vennero sostituiti con
due funzionari: l'Agente comunale, eletto dalla
municipalità, ed il Cancelliere distrettuale di nomina
governativa e con funzione di segretario comunale in
tutti i comuni del Distretto.
Il 7 febbraio 1803 venne
istituito il Circondario dell'Adige che affrancava
Verona dalla dipendenza da Mantova restituendole i
comuni ad essa sottratti come lo stesso Trevenzuolo (ma
non Peschiera e Monzambano) e nell'ambito del
Circondario vennero definiti i distretti ai fini della
circoscrizione obbligatoria. Trevenzuolo, cui era stato
aggregato Fagnano, entrò a far parte del VI Distretto
con capoluogo Isola della Scala. Roncolevà invece figura
fra le località costituenti il comune di Nogarole.
Con la trasformazione della
Repubblica in Regno la tendenza all'accentramento
amministrativo andò accentuandosi. Tutti gli organi
della pubblica amministrazione, compresi i Consigli
Comunali, erano nominati dal Sovrano e non più sulla
base dell'appartenenza ad una classe sociale ma al
"maggior censo". A quel periodo risale il decreto
vicereale del 27 gennaio 1808 che sopprimeva 17 comuni
del dipartimento e tra essi anche Trevenzuolo aggregato,
seppur per qualche anno, ad Erbè.
Sotto l'Austria.
II 3 gennaio 1814 l'esercito
napoleonico del Regno d'Italia si ritirava da Verona
attestandosi sulla linea del Mincio.
Il giorno stesso entravano gli
Austriaci in Verona e nel territorio della provincia.
Anche a Trevenzuolo, dopo
l'albero della libertà di giacobina memoria, comparve lo
stemma imperiale austriaco con l'aquila a due teste.
Il territorio veronese fu
diviso in distretti e Trevenzuolo entrò a far parte di
quello di Isola della Scala.
I comuni erano divisi in tre
classi, non in base al numero degli abitanti, ma secondo
il numero degli estimati (proprietari di immobili).
Trevenzuolo era di III classe.
I suoi organi rappresentativi
erano il "Convocato" (assemblea di tutti i proprietari,
dei militari, degli ecclesiastici e dei debitori del
comune) e la "Deputazione comunale". Il primo si riuniva
almeno due volte all'anno alla presenza del Commissario
distrettuale, approvava il bilancio, fissava le imposte,
decideva l'esecuzione di opere pubbliche, nominava il
maestro ed il medico, eleggeva la stessa Deputazione
comunale (nell'archivio comunale si può leggere il
verbale della sua prima riunione in data 11 settembre
1814). La Deputazione era l'organo esecutivo
dell'amministrazione del comune ed era composta di tre
membri di cui uno scelto fra i maggiori possidenti
locali. La loro opera era gratuita. Il Consiglio
Comunale era concesso per i comuni più importanti.
Negli anni della dominazione
austriaca la Deputazione comunale era formata da
possidenti di Trevenzuolo che rispondono ai nomi delle
famiglie Mendini, Polettini, Taddei, Nodari e Tomini.
Sono conservati agli atti i
prospetti degli impiegati del comune in questo periodo.
L'organico era composto da un agente comunale, un
cursore, il chirurgo condotto, il medico condotto, il
veterinario, la levatrice, tre tumulatori, essendo
altrettanti i cimiteri, due regolatori di orologi per le
torri campanarie di Fagnano e di Trevenzuolo e tre
maestri, uno per ogni centro. (p-f-)
Le condizioni di vita.
Con l'arrivo
dell'Amministrazione austriaca si notò un certo
miglioramento delle condizioni di vita: i meno abbienti
godettero della deduzione delle imposte fiscali e del
dilazionamento per il pagamento dell'imposta fondiaria;
ci fu un ribasso nei prezzi di alcuni generi alimentari.
In agricoltura fu favorito lo sviluppo dell'allevamento
dei bachi da seta (cavaleri) con la diffusione della
coltura del gelso. Ma col passare degli anni le cose
mutarono.
Una statistica redatta
nell'aprile del 1818 dal conte Ignazio Bevilacqua,
commissario speciale del governo austriaco, dimostra che
la maggior parte della popolazione viveva in stato di
disagio, di indigenza e di miseria. Chi lavorava nei
campi non percepiva quanto gli bastava per vivere
decentemente (TURRINI 1985,p.217).
Vent'anni dopo, nel 1833 il
Cantù nella sua Grande Illustrazione del Regno
Lombardo-Veneto, offre un altro eloquente quadro
statistico sulla situazione dei paesi del distretto di
Isola cui Trevenzuolo apparteneva.
DISTRETTO DI
ISOLA DELLA SCALA
Comune abitanti
ditte superficie
reddito
in pertiche in lire austriache
Isola della Scala
4.596 406
68.253,83 228.131,03
Bovolone 3.450
643 38.519,75
85.022,97
Erbé
1.463
463 15.173,97
49.111,01
Salizzole 2.470
795 44.457,30
77.295,61
Sorgà
2.289 242
32.739,16 108.691,16
Trevenzuolo 1.656
242 27.839,16
95.329,20
Vigasio
1.884 215 39.478,11
102.964,66
Isola
Rizza 2.164
292 26.089,09
62.797,60
Oppeano 2.396
290 35.554,87
118.755,75
Palù
471
57 12.586,58
57.472,26
Ronco
all’Adige 3.531 586
59.269,37 186.117,32
Bogara 3.483
502 37.233,28
120.101,30
Totale
29.853 4.733
417.689,76 1.291.790,09
Il reddito globale annuo di un
Trevenzuolese era di lire austriache 57, quello di un
Isolano di lire 50, quello di un Vigasiano di lire 55.
C'era chi stava anche peggio: a Salizzole il reddito era
di lire 31, ad Erbè di lire 34, a Sorgà di lire 48. (p.f.)
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Capitolo
22
DIVAGAZIONI TRA MALATTIE E CURE
Le principali malattie nei
secoli precedenti.
Carestie e colera.
II Veneto fu colpito da
gravi carestie negli anni 1816-1817, nel 1829-1830,
nel 1846-1847 e nel 1853-1855. L’approfondimento è
limitato a considerare le conseguenze verificatesi
aTrevenzuolo nelle carestie del 1817, del 1836 e del
1853-1855, poichè nell'archivio comunale ci sono
testimonianze scritte che aiutano a capire i termini
della tragica situazione.
La fame del 1817 restò
memorabile. I prezzi aumentarono vertiginosamente:
gli olii e le carni porcine erano venduti al doppio
del costo ordinario; il riso, il frumento e il burro
al triplo e il sorgo turco, principale nutrimento
dei poveri al sestuplo. Nel mese di luglio il
governo ordinò di redigere un prospetto di tutti i
pellagrosi esistenti nel Distretto e mise al bando
la mendicità, alimentata da accattoni provenienti
perfino dal Mantovano e dal Modenese (BOZZINI 1995,
pp. 14-16).
Nel 1836 scoppiò il colera.
La malattia contagiosa si manifestava con diarrea
ostinata, arsura, abbassamento di temperatura,
disidratazione, e spesso risultava letale.
Da un prospetto
commissariale del 9 agosto di quell'anno "risulta
che i colpiti da colera a Trevenzuolo erano ben 87
di cui 31 morti; a Erbe i colerosi erano 11, a Sorgà
3. Poiché l'operazione agraria stagionale che si
compiva ai primi di luglio era la monda delle risaie
si ipotizzò che proprio dalle risaie avesse
diffusione il morbo e nel gioco di reciproche accuse
che ne seguì si identificò in Trevenzuolo una fonte
notevole di pericolo; "è probabilmente da
Trevenzuolo - si diceva in Erbè - il più pericoloso
che arrivano i portatori sani, quelli convalescenti,
quelli in pencolo di incubazione che con scariche
diarroiche e profluvi alvini disseminano negli
specchi d'acqua e nei fossi quelle deiezioni ricche
di vibrioni che rappresentano il materiale
infettante per eccellenza" (Ivi, p.155-156).
Erano molte le donne di
Erbè che si recavano alla monda nelle vaste risaie
di Trevenzuolo e Curtalta. Dopo aver assunto il
vibrione in risaia , tornate solerti massaie fra le
mura di casa, lo trasmettevano - secondo l'accusa -
ad altri componenti della famiglia (Ivi, p.
156).
Anche tra l'autunno del
1853 e l'inverno del 1854 il prezzo dei cereali fu
quasi raddoppiato a causa dell'annata agricola
sfavorevole e di altri elementi congiunturali.
Uno staio di granoturco
(litri 83) che nel maggio del 1853 costava lire 9,86
salì nella primavera del 1854 a lire 24,25 (BRUNELLO
1981, p. 185).
La polenta era l'alimento
base della nostra popolazione rurale, ma da sola non
poteva fornire un sufficiente nutrimento. Sale e
olio che avrebbero potuto arricchirne il contenuto
minerale e vitaminico, erano però un lusso perché
l’uno era distribuito con parsimonia e l'altro aveva
prezzi proibitivi. Al rincaro così netto dei cereali
si aggiunse nel 1853 il crollo della raccolta dei
bozzoli dei bachi da seta che i contadini allevavano
in soccida con i proprietari, dal 40 al 60 per
cento, e la comparsa , nello stesso periodo, della
crittogama con conseguente rovina delle vigne la cui
presenza anche nel comune di Trevenzuolo era assai
diffusa (nel 1880 vennero prodotti 800 ettolitri di
vino).
La carestia segnò inoltre
l'inizio del processo di trasformazione dei
salariati obbligati, con salario sicuro, in
avventizi. Se si considera poi che le retribuzioni
dei braccianti - secondo uno studio relativo ad
un'azienda agricola veronese - erano diminuite dal
1819 al 1855 del 70 per cento (Ivi, p. 187)
ci si rende facilmente conto della terribile
situazione in cui versava il mondo rurale e del
facile
riemergere e diffondersi in
mezzo ad esso di malattie epidemiche come il colera
o strettamente connesse con l'insufficiente
alimentazione come la pellagra.
Nel comune di Trevenzuolo
la ripresa del colera si ebbe l'11 luglio 1855,
precisamente in via Venezia e nelle località
Belfante e Campagnola a Fagnano. Il giorno 15 luglio
comparve a Roncolevà.
Nel volgere di pochi giorni
si contarono 61 morti: a Salette 3 morti nella
famiglia Girelli; alla Madonnina di Roncolevà
morirono i coniugi Berar e Bazzani, Polo e Zanella;
in via Venezia: Anna, Giovanni e Giuseppe Marsiglio;
alla Beletta, vicino alla Sella: Giacomo, Luigia e
Maria Previdi; in via Moretti: Luigi e Paolo Grezzan;
a Cadalora: Paolo, Rosa Maria e Giuseppe Persacola,
ecc.
Il morbo durò, con qualche
breve tregua, fino al 9 settembre dello stesso anno
(ACT, Registro dei morti di colera negli
Elenchi di Stato Civile).
"Il medico comunale dr.
Luigi Mendini, adoperossi con zelo, premura e vera
abnegazione di sè di giorno e di notte a sollievo
dei travagliati del terribile flagello indiano".
Questo il giudizio della Deputazione comunale a
giustificazione della parcella relativa a 60 giorni
di prestazioni, quanto era durato il colera. Una
memoria redatta dallo stesso Mendini ci informa
anche di alcuni esperimenti da lui condotti su
colerosi locali (MENDINI 1855, pp. 934-935).
Le spese sostenute dal
comune in questo frangente furono considerevoli, per
un totale di 2463 lire austriache.
Tra le voci di spesa, oltre
a quelle del medico e delle medicine, vanno
segnalate quelle per le casse da morto, il trasporto
con carretto e cavallo dei cadaveri al cimitero, le
giornate di assistenza a domicilio di infermieri.
Fra quelle per alimenti
sono conteggiati 570 pezzi di ghiaccio a 35
centesimi l'uno, pane a 18 centesimi la libbra,
manzo a centesimi 54 la libbra, 96 limoni a 20
centesimi l'uno, riso e olio d'oliva.
Cessata la fase acuta del
morbo si ingrossò il numero dei bisognosi da
assistere.
L'anno seguente, il 7
maggio 1856, il Convocato del Comune deliberò di
dare un sussidio giornaliero che variava da 25 a 65
centesimi, a partire dal 1 aprile 1856 fino al 31
marzo 1857, a chi presentava una certificazione di
"estrema miserabilità" rilasciata da uno dei parroci
delle tre parrocchie (ACT, Conto Consuntivo
1855 – 1856).
La pellagra.
A differenza del colera che
esplodeva in determinati momenti la malattia della
pellagra costituiva una costante nella vita della
popolazione contadina perché legata ad una
nutrizione insufficiente. Essa colpiva l'apparato
gastrico, quello nervoso e nei casi più gravi
portava alla follia. Erano ad essa maggiormente
soggetti i lavoratori disobbligati cioè i braccianti
che si cibavano esclusivamente di mais mentre
nell'alimentazione dei salariati entrava anche il
latte ed in qualche misura la carne. Data la
prevalenza del latifondo in Trevenzuolo è facile
capire come la presenza di braccianti, e quindi di
persone a rischio di contrarre la pellagra, fosse
consistente.
Da una statistica relativa
al 1880 apprendiamo che le famiglie affette da
questa malattia erano in Trevenzuolo 10 e contavano
33 componenti. Appartenevano quasi esclusivamente
alla categoria dei lavoratori avventizi (RIGHI 1981,
p. 146).
Va tenuto presente però -
come osserva Bozzini - che essa era una malattia
socialmente rilevante e diagnosticarla
esplicitamente e fuori di ogni dubbio significava
provocare le reazioni preoccupate della Delegazione
Provinciale. Il medico di paese era pertanto in
qualche misura sospinto a diluire la sindrome
pellagrosa in uno dei tanti sintomi dermatologici,
intestinali o psichici. (BOZZINI 1995, pp. 396-397).
Ciò induce a pensare che anche i dati della
statistica dei pellagrosi di Trevenzuolo siano
espressi per difetto.
Il vaiolo.
Nel 1888 morirono in Italia
a causa del vaiolo 18.000 persone e fu solo in
quell'anno che venne decretata la vaccinazione
obbligatoria che determinò la lenta ma progressiva
scomparsa di una malattia che per tutto il secolo
aveva mietuto tante vittime.
E’ interessante leggere le
ordinanze e le istruzioni dell'Imperial Regio
Governo del Lombardo dell'anno 1819 conservate
unitamente ad altra documentazione nell'archivio del
Comune e della parrocchia di Trevenzuolo. Di fronte
al diffon dersi negli anni 1818-'19 in città e in
provincia del "micidiale veleno del vaiuolo" si
dispone che "sia prontamente eseguita la
vaccinazione, unico salutare antidoto concesso dalla
Provvidenza, e dalla esperienza d'ormai lunga mano
di anni dimostrato sì efficace a guarentire
l'umanità da uno de' più terribili flagelli...". Si
raccomanda nel contempo ai medici e chirurghi, alle
autorità e ai parroci che "sappiano insinuare nel
popolo colla robusta e convincente eloquenza della
verità e costanza dè fatti, la più ferma persuasione
e sicurezza della sperimentata virtù del vaccino
legittimo di allontanare il pericolo del vaiuolo
naturale tanto certamente quanto questo medesimo
sofferto una volta rassicura che non torni una
seconda volta, ancorché abbiasi fra mille
casi in favore forse uno in contrario [...]
inumani sarebbero quelli che a tempo e con ogni
fervore non procurassero un sì segnalato benefizio
ai loro simili, tanto più se di sangue congiunti".
Allegato all'ordinanza vi è
un fascicolo con le istruzioni ai vaccinatori per
l'anno 1819, in sedici punti.
Il primo recita
testualmente: "II virus vaccino deve essere inserito
da braccio a braccio: se abbisogni di essere
trasportato converrà racchiuderlo ermeticamente fra
due cristalli, avvertendo di raccogliere il solo
umore limpido, cristallino, un po’ glutinoso". Al
punto 8 si legge: "L'innesto si deve eseguire a fior
di pelle, dirigendo l'ago dall'alto in basso per
assicurarsi che l'umore sia rimasto
nell'inserzione". E al punto 15: "Si lascia al savio
giudizio del vaccinatore lo scegliere nelle due
stagioni di primavera e autunno proprie per la
salutare operazione il momento più acconcio, e così
di conoscere lo stato fisico degli individui tanto
da innestarsi quanto da raccogliere materia per
l'innesto" (APT Atti fabbriceria - 1819).
A proposito di "raccolta di
materiale per l'innesto" vi è più di un documento
firmato dal dr. Francesco Rachinger, medico comunale
e vaccinatore, che attesta di aver prelevato il pus
per la vaccinazione generale da bambini, ai genitori
dei quali il Comune concedeva un compenso per la
prestazione. Lo stesso concedeva anche un premio ai
primi due che si sottoponevano alla vaccinazione,
forse per convincere la popolazione a superare la
naturale riluttanza verso la novità
dell'operazione".
Nei conti consuntivi, a
partire dal 1819, sono conservati gli elenchi dei
bambini vaccinati nelle sessioni di primavera e di
autunno, compilati e firmati dal medico vaccinatore.
Nell'anno 1828 i vaccinati
nel secondo semestre risultano 39. Il vaccinatore:
Antonio Zanella chirurgo.
Oltre alla vaccinazione si
ricorreva al sequestro della famiglia dei colpiti
che veniva piantonata da guardie e sottoposta a
continuo controllo medico. Ma questo provvedimento
era spesso considerato dalla popolazione come il
mezzo per contagiare anche i membri sani della
famiglia. Nella vicina Erbè la Deputazione aveva
prescritto in un primo tempo il metodo del "cordino"
alla porta dei sequestrati che permetteva solo di
somministrare loro di che vivere e veniva tolto solo
per le visite del medico. Non ebbe buoni risultati e
fu sostituito dalla designazione di un'apposita
guardia che garantiva l'entrata del medico ma che
niente avesse "a sortire dalla casa dei sequestrati"
(BOZZINI, 1995, p. 94).
Nel 1831 vi fu una
recrudescenza del morbo a Trevenzuolo e, nel tardo
autunno, si diffuse anche a Sorgà. La deputazione
comunale, in data 22 novembre di quell'anno, in
mancanza della condotta medica, invita il "chirurgo
maggiore" Luigi Mendini "a prender cura e vigilare
sull'attivato sequestro dei colpiti, in modo che non
si abbia comunicazione con gli infetti" (ACT.,
Conto consuntivo 1831).
Ma nel settembre del 1832
il morbo - come si legge nella relazione
dell'ispettore D. Rigoni Stern - "prese di bel nuovo
il paese di Trevenzuolo e Sorgà e ancor più quello
di Vigasi" (BOZZINI 1995, p. 94).
Per l'occasione la
Deputazione comunale di Erbè rimproverò quella di
Trevenzuolo di avere a sprezzo la salute pubblica
perché - così si legge in un esposto alle Autorità -
"II male trae origine dalla vicina frazione di
Curtalta e precisamente dalla corte Comello soggetta
alla giurisdizione del Comune di Trevenzuolo, in cui
vari individui trovansi attualmente decumbenti in
causa di questo contagio. Il Comune di Trevenzuolo,
obliando il sacro dovere di preservare la salute e
la vita dei mortali, lascia liberamente vagare con
danno dell'umanità sofferente, il contagioso e
qualche volta micidiale morbo. Si sa per certo che
nessuna misura sanitaria venne impartita
dall'autorità cui è soggetta questa frazione di
Cortalta. Per cui riescono del tutto inefficaci e
frustranei gli scrupolosi provvedimenti di Erbè,
giacché i villici che si portano a Curtalta per
lavoro si frammischiano colà con persone non bene
risolte dalla malattia".
Si invocavano pertanto i
debiti provvedimenti affinchè l'indolente"
rappresentanza comunale di Trevenzuolo si applicasse
ad un severo rispetto delle norme sanitarie (BOZZINI
1995, pp. 126-127).
Tredici anni più tardi il
Comune pubblicava il bando per il concorso della
condotta medica. Veniva in esso precisato che i
candidati oltre la laurea in medicina, dovevano
possedere l'abilitazione all'esercizio dell'innesto
del vaccino (ACT, Conto consuntivo 1845).
Pratiche curative e
ricette mediche.
Contro epidemie e malattie
di molteplice natura la medicina ufficiale disponeva
di palliativi più che di rimedi. Una pratica fra le
più diffuse, usata a proposito ed a sproposito, era
quella del salasso.
Se ne era assolutizzata
l'efficacia e tradotto il concetto in massima
popolare: "Salasso 'na volta l'ano - bagno 'na volta
al mese - magnar 'na olta al giorno" (PASQUALIGO
1858, III, p. 54).
Il prelievo di sangue era
effettuato dal cosi detto flebotomo mediante
l'applicazione di sanguisughe. Si tratta di animali
che abbondavano nelle acque stagnanti della bassa
provincia veronese ma curiosamente ci fu anche chi
cercò di inventare una "sanguisuga artificiale" per
quei luoghi, dove non ci fosse altrettanta
disponibilità: fu Francesco Fusina di Isola della
Scala (BOZZINI, 1995, p.60).
Alcuni documenti
dell'archivio Allegri relativi alle prestazioni
mediche effettuate ai dipendenti di corte ci
mostrano come la voce "salasso" fosse la più
ricorrente.
Per una sufficiente
conoscenza della qualità delle medicine impiegate
risulta utile la consultazione dei conti consuntivi
del comune in quanto vi sono allegate le numerose
prescrizioni mediche che venivano pagate a favore
dei poveri di Fagnano con il capitale del lascito
Fantini.
Le ricette - volgarmente
"repize" per storpiatura della parola recipe
(prendi) con cui sempre iniziavano - sono vergate in
latino ed offrono un campionario interessante della
farmacopea dell'epoca.
Ecco alcune delle più
ricorrenti:
Sulfatis
chininis grana decem
Olei
ricini recentis, unciam unam
Roab sambuci q.s.
(quantum sufficit) in bolis sex
Santoninae grana decem
Sacchari drachman unam
(divide, misce in dos quattuor)
Pulpae
tamarindi uncias duas
Sulfuris
aurati antimonii grana tria
Olei
olivarum uncias tres
Salis
amaris uncias tres
Mannae
electae uncias duas
Tartari
emetici granum unum
Ammoniae
purae liquidae unciam unam et semis
Opii puri
pulveris granum unum
Extractum cicutae
drachma semis
Facciamo ora un salto nel
tempo verso la fine dell'800 e precisamente nel 1892
e vediamo le più frequenti ordinazioni ricavate
dalle ricette presentate dal farmacista al Comune
per medicinali forniti ai poveri. Non sono più
scritte in latino ma si capisce che il salto di
qualità è ancora di là da venire:
Digitale polvere gr. 1
Vino marsala gr.10.
Benzoato soda caffeina gr.1,66
Corteccia china gr. 20
decotto
Globuli potassici gr. 1
Lattato di ferro gr. 4
pillole 30
Acido fenico gr. 40
Solfato di ferro gr. 2
Ossido di zinco gr. 1
pillole 20
Acqua di cedro gr. 80
Olio ricino gr. 25.
Mandorle gr. 50
(emulsine con laudano}
Laudano gr. 15
Tela vescicatoria
Acque catulliane, n. 3
bottiglie
Poligala gr. 20
Sanguisughe n. 6
Elixir febbrifugo gr.
300
Pillole di catramino n.
20
Fior di zolfo
Quale efficacia potessero
avere questi prodotti, che fanno pensare a merci del
droghiere o dello speziale più che a medicine,
contro la tisi, le polmoniti, il colera, le febbri
malariche ed altro, è facile immaginarlo. (p.f.)
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Capitolo 23
LA
SCUOLA AUSTRIACA A TREVENZUOLO DURANTE IL REGNO
LOMBARDO-VENETO (1814 – 1866)
Durante
l'amministrazione austriaca, il Comune di
Trevenzuolo, come del resto tutti i comuni
lombardo-veneti, godette in campo scolastico, di
una posizione di privilegio, almeno per l'epoca.
Il Governo aveva posto
particolare attenzione verso l'istruzione
popolare di base, "nella fiducia di rendere i
suoi popoli quanto istruiti altrettanto
cristiani e quindi onorati e fedeli sudditi". (ANDREOLI,
1848, voi V, p. 265).
In notevole anticipo
rispetto agli altri Stati preunitari, aveva
decretato l'istruzione elementare obbligatoria,
gratuita e aperta a tutti i fanciulli e le
fanciulle dai 6 ai 12 anni. (Idem, Regolamento).
Le scuole elementari
minori, prima e seconda classe, dovevano essere
funzionanti in tutti i paesi con almeno 50
fanciulli ed erano a carico del Comune. Il
Regolamento prevedeva, per le famiglie
inadempienti, la multa di mezza lira austriaca
per ogni mese di mancanza alle lezioni. A
livello locale il parroco aveva una funzione di
controllo sul funzionamento della scuola. Le
vacanze o ferie autunnali erano limitate a
cinque settimane di solito dal 21 settembre al
28 ottobre. Nella scuola elementare si
insegnavano i principi della religione
cattolica, il leggere lo scrivere, il calcolo.
Molta importanza era
data all'apprendimento della calligrafia. Il
metodo di insegnamento era basato sul principio
che tutto ciò che doveva essere insegnato doveva
essere reso sensibile e visibile attraverso i
segni.
Venne introdotto
infatti la novità per quei tempi, di un sussidio
magico: la tavola nera o lavagna. L'ordine
doveva essere assoluto. In aula c'era il banco
dell'onore e quello del disonore.
La disposizione dei
banchi doveva tener conto del livello di
apprendimento degli alunni: nei primi banchi gli
alunni mediocri, al centro quelli di più volgar
talento e negli ultimi banchi i migliori (ZAMBALDI
1975, p. 117).
Evidentemente questa
successione aveva lo scopo di concedere maggiore
attenzione e migliori opportunità ai più lenti
nell'apprendere. Nel nostro comune, alla data
del 2 giugno 1848, figurano in servizio tre
maestri dei quali due sacerdoti; don Bartalo
Zucconi a Fagnano, don Angelo Mantovanelli a
Roncolevà, e il laico Giuseppe Zendrini.
Gli stipendi: lire
austriache 33 mensili al maestro di Fagnano,
lire 22 e 38 centesimi a quello di Roncolevà,
lire 50 a quello di Trevenzuolo perché di ruolo
e con il più alto numero di alunni. Stipendi
dignitosi: l'unico dipendente comunale con
stipendio maggiore era il medico condotto
Francesco Ruchinger (ACT, Conto Consuntivo
1848, elenco assegni erogati, v. all. 4).
Le scuole erano
allogate in case d'affitto.
Il più alto numero di
frequentanti era a Trevenzuolo, per gli alunni
del capoluogo si acquistano 150 abecedari, e
libri per la scrittura, contro i 20 per quelli
di Fagnano.
Un documento agli atti
del Conto consuntivo del 1829, testifica che a
conclusione di ogni anno scolastico veniva
stilata una graduatoria di merito e si
premiavano i 3 alunni migliori (PICCINATO A,
La scuola elementare in un comune della Bassa
nel passaggio dall'ordinamento Austriaco al
Regno d'Italia, 1864-1878, tesi di laurea,
facoltà di Magistero dell'Università di Verona,
a.a. 1994).
"Il Lombardo aveva un
sistema scolastico, in conformità dell'azione
riformatrice di Maria Teresa e di Giuseppe II,
indubbiamente il migliore d'Italia (DE FORT
1979, I, p. 17). (p.f.)
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Capitolo 24
L’UNITA’ D’ITALIA
Anche a Trevenzuolo
la Deputazione ed il Consiglio comunale
manifestarono rande soddisfazione “per quel
fortunato voto [il plebiscito dell'ottobre
1866] mediante il quale le Provincie si
unirono alla Patria comune, sotto il
glorioso scettro di Vittorio Emanuele II
nostro RE” (ACT, Protocollo - seduta
straordinaria del Consiglio comunale del 29
dicembre 1866).
Si stanziarono 100
fiorini per festeggiare il fausto
avvenimento, si acquistò una bandiera
nazionale, 19 berretti per la Guardia
cittadina; si somministrò vino. La domenica
2 giugno del 1867 si celebrò la solennità
dello Statuto e dell'Unità nazionale, con
fuochi d'artificio, con due brenti di vino
di scelta qualità, con un'elargizione di 3
lire a ciascuno dei 33 poveri del comune (ACT,
Conto Cons.1867, allegato 8).
Da sottolineare che
nella ricevuta di elargizione, 28 dei 33
beneficiati dovettero apporre il segno della
croce perché analfabeti.
Anche alle tre
Fabbricerie delle parrocchie vennero
elargite 89 lire. Come a dire che popolo e
clero erano lusingati al consenso verso la
nuova realtà politica.
Ma l'esaltazione
per l'annessione del Veneto all'Italia durò
breve tempo.
II Veneto che
grazie all'oculata amministrazione austriaca
presentava un bilancio attivo di 25 milioni
si trovò a sopportare, unitamente alle altre
regioni annesse un deficit di 600 milioni
che lo Stato Unitario aveva contratto
soprattutto per le spese militari della III
Guerra d'Indipendenza.
Con il 1 gennaio
1869 entrò in vigore l'odiata tassa sul
macinato. Bisognava pagare, presso il
mulino, una gabella di 2 lire per ogni
quintale di frumento macinato, lire 1 per il
granturco e lire 1 e centesimi 20 per
l'avena. Il governo preoccupato di sanare il
bilancio, prendeva per la fame il contadino.
Altri motivi di malcontento furono la
confisca dei beni ecclesiastici e le vendite
dei terreni demaniali. Con quest'ultimo
provvedimento i poveri si vedevano privati
dei diritti di origine feudale di
raccogliere legna, pascolare il bestiame,
pescare liberamente e senza imposizione di
tasse sui beni comunali.
A Verona la
tensione tra clericali e governativi esplose
durante la processione del Corpus Domini del
1868 (BOZZINI 1977, pp. 28-29).
Le manifestazioni
di malcontento nella Bassa, al grido di
"Viva Pio IX! Viva l'Austria", coincisero
con l'introduzione della tassa sul macinato.
"Il 26 dicembre
1868 in Nogarole, alcuni villici
tumultuarono contro il macinato II
cappellano li arringò e si chetarono. Ma una
trentina di essi, con una tromba si portò a
Roncolevà e ivi ingrossati da curiosi e da
altri tumultuanti, forzarono un giovane di
19 anni ad appiccicare al muro della chiesa
un manifesto manoscritto provocante gridando
: "Abbasso il macinato, abbasso i signori!".
Il parroco don Mantovanelli, uscito dalle
sacre funzioni, ammansò con autorevoli
parole quei disgraziati, strappò gli affissi
e seppe vincere i furenti, sì bene, che
senza alcun disordine e a testa bassa
tornarono alle loro case" (Veneto
Cattolico, 9 gennaio 1869).
La repressione
dello Stato fu però immediata. Mentre a
Trevenzuolo i disordini provocarono solo
pochi arresti, a Nogarole gli arresti furono
15 (L'Arena, anno IV, n. 5). (p.f.)
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Capitolo 25
UN CIMITERO PER
TRE COMUNITA’
Con la riforma amministrativa
napoleonica, Fagnano e Roncolevà perdettero la loro
autonomia comunale e furono accorpati nel Comune di
Trevenzuolo.
La nuova legislazione obbligava a
trasferire i cimiteri dalle aree delle chiese. Da sempre
infatti le tre Comunità avevano il loro cimitero che formava
un tutt'uno con la chiesa e il sagrato.
In un primo momento, forse, ci si
era orientali a costruire i tre cimiteri su nuove aree. Da
un documento del 26 gennaio 1817 appare che per quanto
riguardava Fagnano era stata scelta la pezza arativa detta
del Taval di ragione Pollettini, alla destra dello stradello
Voddaggione che porta al "Bugno". Poi prevalse la soluzione
di un solo cimitero su un'area equidistante dai tre paesi,
appunto l'area all'altezza del ponte sulla Grimana sulla
strada Trevenzuolo-Roncolevà. Il comune acquistò l'area dal
nob. Leonardo Tomini Foresti, marito di Marianna Pellegrini,
per lire Austriache 344:82. Nel 1831 fu pagata una parcella
di lire austriache 40:18 all'ing. Giuseppe Milani per il
progetto di chiusura con siepe, fossa e cancello dell'area
cimiteriale. Nel catasto austriaco del 1845 il cimitero
appare nelle linee perimetrali e vi figura già costruita la
cappella cimiteriale (ACT, Catasto austriaco). Nel
conto consuntivo del 1887 figurano depositate £. 2000 a
interesse per la costruzione del nuovo cimitero.
L'undici gennaio 1889 avvenne la
cerimonia della solenne inaugurazione. Fra il 1902 e il 1903
ci fu il trasferimento alla nuova sede dei resti esumati
negli ex cimiteri di Trevenzuolo, di Roncolevà e di Fagnano
(ACT, Delibera Consiliare 22. X. 1904, n. 32). Nel
1955, su progetto dell'architetto Antonio Magnaguagno, fu
iniziata la costruzione di una campata di loculi e nel 1979
fu abbattuta la primitiva cappella ricavandone una nuova.
Recentemente il cimitero è stato ampliato per far
posto a una serie di campate che ne
contornano tutto il perimetro. (p.f.)
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Capitolo 26
LA SCUOLA
DOPO L’UNITA’ D’ITALIA
"Che volete che faccia
dell'alfabeto colui al quale manca il pane, l'aria, la
luce, che vive nell'umido e nel fetore?" (VILLARI 1872,
p. 493).
In una struttura prettamente
contadina miserabile, qual era quella di Trevenzuolo
negli anni dell'unificazione alla patria, mandare i
figli a scuola era spesso considerato una perdita di
tempo, perché la scuola li sottraeva al lavoro dei
campi.
L'unificazione del Veneto
all'Italia, comportò almeno per qualche anno, un passo
indietro nella legislazione e nella organizzazione
scolastica, per di più in una situazione economica assai
più critica di quanto non lo fosse sotto la dominazione
austriaca.
In una relazione il prof. Don
Ronconi, parroco di Trevenzuolo, nella sua qualifica di
direttore scolastico, scrive: "Nella scuola diurna ebbi
a riscontrare 48 presenze nella quale 20 sono di
fanciulli miserabili" (ACT, Conto consuntivo 1866-67).
Non si fa cenno naturalmente
della presenza di ragazze. Da una relazione del sindaco
dr. Daniele Polettini al prefetto si ricava che "tre
sono le scuole maschili: una a Trevenzuolo, una a
Roncolevà e una a Fagnano. Per quanto riguarda la scuola
femminile, se ne progetta la realizzazione con
l'ultimazione della nuova sede comunale" (ACT, Atti
Conti C. 1870).
Negli anni 1867-68-1869 in
tutte e tre le parrocchie vengono aperte scuole festive
e serali per gli adulti analfabeti. Questa iniziativa
avrà molto successo Le lezioni si tenevano ogni sera
dalle 18 alle 20,30 (ACT, Relazione don Ronconi,
Conto cons. 7569).
Il 20 novembre 1869, a
Trevenzuolo, prendeva avvio anche la scuola femminile e
ne assumeva il servizio la maestra Maria Modena. L'anno
seguente fu aperta una seconda scuola femminile, a
Roncolevà, diretta dalla maestra Cleopatra Bonini
proveniente da Casteld'Ano. Bisognava attendere l'anno
1878 per l'apertura della scuola femminile anche a
Fagnano diretta dalla maestra Regina Sentieri. Nelle tre
scuole maschili e nelle tre femminili ormai si contavano
200 alunni (ACT Conto cons. 1878).
Con la Scuola femminile era
finalmente abbattuta una barriera, infatti "l'alfabetizzazione
delle donne era ritenuta una faccenda di capriccio e di
moda. L'insegnare a scrivere alle donne, se non
formalmente proibito era però dall'autorità sconsigliato
perché ritenuto dannoso" (GABELLI 1870, p. l16).
Il 15 gennaio 1878 si celebrò a
Trevenzuolo una solenne officiatura funebre per la morte
del re Vittorio Emanuele II. Attraverso gli elenchi
degli alunni partecipanti alla messa, ricaviamo che a
Trevenzuolo gli alunni maschi erano 48 e 38 le femmine,
a Roncolevà, 34 i maschi e 20 le femmine, 30 i maschi a
Fagnano dove la scuola femminile non era ancora
funzionante.
L'accurata compilazione
dell'elenco era legata "alla erogazione di lire 100 in
buoni da lire 2 ciascuno ai più poveri e una mancia di 5
centesimi agli alunni delle scuole che prestaronsi
all'ufficio funebre del non mai abbastanza compianto re
Vittorio" (ACT, Conto cons. 1878).
La prima alfabetizzazione ormai
raggiungeva tutto o quasi il territorio comunale. La
percentuale nazionale di analfabeti, nel 1871 era del
68,8%; a Trevenzuolo del 60% grazie alle scuole festive
e serali per analfabeti adulti.
In quell'anno gli abitanti del
comune erano 2170: di questi, 1110 erano maschi e 1060
femmine. Non sapevano leggere 464 maschi e 835 femmine!
Sapevano leggere e scrivere 643 maschi e 220 femmine.
(PICCINATO, La scuola elementare in comune della
Bassa... cit.).
La prima alfabetizzazione stava ormai facendo progressi,
almeno a livello della prima e seconda elementare. Per
il saggio di fine anno scolastico nel 1899 furono
distribuiti come premio: Le mie prigioni di
Silvio Pellico, I promessi sposi di Manzoni,
Robinson Crosue di Defoe e le Massime eterne
di S. Alfonso de Liguori (ACT, Conto cons. 1899).
Con il passare degli anni, si
intensifica la politica scolastica del nostro comune.
Tra il 1900 e il 1908 verranno costruiti tre nuovi
edifici scolastici (nel 1900 a Roncolevà, 1905 a Fagnano
e nel 1908 nel capoluogo).
Per anni, gli scolari di Roncolevà e di Fagnano che
volevano proseguire l'istruzione dopo la terza
elementare, dovevano recarsi a piedi, o in bicicletta
alla scuola del capoluogo, dove dal 1904 avevano
cominciato a funzionare una quarta e una quinta.
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Capitolo
27
LEGHE
ROSSE, LEGHE BIANCHE E ASSOCIAZIONISMO DALLA FINE
DELL’OTTOCENTO ALL’AVVENTO DEL FASCISMO
Nella società agraria di
fine Ottocento, caratterizzata da una profonda crisi
economica, il movimento socialista si espresse
soprattutto nelle "Leghe rosse" che si battevano per
l'imponibile della mano d'opera, per la giornata
lavorativa di 8 ore, per l'aumento delle tariffe
salariali. Ruolo importante nel sostenere queste
rivendicazioni ebbe nella zona il giornale "Verona
del Popolo".
Trevenzuolo risentì
l'influenza delle ben organizzate Leghe mantovane ed
il proselitismo fu facile.
Nel 1901 e 1902 furono
organizzati due famosi scioperi, con risonanza oltre
i confini del comune, per la massiccia
partecipazione di sostegno di socialisti mantovani
ed emiliani.
I Cattolici, in condizioni
minoritarie ed in ritardo si raggrupparono
nell'Unione del lavoro che si prefiggeva di far
stipulare affittanze collettive (1909-1912) e di
trasformare centinaia di braccianti in piccoli
proprietari.
Determinante fu l'apporto
delle Casse rurali, nate dal Convegno delle Società
Operaie tenuto a Verona il 18 settembre 1892.
Animatore della loro
diffusione fra i parroci di campagna fu mons.
Giuseppe Manzini. La prima cassa rurale sorse,
all'indomani della Rerum Novarum, a S. Pietro di
Legnago.
A Trevenzuolo cominciò ad
operare nel 1898. Il saggio di sconto non poteva
superare il 6% e i prestiti potevano variare dalle
250 alle 300 lire, ma in casi eccezionali si poteva
arrivare alle 1000 lire.
Accanto alla Cassa rurale
vanno ricordate la Società di mutuo soccorso di
Trevenzuolo e Fagnano fondata nel 1892 e che
contava, 5 anni dopo, 109 soci e la Società
Fratellanza, fondata nel 1896, con 99 soci già
l'anno successivo Svolsero un ruolo importante di
mutuo aiuto tra i soci, soprattutto in occasione di
malattie e nei lunghi periodi di disoccupazione.
La Federazione delle
Società Operaie si diffuse con il sostegno del clero
nell'intera diocesi, con una trentina di sedi ed
oltre 2000 soci (Nel solco dell'Isolano
foglio annesso a Il Lavoro del 1 maggio
1915).
Le leghe socialiste, che
interpretavano le istanze del mondo bracciantile
delle basse, erano raggruppate nella Federazione dei
Contadini della Bassa Veronese, guidate da Primo
Bonato, un attivo sindacalista di Villabartolomea
morto in un incidente stradale, di dubbia natura,
fra Isola della Scala e Buttapietra. Contavano più
di 3000 aderenti.
Le Leghe "bianche" si
indirizzavano verso il mondo contadino e mezzadrile
delle fasce medio alte. Ne era organizzatore agli
inizi del secolo il segretario dell’Ufftcio del
lavoro di Isola della Scala, Giuseppe Speranzin, che
ottenne il famoso 'Memoriale" o contratto
piattaforma. Prevedeva l'imponibile di 5 uomini e 5
donne ogni 100 campi (esclusi i mesi di dicembre e
gennaio); salari da lire 1.20 a lire 3 a seconda dei
lavori e delle categorie; aumento dei salari del 50%
per le prime 100 lire di retribuzione e del 25% sul
rimanente, oltre a tenui compensi in natura.
Mondo cattolico e ideologia
socialista esercitavano una forte azione di
concorrenzialità sul mondo agrario. Non di rado essa
si esprimeva in forme di aperto conflitto con
spaccature all'interno della comunità civile.
Da Roncolevà i socialisti
che avevano buon seguito fra la popolazione
scrivevano: "anche i preti, oltre i proprietari e i
conduttori di fondo, fanno a gara nel negare lavoro
ai contadini iscritti alla Lega". Il parroco dal
canto suo rinunciò ad una processione per non
permettere ai musicanti, quasi tutti della Lega, di
suonare e due anni dopo ci fu un'animata elezione
della presidenza, vinta poi dal rappresentante
socialista (RIGOLI 1994, p. 130).
Un episodio criminoso si
verificò nel 1905 all'azienda di Val di Zucco, dove
un salariato sparò attraverso la finestra,
fortunatamente con conseguenze minime, contro il
fittavolo Angelo Menegazzi, a letto con la famiglia.
Si conserva ancora l'immagine "impallinata" della
Madonna che pendeva sulla parete.
Nel 1907 tre datori di
lavoro di Fagnano non accettarono le nuove tariffe
concertate fra le leghe. Ne seguì uno sciopero a cui
parteciparono 300 persone, tra cui molte mondine
ferraresi, modenesi e bolognesi che trovavano lavoro
in questi latifondi.
Il comizio fu tenuto a
Trevenzuolo dall'on. Todeschini, socialista (Verona
del Popolo, 6 luglio 1907).
Nelle elezioni
amministrative dello stesso anno i socialisti
ottennero 8 seggi su 15 ed il consiglio dichiarò la
laicità della scuola elementare e abolì
l'insegnamento religioso.
Però nessuno dei due
candidati socialisti fu eletto sindaco. La carica di
primo cittadino toccò a Cesare Ferrarini di Fagnano
sostenuto dal voto dei clerico-moderati.
L'anno successivo i
socialisti di Roncolevà inauguravano la Casa del
Popolo, mentre a Trevenzuolo la Società operaia
acquistò ed iniziò a gestire un forno ed un'osteria
in via Venezia.
Lo scoppio della prima
guerra mondiale pose tregua ai contrasti che
riemersero più aspri all'indomani della sua fine,
fra socialisti e popolari cattolici. Leader
indiscusso di questi ultimi era Giovanni Uberti che,
collaboratore di don Sturzo nella fondazione del
Partito Popolare, aveva espresso una forte presenza
fra i mezzadri e i braccianti della Bassa nel così
detto biennio rosso (1919-1920). Un fatto di cronaca
successo nel nostro paese può dare l'idea del
livello dell'animosità con cui era vissuta la lotta
politica. Il 7 settembre 1919, in un contraddittorio
con l'on. Bonato, l'on. Uberti fu preso a sassate
sui gradini delle scuole elementari. Se la cavò con
una emorragia alla testa.
L'ultima iniziativa
socialista in Trevenzuolo fu l'apertura di una
cooperativa di consumo. Ebbe breve durata perché con
l'avvento del fascismo le Leghe vennero esautorate:
quelle rosse ridotte forzatamente all'inerzia,
quelle bianche inaridirono lentamente con la fine
delle Casse rurali. (p.f.)
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Capitolo 28
LA
GRANDE GUERRA E LA GRANDE DISOCCUPAZIONE
Anni di stenti, di
disoccupazione e di fame quelli della grande
guerra e del periodo immediatamente successivo,
cui il comune cercò in qualche misura di far
fronte con cantieri pubblici.
Nel verbale di una
delibera del Consiglio comunale del 20 gennaio
1914, presieduto dal sindaco Giovanni Zaramella,
leggiamo:
"la disoccupazione
infierisce in modo impressionante... alle
infinite domande di lavoro, l'Amministrazione
non sa in qual modo provvedere".
Si decise di interrare
la fossa "Peschiera" che lambiva Corte Grande,
via Staffalo e la piazza e che per secoli era
servita anche come "barcheggiadora" per il
trasporto dei covoni di riso dalla campagna
all'aia. Il proprietario, cav. Trevenzuoli
accettò le motivazioni sociali e
igienico-sanitarie che stavano alla base della
proposta e diede il proprio assenso.
Fu contratto un
prestito bancario su uno stralcio di 2.000 lire
e così un po’ di mano d'opera venne assorbita.
La paga corrisposta per
il trasporto della terra era pari a lire 0.45
per metro cubo e solo con una delibera
consiliare dell'anno successivo fu innalzata a
lire 0.65.
Sempre nel 1914
partirono per il fronte le classi dei nuovi
richiamati e questo comportò un ulteriore
aggravio per le finanze del comune che per
sussidiarne le famiglie fu costretto a contrarre
un nuovo prestito di 3.000.
La fine della guerra
rese più drammatica la situazione occupazionale
per il ritorno dei combattenti congedati. Il 30
luglio 1919 si accendeva un nuovo prestito
cambiario di lire 5000.
"Doveroso è provvedere
al lavoro di coloro che hanno combattuto per la
patria e a prezzo di indicibili sofferenze hanno
vinto con il loro eroismo la più grande guerra
che la storia ricordi". Con questa motivazione
si approvò un nuovo cantiere di lavoro per il
risanamento della piazza di Roncolevà, per la
spesa di lire 29306 (ACT, Delibera consiliare
n. 7, 5.3.1919).
Anche qui furono
interrati alcuni scoli della fossa Gambisa.
Ma la retorica poteva
solo momentaneamente far velo ad una realtà
ormai insostenibile.
Il 23 gennaio 1920 i
consiglieri rassegnavano tutti le dimissioni
perché impotenti di fronte alla quasi totale
iscrizione della popolazione all'elenco dei
poveri, alla massiccia disoccupazione e alla
mancata resa dei conti del tesoriere dal 1915 al
1919 (ACT, Delibera
consiliare n. 27, 23.1.1920). (p.f.)
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Capitolo 29
CAPITELLI
L'esistenza di un
capitello nel territorio del comune viene
attestatA già dal "campion" delle strade del
1589.
Fra quelli
esistenti il più antico è situato a Fagnano,
sul quadrivio delle strade vicine all'antica
osteria. La posizione ha condizionato la
forma del tempietto che si apre in quattro
volti poggianti su un solido piedestallo e
contenenti altrettanti santi anti-malattie
modellati dallo scultore Agostino Barbieri:
S. Caterina d'Alessandria, patrona dei
mugnai e delle ragazze da marito; S. Rocco,
che si invocava contro le pestilenze; S.
Antonio Abate, protettore degli animali
domestici e contro l’herpes zooster;
l’Immacolata. Venne ideato e costruito da
tal Giacomo Faccioli come si legge
nell'epigrafe collocata alla base del lato
sud : IMM(ACOLATA) CONC(EPTI)O B.M.V.-
LINEIS ET OPERA - IACOBI FACIOLI. La dedica
all'Immacolata, il cui dogma venne
proclamato da Pio IX nel 1854, può essere
indicativa circa l'epoca della costruzione.
Sempre entro i
limiti della parrocchia di Fagnano
s'incontra un altro capitello a pianta
circolare, in località Mantellina. Venne
eretto attorno agli anni '30 dai sigg.
Sandrini e contiene all'interno le immagini
della Madonna, S.Antonio da Padova e S.
Teresa del Bambin Gesù.
Nel 1955 venne
innalzato il capitello sito in via Marinella
all’incrocio con via Sacchetto dedicato alla
Madonna di Pompei che vi figura assieme a S.
Domenico e S. Caterina da Siena.
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Capitolo 30
L’AVVENTO DEL
FASCISMO A TREVENZUOLO
Il Consiglio comunale obbligato dal
Fascio a dimettersi.
Dai documenti e dalle testimonianze
risulta che l'adesione al fascismo fu quasi plebiscitaria
nel Comune di Trevenzuolo, in particolare a Roncolevà, dove
il P.N.F. era organizzato m Centuria e Manipolo. Gli
esponenti socialisti furono messi a tacere brutalmente. Con
un'azione intimidatoria il Consiglio comunale retto dal
sindaco socialista Guido Baldani Guerra, fu costretto a
dimettersi.
Fin dalla primavera del 1921
l'Amministrazione comunale aveva cercato attraverso
trattative di evitare una netta contrapposizione con il
Fascio locale, proponendo la nomina di una commissione con
l'incarico di cercare i modi di collaborazione, onde evitare
"i motivi lamentati e contenuti in una lettera del Fascio in
data 29 maggio 1921" (ACT, Delibera Consiliare n. 91,
24.6.1921).
Dopo un primo rifiuto, il
direttorio del P.N.F. in data 21 giugno fece seguire un vero
e proprio ultimatum: "A scanso di ....entro il termine di
trE giorni dalla data della presente lettera, le dimissioni
da parte dell'Amministrazione comunale devono essere
irrevocabilmente date!".
Il sindaco convocò il Consiglio
comunale il 24 giugno 1921. Esposta la comunicazione del
direttorio fascista, fu aperta la discussione. Il verbale
così riassume le risultanze: "La maggioranza del Consiglio
comunale, considerato che l'invito fatto al locale fascio di
combattimento per la nomina nel suo seno di una commissione
allo scopo di collaborare con l'Amministrazione comunale,
venne respinto; che successivamente in seguito alla lettera
pervenuta il 21 giugno, il fascio locale oltre che
respingere l'invito a collaborare, insiste per le dimissioni
dell'attuale Amministrazione comunale; ritenuto che di
fronte all'ultima lettera del fascio locale verso la
legittima rappresentanza comunale, viene a mancare quella
serenità di spirito necessaria per tutelare gli interessi
della popolazione; che motivi di ordine pubblico inducono ad
un serio e ponderato esame della situazione che si verrebbe
a creare qualora la maggioranza insistesse di rimanere in
carica; di fronte ad una eventuale agitazione che potrebbe
dar luogo a fatti incresciosi nella popolazione e per i
quali l'Amministrazione comunale declinerebbe ogni
responsabilità: il Consiglio comunale delibera di rassegnare
le proprie dimissioni, incaricando il signor sindaco di
darne partecipazione al signor Prefetto per le sue ulteriori
determinazioni. Letto, confermato e sottoscritto (ACT,
Delibera Consiliare n. 91, 24.6.1921 ).
Cittadinanza onoraria a Benito
Mussolini.
II 9 Aprile 1924 si tennero le
elezioni politiche generali che sanzionarono l'avvento
al potere del Partito Nazionale Fascista.
Nell'euforia della vittoria il 17
maggio dello stesso anno si riunì il Consiglio Comunale per
deliberare il conferimento della cittadinanza onoraria "alle
Loro Eccellenze Benito Mussolini e Alberto De Stefani".
Per comprendere il clima che si
viveva in quegli anni anche m un piccolo paese qual era
Trevenzuolo è utile riportare il testo della delibera
firmata dal podestà cav. Luigi Girelli: "II Consiglio
Comunale di Trevenzuolo, considerato che se l'Italia nostra
è riuscita a risollevarsi dal baratro ignominioso nel quale
i partiti sovversivi e antinazionali l'avevano gettata
nell'immediato dopoguerra lo si deve alla miracolosa energia
di S.E. Benito Mussolini, duce del Fascismo; che la
susseguente risollevazione finanziaria della Patria, auspice
il Governo Nazionale è opera del nostro grande concittadino
Alberto De Stefani; ritenuto che a queste due meravigliose
"figure" tutti dobbiamo la massima riconoscenza e che per
esternare tale doveroso sentimento si rende necessario
unanime manifestazione di solidarietà e simpatia da parte di
ogni Italiano; interpretando il sentimento unanime di
affetto di tutta la popolazione di questo Comune verso gli
artefici della Grande Italia, per acclamazione proclama S.E.
Benito Mussolini e S E Alberto De Stefani, cittadini onorari
del Comune di Trevenzuolo, dando incarico al Sindaco di
comunicare agli Insigni Uomini l'avvenuta elezione..." (ACT
Delibera Cons. Com. 17 maggio 1924).
Il monumento alla resurrezione
dell'eroe
II 12 maggio 1926 fu steso un
preliminare d'acquisto che prevedeva la cessione al Comune
da parte di Alvise Bolognesi Trevenzoli di un'area di 6400
mq metà della quale per il prezzo di 15.000 lire e l'altra
metà gratuitamente allo scopo di erigervi il Parco di
Rimembranza e il monumento ai caduti.
II 12 maggio 1928 il podestà
comunale. Luigi Girelli, deliberò l'atto formale
II comune si impegnava a far
scavare un fossato che delimitasse l'area del Parco dal
resto della proprietà Trevenzoli, praticamente una variante
della peschiera-barcheggiadora".
In quella stessa occasione fu
deliberato di scegliere, tra quattro bozzetti presentati,
quello dello scultore Franco Girelli, a rappresentare su
statua di bronzo "la resurrezione dell'Eroe pronto con la
spada a combattere e con l'aratro pronto al lavoro per la
grandezza della Patria".
La statua doveva essere alta m.
2.30 sul basamento di marmo nembro di S.Ambrogio largo m.
5.20 X 5.50.
La spesa preventivata in lire
40.000 fu poi aggiornata a lire 49.700 perché la statua fu
portata a m.2.60 e parimenti fu ingrandito il basamento per
un rapporto più armonico con l'ampiezza del Parco di
Rimembranza (ACT, Delibere del Podestà, 12. V. 1928).
Il 23 settembre dello stesso anno
si tenne un'imponente manifestazione per l'inaugurazione. Le
cronache parlano di una "fiumana" di popolo, della presenza
di molte autorità, con la partecipazione della Musica
presidiaria e della banda di Roncolevà e di un aeroplano che
volteggiava lanciando bandiere tricolori. La festa si
concluse con un grande spettacolo pirotecnico (ACT,
Delibere del podestà, 2.X. 1928). Sui lati marmorei del
monumento furono incisi i nomi dei 56 caduti nella guerra
1915-1918: Bosco Angelo, Benfatti Fulvio, Bonadiman
Domenico, Baraldi Faustino, Bognini Silvio, Caloi Giuseppe,
Caloi Vittorio, Carreri Enrico, Caldana Cesare, De Rossi
Francesco, De Rossi Mario, Ferrari Omero, Falavigna Lino,
Guaresi Guido, Gabrielli Arturo, Lucchini Albino, Mirandola
Giobatta, Mirandola Leone, Modena Albano, Milioni Angelo,
Ortelli Carlo, Rigoni Agostino, Rizzi Giuseppe, Sarti
Antonio, Targa Emilio, Vivaldi Giovanni, Vivaldi Euclide,
Zanotto Giuseppe, Zaffani Giovanni, De Rossi Guerrino, Guzzo
Giovanni, Tosi Carlo, Zanetti Agostino.
Il monumento, nel 1958. fu
spostato di una quindicina di metri per consentire l'attuale
lottizzazione di piazza R. Bolognese. (p.f.)
Tutti in divisa: divisa per
tutti.
Sull'onda dell'entusiasmo della
grande manifestazione per l'inaugurazione del monumento fu
proposto di dotare della divisa di Balilla e di Piccole
Italiane gli alunni e le alunne dalla classe seconda alla
classe quinta elementare, e della divisa di avanguardista i
giovani dai 14 ai 16 anni.
Per comprendere il clima di quell'epoca
è interessante leggere la motivazione adottata per
giustificare la spesa a carico del Comune: " II podestà,
premesso che i più alti destini della patria non sono più né
un sogno né un'utopia ma una palpitante realtà, oggi che
ogni bimbo d'Italia rispecchia nel suo sguardo tutta la fede
della Patria santificata dall'eroismo dei suoi padri,
delibera di approvare la spesa di L. 9349.8 per l'acquisto
di divise (ACT, Delibere del podestà, 26. IX. 1928).
Due anni dopo venne deliberato un contributo di lire 800 per
la "vestizione del primo nucleo dei giovani fascisti di
Trevenzuolo" che contava 45 iscritti (Ivi, 21. III.
1931).
Anche le "massaie rurali" avevano
un loro segno distintivo: un fazzoletto al collo mentre
l'orbace era privilegio dei gerarchi.
Il comune, in occasione del XX°
dell' avvento del Fascismo, concorse con lire 500 per
l'acquisto di divise necessarie per l'adunata a Roma alla
quale partecipò il gruppo locale degli Squadristi del
Partito Nazionale Fascista (Ivi, 22 .III. 1939).
Un contributo, sia pure modesto, fu
deliberato anche per la sezione Calcio di Trevenzuolo che
nel 1930 doveva partecipare alla coppa Barone Franchetti da
disputarsi a Canedole mantovano e c'era bisogno della quota
d'iscrizione e delle divise. Ecco la motivazione che
giustificava politicamente la concessione: "Questa sezione
calcistica, per la sua fedeltà al Regime, per la sua
attività e amore allo sport, corrisponde perfettamente alle
direttive del Regime e del Governo" (Ivi,
16.VIII.1930). (p.f.)
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Capitolo 31
LASCITI
Con testamento dell'8 luglio 1878,
Carlo Mendini, possidente con residenza a Trevenzuolo,
lasciava alla locale Congregazione di Carità 37 campi in
diversi corpi con casa padronale nella corte del Muraron,
stalle e case per i lavorenti.
Dovevano essere dati in affitto ed
il ricavato doveva essere impiegato nella distribuzione
settimanale di farina gialla ai poveri del comune e nella
celebrazione di un officio funebre annuo a favore del
defunto con l'intervento di 6 sacerdoti.
La clausola che vietava la vendita
di detti campi venne rispettata fino all'emanazione del
decreto presidenziale n. 616 del 24 luglio 1977 che
trasferiva ai comuni tutti i beni già degli Enti Comunali
Assistenza.
Una porzione dei terreni del
lascito Mendini fu allora utilizzato per la costruzione
delle Case popolari di via De Gasperi, un'altra parte fu
ceduta a prezzo di favore a ditte artigiane nella località
S.Pierino ed, in fine, l'area della corte padronale venne
lottizzata per gli edifici, e la piazza che prese il nome
dallo stesso benefattore.
Una soluzione certamente molto
lontana dalle intenzioni che le condizioni socio-economiche
di cento anni prima avevano suggerito al munifico Mendini.
Resta comunque il fatto che della sua generosità la comunità
di Trevenzuolo ha largamente beneficiato, prima con le
elargizioni di polenta, con i "buoni" per latte e carne, e
recentemente con aree a prezzi "stracciati" per favorire
l'edilizia popolare e le attività artigianali.
A data ancora precedente, rispetto
al testamento di Carlo Mendini, risale il "pio legato" di
don Antonio Fantini. Costui testando il 25 febbraio 1834
destinava i suoi beni a formare un livello di lire 155:56
annue con le quali provvedere alla dote di alcune nubende
fra le giovani del paese.
Il legato Fantini, che come altri
venne poi assorbito dalla Congregazione di Carità, servì nel
corso dell' '800, soprattutto per fornire gratuitamente le
medicine agli abitanti del paese in condizione di
miserabilità. Condizione che veniva garantita, come
dimostrano molte ricette conservate nei fascicoli dei
consuntivi del Comune, dalla firma del parroco pro tempore
di Fagnano posta sotto quella del medico.
Ultimo in ordine di tempo, ma non
certo di importanza, è il lascito di Almira Elvira
Antonietti ved. Bertoli. Testando il 24 febbraio 1930 essa
lasciava i suoi fondi in Trevenzuolo e Nogarole all'Istituto
Salesiano per le Missioni di Torino, con l'obbligo di
istituire su detti fondi una Scuola agraria e di erigere
entro tre anni dalla sua morte una Casa di Riposo per i
vecchi inabili al lavoro dei comuni di Trevenzuolo, Nogarole
ed Erbè.
L'Istituto Salesiano accettò
l'eredità a condizione che i suddetti comuni costruissero e
facessero funzionare la Casa di Riposo, sui 5 campi indicati
nel testamento. Per parte sua si obbligava ad impiantare,
alla scadenza dell'affittanza del fondo, la Scuola agraria,
ed a versare ai tre comuni la somma di 200.000 lire ed un
capitale fruttifero di 10.000 lire annue.
Il comune di Trevenzuolo, ritenendo
le offerte dell'Istituto bastevoli per la costruzione ed il
funzionamento della Casa di Riposo, il 24 gennaio 1931
deliberò, in concorso con i comuni di Nogarole ed Erbè, di
sostituire l'Istituto nella parte relativa alla costruzione
e gestione della Casa di Riposo.
Nel 1932 fu stipulato a Torino
l'atto definitivo di acccttazione del legato e l'anno
successivo venne eretto in Ente morale il legato Bertoli con
sede in Trevenzuolo.
In attesa degli inizi dei lavori fu
chiesta l'autorizzazione ad investire le 200.000 lire in
Buoni del Tesoro. L'incarico di redigere il progetto dell'edifìcio
venne dato agli ingegneri Polettini, Foggini e Pedrotti,
mentre i lavori di costruzione furono assunti dalla ditta
Mario.Baciga di Povegliano (ACT, Delibere del podestà,
24 gennaio 1931).
L'opera, che complessivamente venne
a costare 281.000 lire, fu inaugurata sul finire del 1935.
Accanto a quelli sopra ricordati meritano di essere
menzionati altri due benefattori: Bartolomeo Ziminiani di
Fagnano, che nel 1687 lasciò un legato con i proventi del
quale si doveva distribuire pane ai poveri ogni Venerdì
Santo, e Pietro Travagini di Trevenzuolo, che nel 1848
lasciò un legato per elemosine ai poveri ed una casa a S.
Pierino per la parrocchia. Ambedue questi legati erano
amministrati dal parroco. (p.f.)
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Capitolo 32
LA
LIBERAZIONE E LA RICOSTRUZIONE
II giorno della Liberazione, la
sera del 25 Aprile 1945, il Comitato comunale di
Liberazione Nazionale si insediò nel municipio. Era
formato da Cailotto Giuseppe e Cailotto Giovanni,
Bertaglia Giuseppe, Faccioli Umberto, Cristofoli
Agostino, Rossignoli Giacinto e Rossignoli Luigi.
Dopo vent’anni di reggenza
podestarile riappariva la figura del sindaco, eletto
provvisoriamente nella persona di Giuseppe Cailotto e
del vice-sindaco Germano Lippa.
Il prezzo pagato dal paese in
termini di morti e dispersi nell'intero periodo della
guerra risultò pesante. Trentacinque persone, di cui si
riportano i nomi, non fecero più ritorno: Artioli
Sabino, Baroni Ugo, Bissoli Nello. Bottoni Sergio,
Casarotti Luigi, Gabrielli Vittorio, Lorenzi Nello,
Luise Umberto, Milioni Luigi, Meneghelli Nello,
Migliorini Rino, Persi Lino, Sesini Ugo, Sartori Elio,
Bosco Vladimiro, Baldani Guerra Luigi, Bottazzini
Severino, Canoso Vittorio, Castellini Arturo, Ferrari
Omero, Gazzani Radames, Lorenzi Nello e Virgilio,
Lorenzetti Celestino, Meneghelli Marino, Meneghelli
Nereo, Nastasio Dante, Nastasio Remo, Rizzi Luigi,
Roveda Alessandro, Signorini Zefferino, Squassabia
Romualdo, Stella Quirino, Tondelli Aldo, Tosato
Giuseppe.
La prima preoccupazione del
Comitato fu quella di gestire il trapasso dei poteri
evitando giustizie sommarie o vendette arbitrarie.
Il corpo armato dei "Volontari
della Libertà", agli ordini del commissario di polizia
Giuseppe Bertaglia, venne incaricato di farsi consegnare
le armi da chiunque ne detenesse. Per gli inadempienti
la legge militare prevedeva la pena di morte.
II Comitato si definì l'unico
garante dell'ordine pubblico, responsabile dei contatti
con le Autorità militari Alleate e autorizzato a
provvedere a tutte le necessità della popolazione nelle
difficili contingenze. Sarebbe rimasto in carica per il
più breve tempo possibile, per preparare regolari
elezioni democratiche (ACT Verbale delibera n. 1 del
CLN di Trevenzuolo - 25 aprile 1945).
Le elezioni amministrative si
tennero l'anno successivo; vinsero i socialisti e fu
eletto sindaco il dr. Giuseppe Tapparini.
Dopo qualche tempo si dimise e
gli succedette Giovanni Reggiani di Roncolevà.
Nel 1948 la vittoria andò
invece alla Democrazia Cristiana e fu eletto sindaco il
prof. Luigi Rossignoli. A lui si devono significative
iniziative soprattutto nell'ambito dell'edilizia
scolastica e nella promozione sociale della popolazione.
(p.f.)
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Capitolo 33
MEMORIA STORICA
Le grandi corti del comune (già
protagoniste di tanta storia narrata in queste pagine) fin
dai primi anni successivi alla liberazione della primavera
1945, non furono in grado di assicurare la piena occupazione
alle centinaia di braccianti che le affollavano.
Allora, come avvenne in altri paesi
della Bassa Veronese, ma nel comune di Trevenzuolo in
maniera più accentuata, i braccianti, per affrancarsi da
condizioni di miseria, abbandonarono il paese e si
riversarono con le loro famiglie nei centri industriali di
Verona, Torino, Milano e Legnano.
L'esodo, in analogia ciclica con
quello di fine '800 verso il Brasile, interessò quasi il 30%
dell'intera popolazione.
Depauperato di un patrimonio umano
depositario di una civiltà contadina impastata di tanta
miseria e anche di molti valori, il paese perdette
abbastanza rapidamente la sua antica connotazione.
La terra, la campagna non
costituivano più l'unico riferimento del lavoro e del
reddito. Cominciò a fiorire un'economia più articolata
grazie all’artigianato, all'industria, all'ortofrutticoltura,
al terziario.
Sul territorio ulteriori
opportunità di sviluppo. È auspicabile che a questa
rinascita economica si accompagni una crescita civile e
culturale e tra i valori si coltivi anche quello della
memoria storica.
Il sapere storico, anche se
relativo a un piccolo paese come il comune di Trevenzuolo,
aiuta a comprendere meglio la propria identità perché
reintegra nel "tempo" riconoscendo la propria eredità nella
catena delle generazioni.
È importante sapere dove affondano
le proprie radici per orientare il futuro della propria
terra e del proprio paese. (p.f.)
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Con questo
capitolo si chiude la gloriosa storia di Fagnano. Ringrazio Agostino
Migliorini che con pazienza ha elaborato e sintetizzato i capitoli per
permettermi di adattarli a queste pagine on line. Tratti dal libro
("Trevenzuolo" origini
e vicende di una comunità)
a cura di
Bruno Chiappa e Pasquale Ferrarini.
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