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 Storia di Fagnano

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Avvenimenti, Fatti, Curiosità, della nostra Comunità.

Tratto dal libro ("Trevenzuolo" origini e vicende di una comunità) a cura di

Bruno Chiappa e Pasquale Ferrarini                                

 

Fagnano

Chiesa del Santo Nome di 

Beata Maria Vergine

 

Sommario:

Capitolo 1: UNA TESTIMONIANZA DELL’EPOCA ROMANA A FAGNANO

Capitolo 2: SIGNORIA ECCLESIASTICA A FAGNANO

Capitolo 3: LA FORTEZZA DI FAGNANO

Capitolo 4: DALLA PROPRIETA' ECCLESIASTICA A QUELLA PATRIZIA

Capitolo 5: LA DECIMA DEL '400 A FAGNANO

Capitolo 6: MEMORIE ARTISTICHE TRA QUATTRO E CINQUECENTO

Capitolo 7: LE VISITE PASTORALI DEL VESCOVO GIBERTI

Capitolo 8: LA PALA DEL CINQUECENTO DI RUGGERO LOREDANO

Capitolo 9: I DELLA TORRE

Capitolo 10:TRE COMUNI IN DUE VICARIATI

Capitolo 11:L'AMMINISTRAZIONE DEI COMUNI PRIMA DELLA PESTE DEL 1630

Capitolo 12: LA PESTE DEL 1630

Capitolo 13: PROPRIETA' E RENDITE DELLA PARROCCHIA DOPO LA PESTE DEL1630

Capitolo 14. LA CHIESA PARROCCHIALE FRA '600 E '700

Capitolo 15: PALA DELLA MADONNA COL BAMBINO E LE SANTE CATERINA E LUCIA

Capitolo 16: CORTE GIUSTI E L’ORATORIO DI SAN FILIPPO

Capitolo 17: CORTE RAVALDINI

Capitolo 18: CORTE DECIMA

Capitolo 19: CORTE SCHIOPPO

Capitolo 20: CRONACA NERA DELL’EPOCA E IL GHETTO DI FAGNANO

Capitolo 21: DON ANTONIO FANTINI E LA CRONACA DELL’EPOCA NAPOLEONICA

Capitolo 22: DIVAGAZIONI TRA MALATTIE E CURE

Capitolo 23: LA SCUOLA AUSTRIACA A TREVENZUOLO DURANTE IL REGNO LOMBARDO-VENETO (1814 – 1866)

Capitolo 24: L’UNITA’ D’ITALIA

Capitolo 25: UN CIMITERO PER TRE COMUNITA’

Capitolo 26: LA SCUOLA DOPO L’UNITA’ D’ITALIA

Capitolo 27: LEGHE ROSSE, LEGHE BIANCHE E ASSOCIAZIONISMO DALLA FINE DELL’OTTOCENTO ALL’AVVENTO DEL FASCISMO

Capitolo 28: LA GRANDE GUERRA E LA GRANDE DISOCCUPAZIONE

Capitolo 29: CAPITELLI

Capitolo 30: L’AVVENTO DEL FASCISMO A TREVENZUOLO

Capitolo 31: LASCITI

Capitolo 32: LA LIBERAZIONE E LA RICOSTRUZIONE

Capitolo 33: MEMORIA STORICA

 

FRAMMENTI DI STORIA LOCALE

 

Pagine scelte dal volume

TREVENZUOLO ORIGINI E VICENDE DI UNA COMUNITA’

 

Di Bruno Chiappa e Pasquale Ferrarini

Edito dal Comune di Trevenzuolo (Vr) – 1997

Testi scelti e coordinati in brevi capitoli da Agostino Migliorini

 

Capitolo 1

UNA TESTIMONIANZA DELL’EPOCA ROMANA A FAGNANO

Una villa ed una fornace a Fagnano. La testimonianza più consistente della romanità nel territorio di Trevenzuolo è quella relativa all'area del Serraglio, a Fagnano, nella quale, sul finire dell'800, durante lavori agricoli, furono scoperti resti di una villa romana e di un impianto fornacale. Ecco come dà comunicazione del rinvenimento della villa al Ministero il conservatore del Museo Veronese A. Bertoldi, cui la cosa era stata segnalata dall'appassionato di archeologia don Francesco Masè, arciprete di Casteldario "... i resti del pilone che si trovano allo scoperto erano a m. 0.80 circa di profondità ed il piano loro misurava m. 3.50 in due. Si vedevano formati di tegoloni, parecchi dei quali con bolli, sovrapposti l'uno all'altro con forte strato di calce. Un altro pilone uguale stavagli di fronte a m. 7 di distanza. Ed essi potevano benissimo formare uno dei principali ingressi del vasto edificio. Le parti scoperte racchiudono una superficie di circa 1900 mq. Dal secondo pilone piegando un po’ verso est si scoprirono le aree di due grandi stanze, divise fra loro da una specie di corridoio. Il  pavimento della prima era formato a tre strati: superiormente mosaico, poi mastice bianco e sotto ciottoli grossi posti in cemento. Quello della seconda  risultava di quattro strati perché tra i ciottoli e il mastice bianco v’era disposto un piano di cubi fittili esagonali. Tracce di un pavimento di un'altra stanza si trovano in un altro punto. Da nord-ovest a sud-est il recinto era attraversato da un condotto, forse per acqua, con nei pressi una vasca in terracotta. Si trovarono frammenti di  marmo carrarese e resti  d’intonaco dipinti  in rosso. Di terracotte, oltre la vasca sopranotata, furono trovati frammenti di anfore vinarie e di altri vasi. Tra esse meritano considerazione un coperchio d’anfora, un cono piramidale frammentato con ornati lineari a rilievo a cui manca la parte superiore che ordinariamente è forata; un’antefissa a trifoglio, un manico d’anfora col bollo NER/AE. I bolli dei tegoloni erano i seguenti: 1) C.A.BAR, 2) L.F.C. 3)TMFAB 4) NYCANS 5) C.A.N.II. 6) ANA III 7) C.A.N.A dei quali l'ultimo più volte ripetuto. Di oggetti di metallo si trovarono: un portavaso in bronzo con cerchi concentrici rilevati, alcuni frammenti di piastre di bronzo, una zappa bidente in ferro, una lama di coltello in ferro, due pezzi di piombo, uno dei quali in forma prismatica quadra con incavature su tre facce. Si rinvennero pure 6 monete, tre delle quali appartenenti la prima a Caracalla, la seconda a Filippo padre e la terza a Costantino I. Si trovò pure un frammento di base di colonna d’ordine toscano, di pietra tufacea: una pietra molare del diametro di m. 0,34 e della grossezza di m. 0,06; qualche frammento di mattone bruciato e terra carbonizzata". I reperti raccolti per l'occasione furono donati, dal sig. Avanzini, proprietario del fondo, al Museo di Verona. Nello stesso luogo secondo notizie raccolte dall'abate Garzoni, arciprete di Isola della Scala, tre anni prima erano stati dissotterrati oggetti di bronzo e, addirittura, la parte superiore di una statua virile. Due anni dopo, invece, si rinvennero altri materiali fra cui embrici con bollo, monete di bronzo, una delle quali della famiglia Pompea (129-38 a.C.) e una forse di Costante I (337-350 d.C.), nonché un frammento di stucco a fondo nero con ornati in giallo (N.S. 1879, pp.59-61: 1881.p.205). La grande proprietà del Serraglio andrebbe attribuita, secondo il Buchi, alla famiglia epigraficamente documentata a Trevenzuolo e cioè all'illustre personaggio che rispondeva al nome di Tiberio Claudio Augustano Alpino (anche dopo l'adozione da parte di Lucio Bellicio Sollerte) (BUCHI 1991, p. 478). Annessa alla villa c'era un impianto fornacale o officina teglaria. Su una quindicina di tegole qui rinvenute si sono contati ben nove bolli diversi: Qui) A(--) N(--) ii(nnix •>) il, C(tii) A(-) N(--) tennis:') lili. C(ui) A<—) N(--) a(nnis:') V.C(di) At(ti?) Bur(--), L(iici) F(-) C(-). Ti(heri) Mi('-) MHp(—)9. N\c(lìi:') Ahs (eiìtis servi7). fP(iihli) ValePIri Nu.soni.'i e Veciliai Liherialis). Una serie di elementi concomitanti e l'associazione di questa diversità di bolli fanno supporre che più persone, addette all'estrazione ed all'impasto dell'argilla, alla confezione e quindi all'essiccazione delle tegole, si siano avvalse, al Serraglio, di un unico impianto fornacale che poteva lavorare a ciclo continuo, cuocendo prodotti di diversa origine e diversa proprietà (BUCHI 1979, p. 147). La presenza di una villa urbano-rustica e di attività fornacali nell'agro di Trevenzuolo fa pensare che il territorio godesse di una sostanziale sistemazione sia fluviale che stradale. A proposito di strade è stata ipotizzata una via tra Mantova e Verona da identificare con il rettifilo per Azzano, Isolalta, Bagnolo di Nogarole Rocca, Villanova Maiardina, oppure con quello più  orientale per Scuderlando (dove è stato rinvenuto un miliario) Vigasio, Trevenzuolo, Roncolevà e Ghisiolo (CALZOLARI 1989, p. 109).  Certamente Trevenzuolo era servito, in età romana, da una rete stradale in grado di garantire i collegamenti non solo con le piccole o grandi proprietà, con i vici e i pagi, ma anche con Mantova e Verona .                                                                                                            (p.f.)

 

Capitolo 2

SIGNORIA ECCLESIASTICA A FAGNANO

Fagnano, nonostante la vicinanza a Trevenzuolo che era soggetto al Monastero di San Zeno di Verona, fu soggetto ad altra autorità religiosa: quella dei canonici della cattedrale di Verona come testimonia già il diploma di Enrico IV del 1084 (UGHELLI 1725, col.770). Esso compare inoltre fra le località di cui si conferma il possesso a detti canonici nella bolla di papa Innocenze III del 16 aprile 1140 assieme a Cerea, Erbe, Pontepossero, Pradelle, Angiari, Bionde, Porcile (oggi Belfiore). Trezzolano, Grezzana, Marzana, Poiano, Romagnano, Prun e Calmasino (ACV, 70, m. 5, n. 14). Ulteriori conferme vennero da parte dell'imperatore Corrado III. nel I 147, di Federico re, nel 1 154, e dal papa Alessandro III, nel 1 177 (UGHELLI 1725 col. 1014). In epoca imprecisata il capitolo investì della signoria di Fagnano la famiglia veronese dei Visconti. La supposizione avanzata dal Castagnetti in riferimento soprattutto ad un documento del 1 195 in cui Achillice Visconti riceve la rinuncia di un feudo da un abitante di Fagnano che si impegna ad osservare i suoi precetti circa una lite con un suo conterraneo ed è reinvestito del feudo e condannato ad un’ammenda di lire 75 di denari veronesi (CASTAGNETTI 1987. p. 20) trova conferma in un altro documento di epoca assai più tarda. Nel marzo del 1260 Zoboesio, Aldrigeto e Odorico, anche a nome di Aimerico, Carro e Guglielmo, appartenenti tutti alla suddetta famiglia dei Visconti, chiedono all'arciprete del capitolo dei canonici che sia loro rinnovata l'investitura su Fagnano cum tota sua curia et pertinencia et iurisdictione eiusdem curie (ACV. II, 21. Ir). È significativo del resto il fatto che essi vengano designati in alcuni documenti come Vicecomites de Fagnano cosa che ha spinto il Varanini ad ipotizzare un trasferimento nel contado della loro residenza (VARAN1N1 1988a. p. 117). Nella seconda metà del XIII secolo il capitolo canonicale, come altri enti, cedette i diritti giurisdizionali sulle sue ville; Fagnano con ogni probabilità entrò a far parte della fatteria scaligera. Troviamo infatti agli inizi del ‘400 questo vicariato fra quelli in possesso della Camera fiscale e unito a quello di Nogarole (ASVR.Antico Archivio del Comune, b. 429. n.427, cc.32 e 38). Come tale venne acquistato nel 1415 dalla famiglia Bevilacqua Lazise assieme ad altri della "curia" di Nogarole (VARAN1N1 1980. p.197). Oltre a quella di S. Zeno e a quella dei canonici della cattedrale una terza signoria era presente nell'ambito dell’attuale territorio comunale di Trevenzuolo: quella dei canonici di S. Giorgio in Braida che si estendeva su Palù.

Sommario

Capitolo 3

LA FORTEZZA DI FAGNANO

Fagnano era terra fortificata e si inseriva in quel sistema di difesa, il così detto Serraglio, costituito da opere artificiali come castelli, muraglie, terrapieni e dalle paludi del fiume Tione, che garantivano la protezione del territorio veronese lungo il confine col mantovano. Lo avevano ideato gli Scaligeri e i Veneziani, ad essi subentrati, ne garantirono l'efficienza per tutto il ‘400. Durante i tumultuosi anni che portarono al predominio di Venezia su Verona esso fu interessato da alcuni episodi bellici. "Nel maggio del 1404 - racconta il Verci - scacciate le guardie dei Visconti, Fagnano si diede agli Scaligeri, quando Brunoro della Scala tentò di restaurare il dominio scaligero. Sei cittadini di Pontepossero e quattro da Fagnano, furono giustiziati dai Carraresi. Ad uno ad uno caddero i luoghi fortificati di Fagnano, Pontepossero, Isola della Scala, Moradega, ecc., presi per tradimento da Iacopo dal Verme per conto di Venezia"(VERGI 1790, doc. 59). I danni subiti emergono dalla relazione della ricognizione disposta dalla repubblica veneta nel 1408. Vi si legge infatti che la "bastia" di Fagnano aveva bisogno di restauri nella copertura della torre negli spalti e nella casa che sorgeva a ridosso di questa. Si doveva inoltre costruire un rivellino, ritare la palizzata e riscavare il fossato circostante (ASVR  Antico Archivio del Comune, b. 235, n. 2745). La proposta di ricostruire una nuova fortezza non ebbe esito in considerazione del notevole costo, calcolato intorno a 25.000 ducati. Si ripiegò pertanto sulla costruzione di un ridotto in terra battuta, ma la natura insalubre della zona rese difficile reperire gente disposta a presidiarla (MALLET 1989, p. 118). Nel 1428 Fagnano figura comunque ancora fra le 20 roccaforti del territorio veronese per la cui manutenzione il Consiglio veronese fissa appositi capitoli. Lo stesso Consiglio mandò un’ambascieria a Venezia perché facesse presente in senato le ragioni per cui era opportuno recedere dalla decisione assunta " per mala informazione" di abbattere la rocca di Fagnano ed altre del territorio veronese (ASVR, Antico Archivio del Comune, reg. 57, e. 119 e reg. 59 e  17v). Ragioni che non trovarono ascolto se nel 1442 - come informa il provveditore alle fortezze Giorgio Sommariva in una sua relazione - essa venne atterrata assieme a quella di Vigasio "propugnacoli e guardie di tutto il seraglio veronese" e ciò, a suo giudizio, "per far cosa grata al marchese di Mantova" (CIPOLLA 1893, p.60). Nel 1476 al podestà di Verona Francesco Sanudo, fermatesi a Fagnano nel corso di una delle "cavalcate" ch’era costume fare per controllare lo stato del Serraglio, non rimase che sostare con sconforto davanti alle rovine di quella fortezza "butada zoso per mal consiglio" (BCVR, ms. 2904, e. 74). Ricordiamo inoltre che fra gli acquisti di terre in Fagnano che Raimondo della Torre fece nei primi decenni del '500 dall'Ufficio delle Ragioni Vecchie di Venezia troviamo anche 3 campi sui quali "per il passato era edificato il castello con fosse" (ASVR, Giuliarì-Dalla Torre, reg. intitolato "Sommario de diversi istromenti et altro della casa della Torre", e. 30). Non disponendo più di un proprio ricetto agli uomini di Fagnano fu permesso di rifugiarsi in caso di necessità nella non molto vicina "bastila" di Nogarole alla cui manutenzione dovevano dare il loro contributo (VARANINI 1979 P-172)          (b.c.)

Capitolo 4

DALLA PROPRIETÀ ECCLESIASTICA A QUELLA PATRIZIA

 

II processo di trasferimento di terre da piccoli proprietari a membri di famiglie cittadine i quali concentrarono nelle proprie mani anche molti dei beni feudali di S. Zeno, la cui presenza per quanto attiene la proprietà si vanifica, si accentua nel Quattrocento. Si tratta di borghesi che - secondo un comportamento che caratterizza la categoria in quest'epoca e che è stato sottolineato da molti studiosi- investono nell'acquisto di terreni e di porzioni di decima i guadagni derivanti da attività commerciali connesse con il lanificio veronese o dall'esercizio di libere professioni. Il fenomeno comporta novità nella gestione delle aziende e dà impulso all’azione di allargamento degli spazi agrari attraverso la riduzione del bosco e della palude a favore del prato e dell'arativo. Le più intraprendenti fra queste famiglie sono gli Arcoli, i Sogeri (il nome, presente anche nella versione "Sogari", muta presto in quello di Zambonini), i Peroni, i Farfusola, i Da Quinto, i Nichesola, i Bavilacqua-Lazise, gli Zerbi, i Guantieri e, soprattutto, i Pellegrini, gli Allegri, gli Schioppo e i Fontanelli.

Tutti nomi che troviamo presenti fra quelli dei membri del consiglio cittadino in un periodo in cui quest’organo presentava una composizione socialmente eterogenea.

Nel corso del XV secolo, e ancor più in quello successivo, si realizzò un processo di riduzione numerica della presenza di questi possidenti in Trevenzuolo con il sostanziale prevalere degli ultimi fra quelli sopra elencati. Essi vennero assumendo un'importanza sempre maggiore nella vita dell'intera comunità per le diverse forme di controllo connesse con il loro potere economico. Controllo che dall'Alto Medioevo si è protratto fino alla fine dell’Ancien Régime e per certi aspetti

anche oltre. È per questo che ci è parso opportuno dedicare ad essi una particola re attenzione documentandone sinteticamente le fortune.

I Pellegrini.

Fra i beni di S. Zeno finiti nel corso del ‘300 nelle mani degli Scaligeri ve n erano anche alcuni appartenuti ad Alessandro da Lisca (olim Xandri de Lisca). I Da Lisca erano dazieri e uomini di corte fiorentini avviatisi, nella seconda metà del ‘300, alla camera militare. Sul finire del secolo vennero benefìciati da G. Galeazzo Visconti con i beni entrati a far parte della Fattoria di Verona in seguito alla confisca effettuata nei confronti dei Veronesi che avevano preso parte alla rivolta del 1390 (SOLDI RONDININI 1981, p. 150).

Un documento del 1406 ci informa della restituzione operata da parte della Fattoria a favore di Giovanni Da Lisca di tutta la possessione di Trevenzuolo, prima concessa al dominus Battista Baldovini, sulla quale gravava un livello di 200 lire a favore del Monastero di S. Zeno. Il Da Lisca si impegnava da parte sua a versare un affitto di 400 lire annue (ASVR, Murari della Corte Brà, b. 11, n. 196).

Le sfortune politiche del miles Alessandro Da Lisca, considerato ribelle dalla Serenissima e costretto a rifugiarsi a Mantova, portarono ancora una volta alla perdita di tutte le proprietà compreso il feudo di Trevenzuolo. Su intercessione del duca di Mantova in data 9 marzo 1437 egli otteneva però il perdono dal doge Francesco Foscari e la reintegrazione nei diritti feudali. Ma avendo promesso al dottore di leggi Antonio Pellegrini 1300 ducati come dote della figlia Giovanna a questi sposata e non disponendo di tale somma decise di rinunciare a suo favore tutte le pezze di terra, il mulino e i diritti di decima facenti parte del feudo di Trevenzuolo. A tale trasferimento dava la sua approvazione il 12 giugno 1445 l’abate commendatario Gregorio Correr dietro impegno del Pellegrini di dare ogni anno al monastero, a titolo ricognitivo, le già accennate 200 lire veronesi. Le pezze di terra, situate nelle località valdezucho. anchona, levaolle, s. luca, mortella, sorte, erano complessivamente 11 per un totale di circa 25 campi (O.F, reg 1-2, cc. 1 e 4).

Gli Allegri.

Anche gli Allegri si insediarono in Trevenzuolo soprattutto come feudatari di S. Zeno.

Di condizione mercantile, essi avevano messo insieme, nel corso del ‘300 un considerevole patrimonio agrario con acquisti effettuati quasi esclusivamente nel territorio di Zevio.

Agli inizi del ‘400, mentre prosegue il loro impegno nella lavorazione dei pannilana, aumenta il patrimonio prediale in quel di Zevio, soprattutto ad opera del “drappiere” Fineto del fu Allegro degli Onorii (così allora veniva designata la famiglia), residente nella contrada cittadina di Ferraboi fino al 1423 quando procede alla divisione di terreni e soccide di animali con il fratello Alberto, e poi in S. Vitale (ASVR, Allegri, perg.229). Un altro membro della famiglia il “tintore” Giovanni, che pure dimostra una buona capacità di investimenti, indirizza la sua attenzione verso la zona occidentale della pianura. Nel 1412 e in anni successivi effettua locazioni di terre in Vigasio (ASVR, Allegri, pergg. 175, 206, 214, 300). Agli inizi degli anni ‘30, quando ormai può affiancare il titolo di providus vir a quello professionale di drappiere, lo troviamo ad acquistare terre in Bagnolo e, in particolare, nella contrada Vivaro, ai confini con Trevenzuolo (ASVR Allegri, pergg. 308, 310, 322, 323). ' "

In fine, nel 1438, assieme al figlio Leone, riceve dal monastero di S Zeno le terre precedentemente tenute a livello da tal Bernardo da Fagnano (ASVR, Allegri, perg. 361). Le sue proprietà nel territorio di Trevenzuolo dovevano già avere una certa consistenza se cinque anni più tardi dà in locazione a Mamerio fu Francesco da Fagnano le pezze di terra non locate ad altri (petias terre sitas et existentes in villa et pertinentia trevenzoli non aliis ìocatas) e “in godimento” 20 campi a prato con contratto che prevede di parte dominicale il terzo dei cereali maggiori e minori, delle uve e di tutti gli altri prodotti. Nello stesso anno risulta avere propri lavoratori nella possessione denominata Cadalora (ASVR, Allegri, pergg. 366 e 370).

Gli Schioppo.

La famiglia veronese degli Schioppo si afferma nell'ambito della borghesia veronese nel ‘400 e impiega i profitti ricavati dai commerci in numerosi acquisti di terreni a Zevio, Isola della Scala, Trevenzuolo e Fagnano.

Nella seconda metà di tale secolo è attivo Giovanni fu Antonio che ha la sua residenza nella contrada cittadina di S. Maria in Chiavica e possiede una tintoria (domus tinctorie artis minute) nella contrada di S. Paolo oltre il ponte delle Navi. Nel 1477 lo troviamo come acquirente di due pezze di terra boschiva in Fagnano, una in contrata pratorum e l'altra in contrata longirole per 40 lire di denari veronesi (ASVR, Istituto Esposti, perg. 8072). Nel 1481 acquista una pezza di terra casaliva “murata copata et solerata” con pozzo e orto situata presso la chiesa di S. Maria (Ivi. perg. 8243). Egli muore agli inizi degli anni '80 lasciando i suoi beni ai fìgli Giacomo e Cristoforo che proseguono nella politica di investimenti terrieri tracciata dal padre. Per quanto ci interessa li troviamo come acquirenti, tramite procuratore, di una pezza di terra del valore di 15 ducati nel 1480, di un'altra in contrata roncheti seu campagnole, dell'estensione di un campo, stimata 11 duca-

ti, l'anno successivo e di una terza situata in contrata pratorum, per 5 ducati, nel 1482 ( Ivi, pergg. 8148, 8156, 8192).

Nel 1485 essi procedono alla divisione dei beni. Nella parte assegnata a Cristoforo troviamo l'intera possessione di Fagnano con tutti i terreni aratori, prativi, vignati, paludivi, boschivi vegri, i pascoli, le case e tutti i livelli di qualsiasi genere esistenti in Fagnano, Erbè, Isola della Scala, Trevenzuolo o altrove. Assieme alle terre riceve anche i buoi da lavoro con carri, aratri e gli altri attrezzi rurali appartenenti alla medesima possessione (Ivi, perg. 8241).

A proposito dei livelli che esso eredita un documento dello stesso anno ci fornisce un elenco di 29 persone che pagano prevalentemente in frumento (Ivi, perg. 8244).

Il nome di Cristoforo ricorre anche in un altro documento del 1485 relativo all'acquisto di parte di una casa nei pressi della chiesa di S. Maria e di una pezza di terra in Rivano; in una locazione perpetua del 1486; nell'acquisto e successiva locazione di due campi nel 1487-1488 (Ivi, pergg. 8252, 8271, 8300).

Nel 1623 gli Schioppo acquistano da Gerolamo Lazise, per il prezzo di 75 ducati “tutte le ragioni, actione e giurisdizioni di cadauna sorte [....] nel dacio delli animali della villa e pertinentia di Fagnano e le ragioni de essercitar macello et vendere et comprar carne et far osteria in detta villa e pertinentia con tutte le ragioni et giurisdizioni, privilegi et essentioni spelanti e competenti al detto Signor” (ASVR, Camera Fiscale, b. XXVIII, n. 239). In tale epoca essi erano i maggiori possidenti del luogo. Francesco Schioppo aveva una tenuta del valore di 20.000 ducati e 3/4 di decima valutata 9.000 ducati; Giovanni fu Vespasiano beni per 6.000 ducati (A.E.P, reg..478, a.1628) . Quest'ultimo dettava il suo testamento il 21 ottobre 1634 lasciando le terre di Vigasio e Remenor alla sorella Margherita, sposata con Galeotto Lazise , e "tutti gli altri suoi beni mobili e immobili, ragioni, ationi et nomi de debitori [....] agli poveri di Cristo" (ASVR, Notarile, m. 237, n.171).

Fu così che la Santa Casa di Pietà di Verona ricevette oltre 500 campi divisi fra la possessione di Fagnano, quella di Rivano, ai confini con Trevenzuolo, e quella della Mantellina, ai confini con Isola della Scala. Su ognuna vi era la casa per ilavorenti e sulla prima, nella contrada Sacco, anche quella da padroni “con corte apperta da tre parte, fenile di chiusi quattro, murato, copato, con sue stalle, pozzo, forno, polinar”.

Nel 1740 questi beni furono venduti al pubblico incanto ed acquistali da Gerolamo e Carlo Allegri per 8500 ducati (ASVR, Istituto Esposti, reg.97, cc.71-83)

Nella chiesa parrocchiale di Fagnano gli Schioppo disponevano di una propria cappella con altare dedicato al nome di Gesù, con l’obbligo della celebrazione di una messa settimanale. Nel 1604 l’altare veniva dotato di una rendita di 50 ducati e di una casa per mantenere un cappellano che celebrasse il sacrificio quotidiano. A questa rendita nel 1637 Giovanni Schioppo aggiunse i frutti di un quarto della decima di Fagnano ( ASVR, Schioppo, b.III, proc.n.n. e ACVVR.b. Fagnano).

Capitolo 5

LA DECIMA NEL ‘400 A FAGNANO

 

La corresponsione della decima parte dei frutti della terra serviva ad assicurare il mantenimento del clero e l'efficienza dei luoghi di culto. Per motivi che non è qui il caso di spiegare già nei secc. IX-X le decime incominciarono a non essere di esclusiva attribuzione delle chiese e ad essere considerate beni alienabili o trasmissibili per via ereditaria. Se il possesso derivava da un’investitura del vescovo il passaggio di proprietà doveva essere ratificato da tale autorità previo il pagamento di un canone ricognitivo. Il fatto di essere diventati oggetto di ogni forma di transazione portò spesso i diritti di decima ad una notevole parcellizzazione.

In Trevenzuolo la decima si presentava distinta, agli inizi del '400, in otto porzioni o "colonelli" (o suddivisa in 48 parti.

La decima di Fagnano invece era confluita agli inizi del '400, attraverso una serie di acquisti ravvicinati nel tempo, nelle mani del solo Pietro da Campo. Aveva infatti comperato da Guglielmo del fu Agostino giudice la metà di 3/4 di essa in due rate, la prima per 170 ducati nel febbraio del 1400 e la seconda nel novembre dello stesso anno per 205 ducati; la quarta parte di metà di 3/4 per 193 ducati nel dicembre 1404 da Francesco da Carrara; la terza parte di 3/4 dal nobile Donato Sagramoso nell'ottobre del 1405 per 382 ducati. Pertanto il 12 maggio 1407 chiedeva al vescovo veronese Angelo Barbarigo l'investitura feudale dell'intera decima ville, curie et guarde di Fagnano giurando fedeltà allo stesso ed ai suoi successori (ASVR, Allegri, b. 21, n. 327).

(b. c.)

Capitolo 6

MEMORIE ARTISTICHE TRA QUATTRO E CINQUECENTO

 

Pur in mancanza di elementi sufficienti per una ricostruzione di cosa doveva essere il patrimonio artistico nei tempi più antichi, possiamo ricordare quanto compete alle chiese del comune di Trevenzuolo che appartiene al Quattro e Cinquecento: pochi e spaesati frammenti di un patrimonio disperso, o avulso dal contesto primitivo, che tuttavia presentano non pochi motivi di interesse.

Qualche elemento di contestualizzazione viene dalle relazioni relative alle visite del vescovo Gian Matteo Giberti, effettuate tra il 1526 e il 1541, dove par di intuire, soprattutto nell'elencazione degli arredi e ad esempio nella scarsa presenza di suppellettili d'argento, la modesta dotazione di queste chiese e insieme la necessità, insistentemente richiesta, di interventi di restauro e di adeguamento delle strutture a quelle esigenze di culto e di officiatura strenuamente rivendicate dal magistero pastorale del rinnovatore Giberti, nonché leitmotiv delle stesse relazioni pastorali.

Una prima parola, anche perché ricordato nella visita del 1526, che prescrive che fiat cancellum circa baptisterium, e in quella del 1532, dove è registrato che factum est ciborium. super baptismum (FASANI 1989, pp. 146 e 982), va al fonte battesimale di Fagnano, sobrio manufatto ottagonale in marmo rosso veronese che l'iscrizione incisa su due fianchi data a! 1432 e riferisce al rettore della chiesa, il presbitero Marco fu Reginaldo: PRESBITER MARCVS QVONDAM DOMINI REGINALDI DUCIS SIRIE RECTOR HVIVS ECCLESIE SANCTE MARIE DE FAGNANO IMPETRAVIT SANCTVM BAPTISTERIVM DE 1432 . Si tratta di un manufatto tipologicamente caratteristico dell'area veronese, avvicinabile agli esempi, se pur meno slanciati, della parrocchiale di Fumane (datato 1442) e della pieve di San Floriano (ROGNINI 1981,p.628).

Mentre poco si può dire dell’affresco rinascimentale della Madonna col Bambino (con sul braccio un uccellino) su un muro che è quanto resta a Fagnano del primitivo edificio inglobato nell'attuale parrocchiale, l’attenzione può concentrarsi su un'importante scultura lignea, la Madonna col Bambino di Fagnano, a sua volta collegabile all'antica esistenza in loco, ricordata anche nelle visite del vescovo Giberti, di una confraternita della Beata Vergine.

Adattata nella cappella di destra entro un altare barocco (sul retro del tronetto è dipinta la scritta: "Fu restaurata / il dì 14 agosto / 1797"), essa è quanto resta di un tipo di arredo caratteristico del Rinascimento, epoca alla quale doveva risalire anche una imaginem sancti Petri ligneam, quae indiget restauratione segnalata nel 1532 nell'oratorio di San Pietro di Trevenzuolo (FASANI 1989, pp. 983-984).

La scultura di Fagnano appartiene ad una produzione in serie che grazie alla fortuna devozionale ancora vanta, soprattutto in provincia, numerosi esempi e che non manca di intrigare la stessa storiografia attuale, alle prese con una tipologia compositiva diffusa anche al di fuori del territorio della diocesi veronese ed evidentemente seguita, per il successo del modello, da più botteghe veronesi, a cominciare da quella -nota per alcuni esempi firmati- di Giovanni Zebellana.

Nel nostro caso si tratta di una variante, con passaggi d'intaglio pressoché identici (ad esempio nella lavorazione delle pieghe del manto tra una gamba e l'altra della Vergine) e con un Bambino che per l'analogia del modello pure sembra suggerire la stessa mano, della Madonna col Bambino nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta a Riva del Carda, recentemente documentata quale opera commissionata nel 1487 all'intagliatore veronese Antonio Giolfino (ante 1450 - post 1510: sulla statua di Riva si veda GHETTA 1991 pp 8-10 14-16- ERICANI 1991, p. 31). (e.m.g.)

 

Capitolo 7

LE VISITE PASTORALI DEL VESCOVO GIBERTI

 

Alle stesse date delle visite pastorali a Trevenzuolo (1526-1541) avvengono anche quelle della vicina parrocchiale di S. Maria di Fagnano.

Nella prima visita figura come titolare Bernardino Venerio, vescovo clugiensis, che ha eletto a sostituirlo un prete del posto, don Francesco Macone, fornendogli un salario di 29 ducati. All’esame del vicario del Giberti egli risulta sufficientemente istruito, ma non molto preparato per la cura d’anime (sufficientem in grammaticalibus, ad curam autem animarum non multum intelligentem); secondo il giudizio dei popolani: degno di lode. La chiesa dispone di un modesto corredo di oggetti sacri, fra cui un tabernacolo di legno dorato ed un altro di rame dorato, ma manca di campana (Ivi, p. 145).

Il reddito della parrocchia, che conta sulle 150 anime da comunione, è precisato nella visita del 1529: circa 40 ducati.

La stessa ci informa che funge da cappellano un monaco di S. Maria in Organo, che per la sua ignoranza è invitato a presentarsi al vicario vescovile. Esiste già una società laicale intitolata alla Madonna e nella chiesa deve essere edificato un altare da dedicare al Corpo di Cristo. Così aveva disposto 1’”egregio” Agostino Schioppo del fu Cristoforo che testando nel 1525 aveva incaricato il fratello Luigi ed il rettore don Francesco Macone di provvedere affinché venisse portata a compimento la cappella da lui iniziata, attingendo ai suoi possedimenti per 1’acquisto dei materiali e per la sua dipintura (Ivi, p. 340 e ASVR, U.R. Testamenti, m. 117, nn. 183-184). Va segnalata la presenza fra i testimoni all'atto dei fratelli Gerolamo e Francesco Badile e di Michele pittore.

Quando arriva m parrocchia, l’anno seguente, i1 Giberti, l'altare è già stato costruito, ma manca ancora la prevista pala.

Come di consueto la prima preoccupazione dell'illustre presule è rivolta a verificare con quale cura venga conservata l'Eucaristia. La visita si sofferma poi a sottolineare la calda esortazione indirizzata dal domenicano Giovanni da Modena nella sua predica al popolo affinché intraprenda la via del bene e perseveri in essa al fine di poter sentire, nel giorno del giudizio, il gioioso invito di Dio ad ascendere in Paradiso (ut in die indicii tremenda audire mereatur de ore Domini vocem illam iucunditate maximam repletam:" Venite benedicti patris mei").

Si passa quindi agli aspetti organizzativi e disciplinari. Cappellano e titolare sono sempre gli stessi e il vescovo fa intimare a quest'ultimo di produrre, nel termine di un mese, la documentazione dei suoi diritti sul beneficio, mentre al primo consegna copia del Breve Memoriale affinché impari con cura ciò di cui ha bisogno per svolgere adeguatamente il suo ministero.

I nobili che hanno proprietà m loco sono: Giulio del Bene, Luigi Schioppo Graziadio da Campo e Cristoforo Fontana. La popolazione è globalmente di 250 anime ed è già iniziata la registrazione su apposito libro dei battezzati (Ivi, pp 757-759).

Una situazione sostanzialmente invariata delinea la visita del 1532 eccetto il fatto che la chiesa - ma è probabile si tratti di errore del notaio verbalizzante - risulta intitolata a S. Caterina.

Nell'ultima visita del vescovo Giberti, nel 1541, troviamo invece un nuovo rettore, don Francesco Macone, e un nuovo titolare, il protonotario apostolico Roberto Magio (Ivi, pp. 982 e 1262).

 
Sommario

Capitolo 8

LA PALA DEL CINQUECENTO DI RUGGERO LOREDANO

 

Resta a testimonianza della pittura sacra di ispirazione controriformistica la bella Madonna del Rosario nella chiesa parrocchiale di Fagnano, opera da rivendicare - tra l'altro quale sua opera migliore - al catalogo del pittore ravennate ma attivo a Verona, dove muore, Ruggero Loredano (1534 c. - 1609).

I necessari confronti vengono da alcune segnalazioni recenti che hanno evidenziato il ruolo, tutt’altro che spregevole, che compete al Loredano nell'ambito dei pittori legati alla bottega di Domenico Brusasorci (ROGNINI 1976 pp  193-195; REPETTO CONTALDO 1991, pp. 86-90; MAZZA 1992, pp. 67-69).

Risultano essere particolarmente vicine al dipinto di Fagnano, soprattutto nella disposizione delle figure dei due santi domenicani, Domenico di Guzman e Caterina da Siena, e dei devoti in secondo piano - i potenti ed il popolo della Cristianità -, le Pale del Rosario di Santa Maria di Zevio e di San Floriano, quest'ultima già attribuita alla scuola del Brusasorci e datata 1600: rispetto a queste tuttavia la nostra pala si arricchisce non solo dell'intenso ritratto dell'arciprete committente in basso, ma anche del decorativo inserimento dei Misteri del Rosario all'interno della pala stessa, quali medaglioni appesi ai due rami dell'albero che girano a formare una simbolica mandorla attorno all'immagine eretta della Vergine, il brano qualitativamente più apprezzabile del dipinto in cui la Madre di Dio viene presentata nel duplice ruolo di Madonna del Rosario, dispensatrice appunto dei rosarii, e di Immacolata Concezione che calpesta la luna.

La bella pala, luminosissima nello sfondo di cielo e risplendente di dorature (nelle cornici a corolla che contornano i Misteri, nelle aureole, nella corona e nella cintura della Vergine), attende un adeguato restauro che ne evidenzi le qualità cromatiche: attualmente essa è appesa su una parete presso l’ingresso, entro un decoro murale novecentesco, mentre la sua collocazione primitiva doveva essere nella cappella della Madonna, dove probabilmente fungeva da sportello apribile che copriva la statua quattrocentesca di cui si è parlato nei capitoli precedenti.                                                                                                                                                                                                                                                     (e.m.g.)  

 

Capitolo 9

I DELLA TORRE

 

Nell'ultimo decennio del '400 compaiono fra i proprietari di beni prediali in Fagnano i Della Torre. Appunto nel 1490 Alvise del fu G. Battista dà in locazione ad un nativo di Roverchiaretta una pezza di terra situata nella contrà Cao-di-villa. Negli anni immediatamente successivi è il celebre medico dello studio padovano, Girolamo, che compie numerose transazioni economiche sempre relative a terre in Fagnano. La serie degli acquisti, permute e locazioni prosegue con i figli Raimondo e G. Battista fino al 1559 e vi compare anche quello delia quarta parte del vicariato di Fagnano (ASVR, Giuliari-DalIa Torre, reg. intitolato Sommario de diversi istromenti et altro della casa della Torre). Inizialmente si trattò di modeste estensioni di terra come dimostra il fatto che i Della Torre non figurano fra i cittadini habentes predia nella visita pastorale del 1530 mentre compaiono in quella del 1541 (FASANI 1989, pp. 759 e 1262). Forse fra le due date va collocato il grosso acquisto, con esborso di 8000 ducati, della possessione già appartenuta ai Belfante e poi passata alla Camera Fiscale (ASVR, Giuliari-Dalla Torre, reg. 2. c. 22).

Ad ogni buon conto l'anno 1539 il doge Pietro Lando nominava il nobile Raimondo della Torre conte di Fagnano e Cona (B.Cap. VR, Giuliari-Dalla Torre, dipl. 18). Due anni dopo G. Battista, figlio di Raimondo, tramite lo zio Giulio ed il celebre medico Gerolamo Fracastoro, suoi tutori, acquistava ed in parte permutava terre con Francesco Schioppo (ASVR, Della Torre, perg. 111). Nel 1653 Gentile della Torre, della contrada cittadina di S. Marco, denunciava di avere in Fagnano tre possessioni. La prima comprendeva, oltre alla corte cinta di mura con casa dominicale in contrà di Castelletto, altri dieci appezzamenti per complessivi 195 campi. Lavorati "in casa", vale a dire a conduzione diretta, rendevano mediamente 285 ducati. La seconda, pure in 10 corpi, comprendeva 195 campi condotti mediante lavorenti e rendeva di parte dominicale 225 ducati. La terza, in fine, pure a lavorenzia, assommava a 157 campi divisi in tredici corpi e rendeva, un anno con l'altro, 250 ducati (A.E.P., reg. 29, e. 237).

Il fuoco di Gentile si estinse con la sua morte. La figlia Chiarastella sposò in prime nozze un Allegri e successivamente Marc'Antonio Sagramoso portandogli in dote buona parte dei beni paterni.

Dalle polizze del 1682 risulta infatti che egli ha due possessioni in Fagnano affittate per ducati 50 e varie regalie (A.E.P., reg. 43, c. 712). La terza possessione, nella quale era compresa anche la casa dominicale, era stata attribuita dalla Camera Fiscale ad Alessandro Noris.

Nel 1686 le terre da poco acquistate dai Sagramoso entrarono a far parte del più vasto fondo dei conti Allegri.

                                                  (b. e. )

Capitolo 10

TRE COMUNI IN DUE VICARIATI

 

In epoca veneta Trevenzuolo, Fagnano e Roncolevà costituivano entità amministrative autonome. Ognuno aveva una propria vicinia, propri consiglieri, un "massaro" per la cura degli aspetti finanziari, un "esattor" per la riscossione delle così dette dadie, un notaio per la verbalizzazione degli atti pubblici, etc.. L'amministrazione della giustizia per ogni somma era esercitata da un vicario, nominato dall'abate di S. Zeno, che aveva la sua sede in Erbè e comprendeva entro i limiti della sua giurisdizione anche Roncolevà, Granarolo, Moratica e S. Pietro in Valle. Erano i beni che S. Zeno aveva mantenuto mediante la transazione stipulata nel 1407 con la Camera Fiscale, rinunciando definitivamente ai diritti su Cavaion, Caprino ed altre "ville" della zona gardense da decenni infeudate agli Scaligeri (VARANINI 1981, parte I, par. 1).

Il confine con il Mantovano fra Roncolevà e Castelbelforte era segnato dal fosso Rabbioso come venne confermato da una ducale di Michele Steno del 13 giugno 1408 che ribadiva l'appartenenza al Veronese della domus Mandragi e delle "ville" di Granarolo e Spinimbeco (ASVR, Antico Archivio del Comune, reg. 52, c. 8v).

L'esercizio della giurisdizione non avvenne sempre pacificamente come documentano alcuni "atti di sottomissione" del 1456.

L'anno innanzi infatti l'abate commendatario di S. Zeno, Gregorio Correr, approfittando della recente entrata in vigore dei nuovi statuti cittadini, riformava gli Ordinamenti del Lungotione adeguandoli a quelli dei vicariati del comune di Verona e stabilendo, fra l'altro, che il vicario godesse di un salario mensile di 22 lire imputabile alle "ville" soggette, in proporzione della rata d'estimo di ciascuna. Ma al momento di dar attuazione alle nuove deliberazioni il vicario, Marco Emilei, trovò opposizione da parte di molte "ville" del Lungotione e mentre Erbè, Roncolevà e S. Pietro in Monastero rinunziarono presto alla lite temendo di perdere i privilegi dei quali comunque godevano, Granarolo, che comprendeva le località di Seseole, Sinambeco e Curtalta, contestò i diritti di S. Zeno chiedendo la sottomissione giuridica al comune di Verona. Quest'ultimo però non volle accettare l'offerta dei distrettuali per non affrontare una controversia con l'abazia dall'esito incerto.

La convocazione della vicinia generale e la sottoscrizione da parte dei convenuti di un pubblico atto di sottomissione portò alla risoluzione del caso (VARANINI 1980, p.88,nota 111).

Fagnano apparteneva ad altra giurisdizione e il diritto di vicariato venne acquistato nella prima metà del '400 dalla famiglia Bevilacqua-Lazise che lo cedette nel 1623 agli Schioppo.

Sempre a proposito di Fagnano risulta che nel 1789, essendo morto senza discendenti il nobile Francesco Duodo, possessore di parte della giurisdizione del luogo assieme a quella di Nogarole, il Magistrato veneto sopra i Feudi poneva all'incanto tale parte come "feudo nobile, gentile, retto e legale antichissimo con l'annesso specioso titolo di conte" (ASVR, Camera fiscale, b. XXI, n. 106).

(b.c.

Capitolo 11

L’AMMINISTRAZIONE DEI COMUNI PRIMA DELLA PESTE DEL 1630

 

Le entrate con cui garantire l'amministrazione del comune erano fomite sotto VeneZia, da una quota parte delle tasse imposte dall’autorità centrale, ripartite fra Città, Clero e Territorio e dall'eventuale possesso di propri beni. Sappiamo, ad esempio che il comune di Trevenzuolo aveva una certa quantità di campi ai confini con Bagnolo e Nogarole, prevalentemente occupati da palude e quindi di scarsa rendita. Nel libro d'estimo del 1639 essi ammontano a 150, mentre quelli del comune di Fagnano erano poco più di una trentina per un valore di stima di 403 ducati.

II comune di Roncolevà figura disporre fin dal sec. XIV di beni ottenuti in locazione perpetua dal monastero di S. Zeno. Si trattava - come si legge nel rinnovo della locazione dell'anno 1596 fatto dagli uomini del luogo - di tutte le possessioni case prati, terre aratorie con vigne, boschi, vegri, paludi e pascoli situate "in la guardia e pertinentia di Roncolevato [.....] le quali confina verso matina il dugale della Gambisia, sera la guardia di Bagnolo, nona le Cha, il Latisone, Sasevolo e Granarolo, monte la guardia di Trevenzolo". Complessivamente si estendevano per 952 campi e per essi il massaro versava al monastero il fitto annuo di lire 398, oltre a 12 lire ad ogni rinnovo ventennale. Da parte sua il monastero si riservava i diritti giunsdizionali, quelli di decimazione e la riscossione del dazioal grosso ed al minuto.

Per quanto riguarda la sede sappiamo che, come risulta dal Campion delle strade del 1589, Fagnano possedeva una propria “casa” mentre vediamo che Trevenzuolo usufruiva di una sede in affitto.

Capitava non di rado che i comuni non fossero in grado di soddisfare alle contribuzioni ordinarie o straordinarie che venivano loro imposte. In tal caso potevano ricorrere alla vendita di terreni, se ne possedevano, o a mutui presso privati o monasteri. Per l’una e per l’altra soluzione occorreva però l’autorizzazione di Venezia. E’ quanto, ad esempio, avvenne per il comune di Fagnano nel 1733 quando per soddisfare il debito con la “cassa del dazio” si ricorse ad un prestito di 300 ducati concesso dalle monache del convento cittadino di S. Caterina da Siena al tasso di interesse del 4 per cento (ASVR, Allegri, b. 30, n. .459).

II libro d'estimo del comune di Fagnano del 1628 è più parco di notizie rispetto a quello di Trevenzuolo, ma permette comunque di effettuare alcune considerazioni. La condizione della proprietà contadina anche se riflette le linee di tendenza generali, quelle cioè di una progressiva erosione a favore della proprietà patrizia, presenta, tutto sommato, caratteri di maggior consistenza rispetto a quanto rilevato per Trevenzuolo.

L’estimo “reale” elenca 32 distrettuali che complessivamente possiedono 199 campi. L’estensione media della proprietà risulta quindi di 6 campi, ma si passa da un minimo di 20 vanezze di un Battista Signorini ad un massimo di 25 campi degli eredi di Pietro Macon. Accanto a quest'ultimo si collocano altri 7 proprietari con lo stesso cognome e con beni abbastanza consistenti rispetto alla media Altri cognomi che ricorrono sono quelli degli Zeminiani, dei Becelli, dei Pasini, ecc.

Il "libro" elenca anche altri 17 "particolari" che hanno terre (in tutto 22 campi) o case per i quali pagano un livello a proprietari cittadini.

Quali fossero gli altri possessori di terre in Fagnano non viene indicato direttamente, ma dall'esame dei confinanti con le pezze di terra dei surriferiti distrettuali è possibile ricavarlo: i conti Della Torre, gli Schioppo, gli Allegri, Pietro Fontana, i Belfante , Giacomo Moscaglia, Francesco Spinetta, la chiesa di S. Maria di Trevenzuolo. Sono in genere gli stessi nomi che ritroviamo nella "nota delli beni che sono stati quistati da cittadini delli contadini" (A.E.P, reg. 478). L'estensione esatta, o comunque verisimile trattandosi di fonte non sempre del tutto attendibile, si potrebbe ricavare dall'esame delle "polizze d'estimo" delle quali disponiamo però solo a partire dal 1653. (b.c.).

 

Capitolo 12

LA PESTE DEL 1630

 

La peste di cui ci ha lasciato documentazione il medico Francesco Pona nel suo Il gran contagio di Verona infuriò m città e nel contado fra la primavera e l'autunno del 1630, raggiungendo l'acme nei mesi di luglio e agosto.

All'inizio dell'anno successivo, Alvise Vallaresso, Provveditore alla Sanità inviò persone di sua fiducia, accompagnate da notai, presso le varie comunità ad accertarsi dell'effettiva cessazione del morbo e per fare un censimento dei morti. Per la nostra zona venne incaricato il nobile Giacomo Brà che, dopo essersi informato della situazione di Isola della Scala e aver preso nota dei decessi verificatisi nel centro e nelle frazioni, si trasferì a Trevenzuolo per incontrarsi con il sacerdote di quel luogo. Essendo stato anche questo travolto dal contagio e non essendo ancora stato nominato chi lo sostituisse, interrogò il "deputato alle fede di sanità", tal Giacomo Sonzin, che sotto giuramento assicurò che dal primo di dicembre in poi non era morto alcuno di peste e che in totale il contagio aveva portato via 280 persone mentre le scampate ad esso erano circa 350 (il dato si concilia con quello che il parroco fornirà 9 anni dopo al visitatore abaziale: circa 300 anime). Lo stesso giorno si recò anche a Fagnano dove, a causa del disordine che ancora permaneva, non gli fu possibile trovare i consiglieri. Gli fu comunque confermato che da tempo era cessata la morìa "tanto che non se ne parlava più" e che vi erano stati all'incirca 50 decessi su una popolazione di 150 persone (ASVR, Ufficio di Sanità, n. 191) Non risulta dalla relazione redatta dal Brà quanti siano stati i morti nella frazione di Roncolevà, né è possibile ricavarlo dalle registrazioni parrocchiali essendo andate perdute. Ci viene utile però un'altra fonte che a tal proposito riferisce che "in essa villa, prima del contagio et incursioni allemane, vi erano duecento homeni in circa ( abbiamo visto che erano 232 secondo l'estimo del 1628) et anco vi era cinquanta para di bovi in circa et hora sono ridotti ne anco in sessanta et li ammali in 10 para". La sua vicinanza a Moratica ove erano acquartierate truppe tedesche impegnate nell'assedio di Mantova l'aveva particolarmente esposta ai saccheggi ed alle distruzioni dei soldati come dimostra l'alta percentuale di morti ed il fatto che la decima del luogo che soleva rendere 300-400 minali di grano a stento arrivò, negli anni immediatamente successivi alla peste a 75 minali (ASVR, Rettori Veneti, n. 297).

Risulta infine che l'intera popolazione dell'attuale comune di Trevenzuolo, valutata nel 1616 di 1397 anime, si sarebbe ridotta in seguito alla peste a 634 (DONAZZOLO-SAIBANTE 1926, p. 116).

La tradizione vuole che in questa luttuosa circostanza la comunità abbia fatto voto di celebrare il giorno della titolare S. Maria Maddalena, il 22 luglio di ogni anno, come solennità festiva..
 

PROSPETTO DEI DATI RILEVATI DA G. Brà

Isola della Scala morti 1160 vivi 2000

Trevenzuolo 280 350

Fagnano 50 100

Erbè 414 350

Sorgà 100 240

Bonferraro 110 200

Vigasio 630 700

Castel d’Azzano 150 90

(b.c.)

Capitolo 13

PROPRIETA’ E RENDITE DELLA PARROCCHIA DI FAGNANO DOPO LA PESTE DEL 1630

 

Alla condizione di relativo benessere della parrocchia di Trevenzuolo non fa riscontro un'analoga situazione di quelle di Fagnano e di Roncolevà che possono essere considerate, soprattutto la seconda, fra le parrocchie povere.

Il rettore di Fagnano, Domenico Varesco, denuncia il possesso di 8 pezze di terra, oltre quella su cui insiste la casa di sua abitazione, per un totale di 27 campi che, condotti “a laorente d'un versor”, gli rendono lire 120 annue. La decima gli rende invece 80 minali di granà pari ad altre 400 lire e circa 70 lire sono garantite da vari livelli (A.E.P, reg. 325, n. 149).

Davvero laconica la "polizza" del rettore di Roncolevà, don Giovanni Fantin che denuncia il possesso della casa dove abita "con corte e poco orto di luoghi sette d’abitatione" ed "una possessioncella" di 9 corpi di pezze di terra per 37 campi che rende circa ducati 40, più qualche livello (A.E.P., reg. 325, n. 157)

(b.c.)

 

Capitolo 14

LA CHIESA PARROCCHIALE FRA ‘600 E ‘700

 

La parrocchiale di Fagnano risulta disporre, secondo quanto si ricava dalla visita del Vescovo Agostino Valier del 1568, di quattro altari: il maggiore, quello del Corpo di Cristo, con annessa Società, che viene mantenuto del necessario dai conti Schioppo, quello della Beata Maria, mantenuto dall'omonima società, e l'altare di S. Bovo. Non si fa riferimento alla loro struttura, ma pensiamo fossero prevalentemente in legno, nè si fa cenno all'esistenza o meno di pale o immagini scolpite sopra di essi (ACVVR, Visite pastorali, vol. XIII, c. 320). Qualcosa in più si ricava dalla visita del 1595: vi si precisa infatti che l'altare dei conti Schioppo è dotato di una elegante pala (habet palam honorificam) e che è stato eretto un nuovo altare, quello del Santissimo Rosario, con propria società che ne garantisce la cura (ACVVR, Visite pastorali, vol.XVI, c. 180).

La situazione rimane sostanzialmente immutata per tutto il secolo XVII nel corso del quale si succedono tre visite pastorali: quella di Sebastiano Pisani I (1664), quella di Sebastiano Pisani II (1673) e quella di Pietro Leone (1696). Del resto la popolazione che al finire del '500 era di circa 350 anime è scesa nel 1664 a 300 e nel 1673 addirittura a 200. (ACVVR, Visite pastorali, voll. XVI, c. 180; XXIV, c.82; XXIX, c.35).

Una ripresa demografica della parrocchia si ebbe nel secolo successivo tanto che la visita di Giovanni Bragadino, svoltasi il 12 maggio 1754, registra 353 anime (372 secondo i dati forniti dal parroco nell'allegato alla visita). In questo lasso di tempo la struttura della chiesa ed i suoi altari di certo furono oggetto di sensibili interventi. Ce ne fornisce indizi sicuri la suddetta visita nella meticolosità della sua descrizione. L'altare maggiore è di marmo, come il tabernacolo costruito di recente {non multo ab hinc tempore in hoc altare edificato).

E’ mantenuto dalla comunità e presso di esso è eretta la società del Corpo di Cristo che gode di redditi pari a lire 81. Sull'altare stanno le statue in marmo dei santi Vincenzo Ferreri e Luigi Gonzaga che per l'occasione vengono benedette dal vescovo, mentre nel coro ci sono le immagini dipinte della Vergine, di S. Caterina e S. Lucia. Anche l'altare della B. Vergine del Rosario, curato dall'omonima società, è di marmo ed ha un dipinto riproducente appunto la Madonna del Rosario. Dispone di beni che assicurano un'entrata annua di lire 247. Vi è poi l'altare della B. Vergine del Rilievo, detta comunemente "la Madonna grande", con mensa marmorea e statua lignea. E’ curato dalla società sotto la stessa intitolazione che può contare su lire 137 di rendita annua.

Mensa marmorea e icona dipinta ha pure l'altare di S. Bovo, di proprietà dei Luconi. L'ultimo altare è intitolato al Salvatore ed è adorno dell'immagine lignea dello stesso. Apparteneva alla Santa Casa di Pietà, quale erede dei beni lasciati in dotazione da Giacomo Schioppo, ed ora appartiene al conte Carlo Allegri subentrato in tale proprietà. Vi si celebra ogni giorno. La chiesa è dotata di un pulpito riservato al predicatore che il comune stipendia nel tempo della quaresima con onorario di 48 lire. Sul campanile trovano posto due campane (ACVVR, Visite pastorali, vol.LXIX, c. 68 e allegato).

(b.c.)

Capitolo 15

PALA DELLA MADONNA COL BAMBINO E LE SANTE CATERINA E LUCIA

 

Un evidente riferimento ai modi del Veronese è nella pala, già sull'altar maggiore ed oggi nella cappella di sinistra, della parrocchiale di Fagnano raffigurante la Madonna col Bambino in trono, le Sante Caterina e Lucia e il committente don Girolamo Manzini e che è datata, sul timpano del portale d'ingresso alla chiesa dipinta nel fondo, 1646 (SIMEONI 1909 p. 415, che segnala anche una pala raffigurante Sant'Antonio Abate, non rintracciata, datata 1661 e commissionata da Antonio Lucon; per la data 1646 si veda CHIAPPA - FERRARINI, 1976, p.38: una precedente palla altaris magni è ricordata nel 1532 come appena eseguita, ma già nel 1541 è segnalata la necessità di un suo restauro: FASANI 1989, pp.982, 1262).

Il Manzini con testamento del 1623 aveva lasciato 100 ducati d'oro, precisando nel dettaglio il contenuto del dipinto e disponendo inoltre che ad esso fosse fatto un “ornamento di belle pietre vive di marmo” (ASVR, Testamenti, m. 220 n. 909).

Come notato m altra sede (GUZZO,), si tratta di opera di un artista attivo dopo la peste del 1630 la cui mano è ben riconoscibile per le caratteristiche tipologie dai volti tondeggianti, per il modo di panneggiare le vesti, per la materia magra e farinosa, oltre che per il continuo citare a date così avanzate i maestri veronesi tra Cinque e primo Seicento, anche in questo caso Veronese, Farinati, Turchi e Ridolfi: dipinti dell'anonimo pittore sono ad esempio a Mazzagatta (oggi Mazzantica) e Marcellise, nonché presso il Museo Civico di Padova e il Museo Canonicale di Verona.

In quest'ultima collocazione in particolare è una Sacra Famiglia che un inventario del 1673 dei dipinti lasciati dal canonico Stefano Trentossi al Capitolo della Cattedrale di Verona, ed oggi appunto nel Museo Canonicale, riferisce problematicamente a Giovanni Battista Amigazzi: necessariamente l'attribuzione all’artista che nel 1627 dipinge la pala di Trevenzuolo (il Risorto e la Maddalena) rimane ancora in predicato, proprio per le differenze di stile, tuttavia non si può ancora escludere che l’Amigazzi abbia effettivamente cambiato maniera dopo il 1630 ripiegando, senza il minimo aggiornamento sull’ormai affermata pittura barocca, verso i modi attestati dalla pala di Fagnano.

Vero è che potrebbe non essere un caso che anche a Fagnano aleggi in qualche modo il nome del presunto suo maestro: è infatti il Lanceni che nel 1720, dopo aver citato la pala di Fagnano come “opera di uno studente su l’Operare di Paolo Caliari”, cita “in altra pala una copia tratta da Claudio Ridolfi”, purtroppo perduta (LANCENI 1720, p. 105) (e.m.g.)

 

Sommario

Capitolo 16

CORTE GIUSTI E L’ORATORIO DI SAN FILIPPO

 

La dimora dei conti Giusti al "Serraglio" di Fagnano, nonostante il notevole degrado cui è andata incontro, rivela evidenti tracce dell'originaria raffinata struttura. Nel corso del secolo XVII passò dai Della Torre ai Noris-Campagna, ai Giusti, secondo vicende che ci è riuscito laborioso ricostruire.

La presenza dei Della Torre in Fagnano è documentabile fin dagli ultimi anni del XV secolo, ma l'acquisto maggiore essi lo fecero nel 1628 comperando dai Belfante la possessione ex-Minali.

Nel 1653 Gentile della Torre fu Antonio, della contrada cittadina di S. Marco, denunciava pertanto di avere in Fagnano tre possessioni. La prima comprendeva, oltre alla corte cinta di mura con casa dominicale, orti e peschiere, in contrà di Castelletto, altri dieci appezzamenti per complessivi 195 campi. Lavorati "in casa" rendevano mediamente 285 ducati. La seconda, pure in 10 corpi, comprendeva 115 campi condotti mediante lavorenti e rendeva di parte dominicale 225 ducati. La terza, in fine, pure a lavorenzia, assommava a 157 campi divisi in tredici corpi e rendeva 250 ducati. Ambedue le lavorenzie erano dotate di casa situata in località Cesure (ASVR, Campagna, b. XIV, n. 474 e A.E.P., reg. 29. C. 237). L'acquisto del 1628 fu oggetto però di varie contestazioni e le terre finirono di nuovo all'incanto e comperate da Alessandro Noris. In tale occasione tre esperti abitanti del luogo procedettero alla stima della possessione "posta in un corpo con casa da patrone e da lavorente in contrà di Rivan". Essa si estendeva per 90 campi ai quali se ne dovevano aggiungere altri 10 posti in altro sito. Nella stima di 9000 ducati era compreso anche l'oratorio di san Filippo di cui si parla più avant.. Da Alessandro Noris la proprietà passò alla figlia Samaritana, sposata a Francesco Campagna, alla quale rimase almeno fino al 1676 (ASVR, Campagna, b.V, n. 73 e b. XIV, n. 474).

Il resto dei beni dei Della Torre passava, dopo la sua morte senza discendenza maschile, da Gentile alla figlia Chiarastella che sposava in prime nozze un Allegri ed in seconde Marc'Antonio Sagramoso .

Nella polizza del 1682 troviamo infatti che costui ha in Fagnano due possessioni affittate per ducati 50 e varie regalie (A.E.P., reg. 43, e. 712).

Nel 1686 esse entrarono a far parte del più vasto fondo dei conti Allegri.

La possessione ex Della Torre, dopo il surricordato anno 1676 passò dai Giuliari ai Giusti per motivi e con modalità che ci sfuggono. Gli stessi subentrarono anche nei beni sequestrati ad Alessandro Fontanelli (45 campi con casa da lavorente) (A.E.P., reg. 45, e. 654).

Nel 1696 Luca e Giunio Giusti fu Nicola presentano polizze separate.

Il primo afferma di avere in Fagnano la piccola possessione comperata dal padre, sabbioniva, magra, con poche vigne e morari che gli frutta, "quando .non venga le tempeste", minali 60 di segale, una brenta d'uva e 25 libre di seta; una pezza di terra in contrà dei Campagnoli, comprata da Alessandro Perezzoli per 230 ducati che gli rende ducati 10; una casa in contrà di Campagna, del valore di 280 ducati (A.E.P., reg. 79, e. 620).

Giunio ha una possessione arativa con vigne e morari di circa 80 campi con casa dominicale per la quale - sottolinea - "si spende a mantenerla e usarla per bisogno della famiglia" (A.E.P., reg. 79, e. 584).

Nel 1745 Pietro Giusti fu Giunio conferma il possesso di una casa dominicale e di 80 campi arativi con vigne e morari che gli rendono ducati 200 (A.E.P., reg. 119, c..617).

Alla stessa data Leandro fu Ercole dichiara di possedere anch'egli  una casa dominicale con casette rusticali e diverse pezze di terra, alcune arative con vigne e morari e altre prative, dalle quali ricava di parte dominicale ducati 150 annui (A.E.P., reg. 119, e. 607). {b.c.)

In occasione delle visite pastorali alla parrocchia di Fagnano veniva visitato anche l'oratorio di S. Filippo di cui è possibile ancora vedere la struttura esterna presso la corte Serraglio. Della sua esistenza c'è chiaro riferimento nella già ricordata stima fatta nel 1653 dei beni e della casa padronale originariamente dei Minali ma poi passati ai Della Torre tramite i Belfante. Si dice infatti che nel computo di essi era compresa anche una "chiesiola". Le relazioni delle visite si limitano a tornire il nome del proprietario e ad ordinare che si provveda al suo restauro. Anzi in quella del 1673 si ordina che venga sospeso finché non venga ricostruita la sagrestia, crollata, e non sia stata riparata la mensa. Porse anche in ragione dei frequenti passaggi di proprietà (dai Della Torre, ai Noris ai Campagna, ai Giusti) l'oratorio rimase nello stato di abbandono più volte denunciato.

Nel 1716 l'incaricato del vescovo ingiungeva che nel termine di tre mesi si provvedesse per tutto quanto fosse necessario sia alla stabilità e al decoro delle strutture murarie sia alla celebrazione delle sacre funzioni. Ma l'ordine rimase ancora una volta inevaso tanto che nel 1745 il vescovo Giovanni Bragadino, tornato sul luogo, ne riconfermava la sospensione. (b.c.)

 

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Capitolo 17

CORTE RAVALDINI

 

La si incontra all'inizio del paese provenendo da Isola della Scala, subito oltre passato il fiume Tione. Un'epigrafe frammentaria posta sulla facciata ricordava fino a pochi anni fa un restauro dell'edificio operato nel 1671.

Nella prima metà del '600 faceva parte della proprietà di Luigi Mandello, la cui moglie Domenica Curti, testando il 29 aprile 1652, lasciava parte dei propri beni al monastero di S. Maria in Organo e nominava eredi per il resto il figlio Michel Angelo, monaco, e la figlia Giustina, sposata a Benardo Giustiniani. Escludeva invece dall'eredità la figlia Bianca, sposata a Michele Bottari, in quanto già beneficiata al momento della dote (ASVR, U. R., Testamenti, m. 252, n. 240).

Le vicende successive risultano piuttosto complicate e non appare chiaro quanto appartenesse al monastero e quanto ai Bottari. Troviamo però che nel 1688 la"casa da padron" di Fagnano viene divisa fra Vittorio e Gerolamo fu Michele. Sono gli stessi fratelli ai quali nel 1699 l'abate di S. Maria in Organo vende i beni dell'eredità Curti, compresi quelli di Michel Angelo e Giustina Mandelli non essendoci discendenza, per il prezzo di 1000 ducati (ASVR, Notarile, b. 1707, 1699 12 settembre). Fra tali beni ritroviamo la "casa con corte serrata di muro con un palazzo e dietro detta casa un campo di prado". I confini non consentono dubbi sulla sua identificazione con l'attuale corte Ravaldini: a sera Turrisendo Turrisendi, a mattina la via comunale, a mezzo dì la via di Campagnola, a monte il  Tione.  Sono  gli  stessi  desumibili  anche  dalla  mappa  dell'Alberti  del  1662 (ASVE, B.I. - Verona, r. 101,m. 85, dis. 5).

In fine il 16 novembre 1738 Toscana Bottari fu Antonio, sposata a Giovanni Scossola, vendeva l'eredità lasciatale dallo zio Vittorio a Tommaso Ravaldini fu Natale, di S. Maria in Organo, che già la conduceva in affitto. Altri acquisti, seppur di minor entità, faceva il Ravaldini due anni più tardi da Antonio Pontirolo e da Cecilia Bottari (ASVR, Allegri, b. 3, n. 50 e  S.Maria m Organo, nn. 167 e 208).

Nel 1745 poteva pertanto denunciare di avere in Fagnano una casa dominicale che serviva per sua abitazione, una casetta per il lavorente e 45 campi divisi fra 8 appezzamenti che gli fruttavano ducati 50 (A.E.P. reg. 130, c. 217). Il suo nome è ricordato in un’iscrizione fissata sulla parete esterna di un edificio rusticale della corte, nella quale si fa riferimento a costruzioni a guardia del Tione da lui ripristinate nel 1775: SPECTATIS IAM AEDIFICATIS TANDEM – THOMAS RAVALDINUS NOLI(IS) TILLIONIS – FLUM(INIS) MONUMENTUM ANTIQUITATE PENE – COLLAPSUM SIBI SUISQUE DECORI ET – COMMODO RESTITUEND(UM) CURAVIT – KALENDIS SEXTILIBUS MDCCLXXV.

Nel 1862 i beni già ravaldini passarono a Bricci Erminia fi Gerolamo maritata Bernanrdi. (b.c.)

 
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Capitolo 18

CORTE DECIMA

 

È ubicata di fronte alla corte Ravaldini e si presenta oggi come un modesto edificio ad un piano solo, poggiante su cantine con volti a vela. All'interno però un soffitto a cassettoni lascia intravvedere un passato signorile.

Il nome le deriva da!  fatto che ivi i Da Campo raccoglievano i beni della decima.

Il loro stemma figura ancora su un rustico eretto sul lato ovest.

Nel corso del '600 il possesso della corte fu oggetto di prolungate controversie.

Troviamo che nel 1638 Margherita Schioppo, moglie di GaIeotto Lazise, aveva fra i suoi beni la "casa della Decima acquistata dalla signora Campo, con forno orto, cortile e broletto", ma nel 1644, per sentenza dei Rettori veneti parte di essa, passata nel frattempo alla S. Casa di Pietà, era restituita ai Da Campo perché bene fidecommissario e quindi non alienabile (ASVR, Allegri, b. 2, n. 40).

Nel 1653 Graziadio da Campo poteva così denunciare il possesso in Fagnano di due quarti e mezzo della decima e di un terzo di casa padronale con brolo, per un'entrata complessiva di ducati 200 (A.E.R, reg. 31, c. 264v).

Il contenzioso sulla casa non era però finito come prova il fatto che allo scadere del secolo interviene un'altra sentenza dei Rettori in cui si conferma a Giacomo e fratelli da Campo "il terzo d'un'intera casa, con corte, forno, orto .e brolo" (ASVR, Allegri, b. 2, n. 40).

Nel 1745 Giacomo e G. Battista da Campo fu Cristoforo, possiedono ancora in Fagnano "una porzione di decima con poco prato e casa" che frutta 100 ducati annui (A.E.P., reg. 122, c. 25), mentre l'altra parte della casa era stata acquistata dagli Allegri nel 1740 assieme agli altri beni della S. Casa di Pietà (ASVR, Allegri, b. 19, n. 295). (b.c.)

 

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Capitolo 19

CORTE SCHIOPPO

 

Nei primi decenni del '600 gli Schioppo erano i maggiori possidenti in Fagnano. Francesco Schioppo aveva una tenuta del valore di 20.000 ducati e 3/4 della decima valutata 9.000 ducati; Giovanni fu Vespasiano beni per 6.000 ducati (A.E.P., reg. 478, Estimo di Fagnano -1628).

Quest'ultimo dettava il suo testamento il 21 ottobre 1634 lasciando i propri beni in Fagnano "agli poveri di Cristo" (ASVR, Notarile , m. 237, n. 171).

Fu così che la Santa Casa di Pietà di Verona si trovò a godere di oltre 500 campi divisi fra la possessione di Fagnano, quella di Rivano e quella della Mantellina. Su ognuna vi era la casa per i lavorenti e sulla prima, nella contrada Sacco, anche quella padronale "con corte apperta da tre parte, fenile di chiusi quattro, murato, copato, con sue stalle, pozzo, forno, polinar".

Nel 1740 i beni ex Schioppo, che comprendevano anche un ottavo della decima di Fagnano ed una porzione della casa della corte Decima, furono venduti al pubblico incanto ed acquistati da Gerolamo e Carlo Allegri per 8500 ducati (ASVR, Istituto Esposti, reg.97 e Farina-Carlotti, b. 4, n. 81).

L'identificazione della casa dominicale degli Schioppo con quella attualmente di proprietà Migliorini è facilitata da un disegno del 1636 che la raffigura come un Palazzo affiancato da porticato (ASVE, B.I - Verona, 61/55/9). La sua vetustà è del resto confermata, al di là dei notevoli riammodernamenti, dal bel portale in tufo tuttora esistente. Più oltre, ma sul lato opposto della strada, il disegno rappresenta la casa dei sigg. Fontana che coincide con l'attuale corte Sacco e dovrebbe corrispondere alla "casa da lavorente" che nel 1653 Alessandro e fratelli Fontana dichiaravano di possedere assieme a 45 campi (A.E.P., reg. 30, e. 284).      (b.c.)

 
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Capitolo 20

CRONACA NERA DELL’EPOCA E IL GHETTO DI FAGNANO

 

Durante la denominazione veneta, l'esattore aveva una notevole importanza per l'organizzazione amministrativa del comune. Come risulta daggli Estimi del comune, era pagato quale addetto alla riscossione dei tributi ed era tenuto a registrarli sul libro "scodarolo" (ASVR, Allegri, b. 27, n. 422).

Una carica abbastanza ambita. Non cosi a Trevenzuolo, almeno agli inizi del settecento. Il capitano di Verona Francesco Farsetti, in un proclama a stampa in data 27 Luglio 1711, lamenta come i reggenti della comunità di Trevenzuolo non riescono nonostante "esperimenti, incanti e manegi a trovar chi voglia esercitare la carica di esattore del comune "(ASVR, Allegri, b 2, n. 17).

Ben diversa la situazione nella Villa di Fagnano dove non si riesce a trovare l'esattore perché è fuggito con la cassa e con il libro contabile. Lo si apprende da un esposto inoltrato dal comune stesso ad Antonio Grimani, capitano di Verona, in data 6 maggio 1736.

L'esposto è contro certo Domenico Andrea Castion esattore. Perciò "si chiede che per tutelare nel migliore interesse la Comunità, si debba in essa Villa di Fagnan o dovunque occorresse et ivi fermar, intrometter e sequestrar ogni sorta di entrate che proveniranno dai beni del debitore che non ha consegnato il libro scodarolo e la somma di £ 313,8 "(ASVR, Allegri, b. 27, n. 425).

Tra le vecchie carte non si è riusciti a trovare un seguito alla vicenda.

Trascorrono alcuni anni e la Comunità di Fagnano si trova impegolata in un altro imbroglio.

"Il Comun, il Massaro et homeni di Fagnan, commissari e testamentari dei quondam Don Francesco Pasini, Pellegrino Macon e Bartolomeo Pasini, citano in giudizio Simon Bassan fu Davide, ebreo, per la di lui condanna all'affrancazione del capitale di ducati 1000 del grosso dipendente dall’istrumento 12 aprile 1752, atti Bernardelli, al pagamento di 40 ducati dal grosso per l'affitto sopra il suddetto scaduto il 12 aprile 1758".

Anche il Bassan, come l'esattore Castion risultò contumace e la "pignorà" risulto vana. Al comun di Fagnan, in cambio furono assegnati dei beni immobili nel recinto del Ghetto piccolo di Verona. Era il 24 luglio 1764 (ASVR, Allegri, b. 27, nn. 423 e 426). I beni consìstevano in una casa con bottega fondaco e caneva.

A Fagnano esiste anche ai nostri giorni una via denonimata il Ghetto. Nei documenti non si trova traccia di un insediamento sia pur modesto di ebrei.

Un nesso può essere trovato nel fatto che la Comunità di Fagnano aveva collocato dei capitali a rendita presso gli ebrei del Ghetto di Verona, come nel caso del sopracitato Simon Bassan e come risulta dalla somma di lire 3426 che la Fabbriceria di Fagnano aveva affidata all'israelitico Moisé David Variengo. A sua volta questi l'aveva ceduta al Signor Felice Alpron; con l'impegno ad affrancarla in 18 anni.

Questa somma si riferiva alle disposizioni testamentarie dei sopraccitati Francesco Pasini (9 dicembre 1653), Pellegrino Macon (2 dicembre 1673) e Bartolomeo Maconi (25 agosto 1667).

Un incendio del 1719 distrasse l'archivio parrocchiale dove erano custodite le disposizioni testamentarie scritte.

Un'ipotesi, tutta da dimostrare, potrebbe essere questa: nelle operazioni di affrancamento del gruppo di case dette testamentarie ove ora sorge il Ghetto di Fagnano potrebbero essere intercorse delle relazioni di scambio con la casa, la bottega il fondaco e le caneve del Ghetto piccolo di Verona.

Va aggiunto che anche a Roncolevà c'è un gruppo di case denominato: il Ghetto. (p.f.)

 

 
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Capitolo 21

DON ANTONIO FANTINI E LA CRONACA DELL’EPOCA NAPOLEONICA

 

Don Fantini nacque a Trevenzuolo nel 1764 da una famiglia di possidenti e si formò in seminario sotto il vescovo "rigorista" Giovanni Morosini.

Ordinato sacerdote, esercitò per qualche tempo nella parrocchia di Trevenzuolo, come attesta la licenza di celebrare ed amministrare i sacramenti rilasciatagli in data 4 maggio 1789 dalla Curia (ACVVR, b. Trevenzuolo).

Fu nominato poi parroco di Fagnano il 18 febbraio 1790. Provvide subito al restauro delle campane e al rifacimento del tetto della chiesa con il concorso delle offerte delle "galette" ( bozzoli dei bachi da seta) e, qualche anno dopo, alla ricostruzione della cuspide del campanile.

Nel 1800 gli moriva il padre ed egli rinunciava alla sua parte di eredità ritenendola "non consentanea alle sue ecclesiastiche cure" (Atti Barbieri, 26 agosto 1800).

La sua vicenda terrena si concluse con due lasciti testamentari di cui si parlerà più avanti.

Questi i momenti salienti della sua vita, ma va ricordato che durante il suo parrocchiato la piccola "villa" di Fagnano fu investita, seppur marginalmente, dalla bufera napoleonica e risentì delle conseguenze per un verso dell'assedio di Mantova ove si erano arroccati gli imperiali e per l'altro dell' "invasione" francese di Verona, avvenuta in dispregio alla dichiarata neutralità del governo veneto.

Don Fantini non si limitò ad essere spettatore, volle annotare su un diario che fortunatamente ci è pervenuto non solo le dolorose vicende locali ma anche quanto succedeva sui teatri dei grandi avvenimenti bellici e politici, addirittura tentando tal ora di avere notizie dirette. All'inizio delle operazioni belliche nel 1796 si recò, ad esempio, a Roverbella, al quartier generale delle truppe austriache e napoletane, a colloquiare con un colonnello; andò a Bigarello per accertarsi delle operazioni dell'assedio di Mantova; dal campanile di Fagnano assistette di notte al canno-neggiamento della fortezza.

Sul diario registra quanto vede o viene a sapere e lo accompagna con personali riflessioni. Netto il suo giudizio negativo sull'Illuminismo e sull'operato di Bonaparte. Egli è convinto assertore dell'ordine costituito e della monarchia che sola può garantire un'ordinata vita civile e religiosa. Perciò assiste con doloroso stupore alla caduta della Repubblica Veneta e al passaggio della sua parrocchia nell'orbita della Cisalpina.

Ma nel suo diario troviamo anche altro: i riferimenti alle condizioni economiche, al prezzo dei cereali, all'andamento delle stagioni e a tutto ciò che poteva peggiorare ulteriormente la già triste condizione delle popolazioni contadine verso le quali dimostra commossa attenzione. Anche se con qualche discontinuità, il suo diario prende in considerazione l'arco di tempo che dal 1796 giunge al 1814. Nelle schede che seguono abbiamo utilizzato le notizie che hanno più diretta attinenza con la storia locale.

L'assedio di Mantova: un'incursione di Francesi a Fagnano

Nel maggio del 1796 aveva inizio da parte delle truppe Napoleoniche il lungo assedio della Fortezza di Mantova nella quale si erano asserragliati gli Austriaci. L' esodo delle popolazioni dai paesi circonvicini verso il Veronese, per scampare alle milizie francesi che "rubavano, saccheggiavano le case, spogliavano le donne delle loro cose migliori e facevano loro anche qualcosa di più" trova commossa testimonianza nel diario di don Fantini: "Assediata Mantova - egli scrive - il territorio mantovano veniva derubato a man salva. Gli abitanti, impauriti, si rifugiarono nel Veronese perché stato neutrale. Dico la verità: mettevano compassione e traevano lacrime dagli occhi quegli infelici, vedendoli arrivare in questi paesi, sebbene privi di conoscenze con le loro cose, con le mogli aventi il pallor della morte, e chiedere per carità un qualsiasi sorte di ricovero. So che dei nostri non vi fu alcuno che, a così mesto e compassionevole spettacolo non si intenerisse e, avendone la possibilità, sia pure a prezzo del proprio disagio, non desse alloggio, chi più chi meno ad alcuni profughi mantovani " (APF, Diario di don Fantini).

II rombare del cannone e il lampeggiare in lontananza degli spari continuò per tutto mese di Luglio. "V'erano delle notti che incominciavano alle tre con strepito e rimbombo così grando, che tremavano le nostre abitazioni e, osservando dal campanile, pareva che la città fosse tutta in fiamme" (Ivi).

Alla fine del mese gli assedianti furono costretti a retrocedere e un reparto di 300-400 uomini, attraverso Castellaro, Nogara, Sorgà, Pontepossero ed Erbè si presentò in Fagnano a sera inoltrata. Fu il primo contatto diretto con una realtà di cui finora s'erano vissuti solo i riflessi. "La paura fu generale - annota don Fantini -. Ognuno si dà da fare a chiudere bene le case e a nascondere quanto era possibile. Io, che avevo la febbre, sentendo le grida della gente che raccontava il saccheggio di parecchie famiglie di Erbe, benché mal ridotto, per l'impressione mi sentii subito forte e robusto. Balzai dal letto, presi una cassa e vi riposi l'argenteria della chiesa, sete ed altro, e la nascosi nel porcile, mascherando l'uscio con mattoni così bene che soltanto chi l'avesse saputo avrebbe potuto accorgersene. Avrei voluto nascondere altra roba ma, confuso, pieno di paura, sentendo i passi dei francesi, interruppi e lasciai il resto alla speranza nel cielo" (Ivi).

Si presentò un gruppo di soldati a richiedere una pentola per cuocere alcuni polli razziati. Ma mentre erano intenti a tale opera un provvidenziale ordine di movimento di reparto liberò il parroco dalla scomoda presenza e forse sottrasse il paese da conseguenze più gravi.

Trevenzuolo nella Cisalpina: l'albero della libertà a Fagnano.

Mantova capitolava nel febbraio del 1797 e con i Preliminari di Leoben si fissa vano le premesse per la caduta di Venezia.

Intanto il proselitismo giacobino cercava di fare sempre più numerosi adepti. Sia pure in misura marginale anche Trevenzuolo visse le agitate giornate che prelusero alle Pasque Veronesi. I brigadieri di S. Marco incoraggiavano i territoriali a sollevarsi in massa: furono sonate le campane a stormo, ne tardarono a comparire alla chiesa e alla casa del comune, giovani e vecchi a ricevere armi, schioppi, fucili, daghe, forche e roncole e si avviarono verso Castellaro, da dove si temeva l'arrivo del nemico, altri verso Isola della Scala, ma poi vennero comandati a guardare il proprio paese. Verona invece insorgeva l'11-12 aprile, ma era costretta a capitolare dopo pochi giorni. Le conseguenze furono dure. Si procedette a imprigionare molti cittadini veronesi ed alcuni furono giustiziati. Fu calcata la mano sopra la popolazione con pesanti imposizioni. Tutte le chiese furono spogliate dell'argenteria, con esclusione dell'ostensorio, del ciborio e di due calici. "E qui mi piange il cuore a doverlo scrivere - registra don Fantini a proposito di Fagnano - dovetti consegnare due lampade del valore di 700 troni recentemente acquistate da me e dai miei parrocchiani, come pure una medaglia d'argento per gonfalone. E si dovette darle, altrimenti, per chi avesse trattenuto il più piccolo oggetto d'argenteria, v'era la condanna alla fucilazione. Sono tuttavia riuscito a salvare il turibolo, il vasetto degli olii santi, la piccola saliera per i battesimi e la "mandorletta" per il viatico agli infermi".

Dopo il trattato di Campoformio, Trevenzuolo entrò a far parte del distretto di Castellaro e quindi della Repubblica Cisalpina. Venne a dipendere dal Mantovano nel civile e nel religioso e risentì dei primi provvedimenti ispirati alla legislazione francese soprattutto in materia di culto. Le confraternite religiose che altrove sarebbero definitivamente cessate con i decreti napoleonici del 1806 qui scomparvero ancor prima: "i nuovi licurghi [...] passarono quindi a sopprimere tutte le confraternite, le compagnie anche quelle di sola unione che si mantenevano con l'esborso usuale come quella della Dottrina Cristiana, del Rosario, di S. Francesco d'Assisi, e simili: cosa mai udita ma che in molti paesi poterono fare.

Benché passasse qualche mese prima che questo pezzo di Veronese, strappato alla sua antica giurisdizione e incorporato in quella di Mantova venisse riconosciuto con leggi od altro, pure all'inizio dell'estate furono applicate anche qui le leggi enunciate. Si fece capire ai parroci che non si voleva più la loro dipendenza dalla Curia Vescovile di Verona, bensì che ciascuno si recasse a ricevere istruzioni dal vescovo di Mantova: cosa che fu subito fatta". In ogni paese furono stanziati, a spese dei cittadini, soldati francesi e per inneggiare allo spirito nuovo furono innalzati numerosi gli “alberi della Libertà”. Anche Fagnano ebbe il suo ma - stando al Fantini - più per volontà altrui che dei locali e quasi in sordina: "In questo paese nella primavera di quest'anno, certi giovanotti piantarono l'olmo che si trova al trivio della Decima e del dr. Ravaldini. Ma a metà estate si dovette piantare il vero albero comandato. Fu eretto di notte, senza chiasso nè spesa superflua, davanti alla porta dell'osteria oltre il Tione. Ne fu causa un certo giacobino di Isola della Scala per vendicarsi di non esser riuscito a spulciare i conti dei municipali e in tal modo far denaro". Il Fantini si dilunga poi sulle numerose restrizioni imposte all'attività del clero, sulle novità in materia di matrimoni, su altre novità e sulle "tante strade che aprivano ogni giorno alla scostumatezza e al libertinaggio". Riprendono le ostilità: un altro saccheggio a Fagnano.

Nel 1799 le ostilità ripresero e con esse le razzie contro le popolazioni. Accampati anche alla Torre di Isola della Scala i Francesi fecero vivere brutti momenti alle popolazioni dei paesi vicini. "Fu mercoledì 27 marzo che si fecero vedere alla val di Zucco e là rubarono salumi, polli, vino, che portarono via con "brenti" secchi ed altro; derubarono le case dette della Mantellina, spaventarono gli abitanti, abbatterono porte, scalarono finestre. La sera del venerdì seguente poi fecero visita alla casa Giusti detta il Serraglio, dove si presero vino, pane, mantelli ed altro che si portarono al campo. Derubarono fienili, stalle, tavole, ogni sorta di assi di legno, orci con salumi e "ochette", i pollai. Non tralasciarono di portarsi al campo ogni sorta di foraggio per i buoi e i buoi stessi per macellarli. II mattino del 31 marzo era il giorno dell'Ottava di Pasqua e per noi fu luttuosissimo. Dissi messa per tempo aspettandomi già l'arrivo dei soldati. Ne vengono prima dodici, ne sopraggiungono degli altri e degli altri ancora a cavallo. Non riconoscono più padroni, chiedono poco vogliono tutto, da mangiare e da bere, rubano. Insomma preparano con la forza un carro e, dopo aver assaggiato il vino della mia cantina, prendono una botte da sette "brenti" e mezzo, l’accomodano sul carro e la riempiono di vino svuotando altre due botti. Ne bevono ne danno a  quanti vanno e vengono, e, di quando in quando, lo gettano via perché non prenda il rame dal secchio adoperato. Chi pescava nella pentola, chi frugava nelle credenze, chi curiosava nella casa, nella stalla, chi si cambiava le scarpe. Alla fine, visto che avevano dato fuori tutti i viveri alla portata, pensai di fuggirmene per evitare qualche prepotenza..." Così don Fantini, che al ritorno constatò che non gli era rimasto se non l'abito che aveva in dosso. Non diversamente era avvenuto per le altre case di Fagnano mentre erano state risparmiate quelle di Trevenzuolo e Roncolevà.

I Francesi ricomparvero la sera del 5 aprile ma, questa volta, essendo in ritirata, si limitarono a rubare carri e buoi per il trasporto.

Dai Francesi agli Austriaci: cambiano i suonatori, ma non la musica.

L’arrivo degli Austriaci che occuparono Mantova e si attestarono sulla linea del Mincio non significò molto per le umili popolazioni che furono ancora oggetto di reiterate richieste di fieno, legna, alloggi. A peggiorare le cose ci si era messa inoltre anche una stagione particolarmente inclemente. "L'inverno aveva rovinato le viti e la primavera fu asciutta, per cui soffrirono moltissimo i seminati e le praterie, e ciò causò scarsa produzione di frumento e di fieno. Non piovve più per tutta l'estate, all'infuori di qualche spruzzatina, e non si videro piogge soddisfacenti che alla fine di ottobre [...] Andavamo avvicinandosi alla fine dell'anno (1800) quando si sentì parlare di guerra. Gli Austriaci che non avevano magazzini, cominciarono perciò a requisire tutto ciò di cui avevano bisogno, ma soprattutto fieno e carreggi di buoi per i trasporti. O Dio! Spogliarono i paesi anche delle più piccole quantità di foraggio e, quasi avessero perduto l'umanità, ne vollero e ne volevano senza misericordia. Buoi sempre in viaggio, maltrattamenti e bastonate ai bovai, villici ai lavori pubblici e senza paga. Questo irritò ogni categoria di persone, tanto che si auguravano l'arrivo dei Francesi, quasi che quelli dovessero trattarli meglio". Questo il giudizio di don Fantini, uomo di certo non animato da pregiudizi verso l'Austria.

E i Francesi non tardarono a tornare per continuare l'opera di spogliazione: "non si poteva più vivere in pace e non ci si attendeva altro che desolazione, strage e rovine".

Con il trattato di Luneville stipulato il 9 febbraio 1801 il confine austro-cisalpino coincise per tutta la lunghezza con il corso dell'Adige. La parte di sinistra, inclusa nel Dipartimento del Mincio e in tutto dipendente da Mantova, fu declassata a sede di viceprefettura con giurisdizione sui distretti di Verona, Legnago e Caprino. Trevenzuolo e Fagnano (Roncolevà non è più comune) finirono nel terzo dei 15 distretti direttamente dipendenti dalla prefettura di Mantova.

L'evoluzione degli istituti amministrativi.

Nel 1802 fu istituita la Repubblica Italiana. Fra i provvedimenti da essa presi ciinteressano quelli relativi ai comuni di terza classe, vale a dire con popolazione inferiore a 3.000 abitanti. In essi scomparve l'antica assemblea dei capifamiglia, la "vicinia", sostituita da un Consiglio Comunale con presenza limitata ai possidenti, commercianti ed agricoltori. Sindaco e massaro vennero sostituiti con due funzionari: l'Agente comunale, eletto dalla municipalità, ed il Cancelliere distrettuale di nomina governativa e con funzione di segretario comunale in tutti i comuni del Distretto.

Il 7 febbraio 1803 venne istituito il Circondario dell'Adige che affrancava Verona dalla dipendenza da Mantova restituendole i comuni ad essa sottratti come lo stesso Trevenzuolo (ma non Peschiera e Monzambano) e nell'ambito del Circondario vennero definiti i distretti ai fini della circoscrizione obbligatoria. Trevenzuolo, cui era stato aggregato Fagnano, entrò a far parte del VI Distretto con capoluogo Isola della Scala. Roncolevà invece figura fra le località costituenti il comune di Nogarole.

Con la trasformazione della Repubblica in Regno la tendenza all'accentramento amministrativo andò accentuandosi. Tutti gli organi della pubblica amministrazione, compresi i Consigli Comunali, erano nominati dal Sovrano e non più sulla base dell'appartenenza ad una classe sociale ma al "maggior censo". A quel periodo risale il decreto vicereale del 27 gennaio 1808 che sopprimeva 17 comuni del dipartimento e tra essi anche Trevenzuolo aggregato, seppur per qualche anno, ad Erbè.

Sotto l'Austria.

II 3 gennaio  1814 l'esercito napoleonico del Regno d'Italia si ritirava da Verona attestandosi sulla linea del Mincio.

Il giorno stesso entravano gli Austriaci in Verona e nel territorio della provincia.

Anche a Trevenzuolo, dopo l'albero della libertà di giacobina memoria, comparve lo stemma imperiale austriaco con l'aquila a due teste.

Il territorio veronese fu diviso in distretti e Trevenzuolo entrò a far parte di quello di Isola della Scala.

I comuni erano divisi in tre classi, non in base al numero degli abitanti, ma secondo il numero degli estimati (proprietari di immobili). Trevenzuolo era di III classe.

I suoi organi rappresentativi erano il "Convocato" (assemblea di tutti i proprietari, dei militari, degli ecclesiastici e dei debitori del comune) e la "Deputazione comunale". Il primo si riuniva almeno due volte all'anno alla presenza del Commissario distrettuale, approvava il bilancio, fissava le imposte, decideva l'esecuzione di opere pubbliche, nominava il maestro ed il medico, eleggeva la stessa Deputazione comunale (nell'archivio comunale si può leggere il verbale della sua prima riunione in data 11 settembre 1814). La Deputazione era l'organo esecutivo dell'amministrazione del comune ed era composta di tre membri di cui uno scelto fra i maggiori possidenti locali. La loro opera era gratuita. Il Consiglio Comunale era concesso per i comuni più importanti.

Negli anni della dominazione austriaca la Deputazione comunale era formata da possidenti di Trevenzuolo che rispondono ai nomi delle famiglie Mendini, Polettini, Taddei, Nodari e Tomini.

Sono conservati agli atti i prospetti degli impiegati del comune in questo periodo. L'organico era composto da un agente comunale, un cursore, il chirurgo condotto, il medico condotto, il veterinario, la levatrice, tre tumulatori, essendo altrettanti i cimiteri, due regolatori di orologi per le torri campanarie di Fagnano e di Trevenzuolo e tre maestri, uno per ogni centro. (p-f-)

Le condizioni di vita.

Con l'arrivo dell'Amministrazione austriaca si notò un certo miglioramento delle condizioni di vita: i meno abbienti godettero della deduzione delle imposte fiscali e del dilazionamento per il pagamento dell'imposta fondiaria; ci fu un ribasso nei prezzi di alcuni generi alimentari. In agricoltura fu favorito lo sviluppo dell'allevamento dei bachi da seta (cavaleri) con la diffusione della coltura del gelso. Ma col passare degli anni le cose mutarono.

Una statistica redatta nell'aprile del 1818 dal conte Ignazio Bevilacqua, commissario speciale del governo austriaco, dimostra che la maggior parte della popolazione viveva in stato di disagio, di indigenza e di miseria. Chi lavorava nei campi non percepiva quanto gli bastava per vivere decentemente (TURRINI 1985,p.217).

Vent'anni dopo, nel 1833 il Cantù nella sua Grande Illustrazione del Regno Lombardo-Veneto, offre un altro eloquente quadro statistico sulla situazione dei paesi del distretto di Isola cui Trevenzuolo apparteneva.

 

DISTRETTO DI ISOLA DELLA SCALA

 

Comune               abitanti            ditte                superficie                     reddito

                                                                         in pertiche            in lire austriache

Isola della Scala      4.596               406                  68.253,83                   228.131,03

Bovolone               3.450               643                  38.519,75                     85.022,97

Erbé                      1.463               463                  15.173,97                     49.111,01

Salizzole                2.470               795                  44.457,30                     77.295,61

Sorgà                     2.289               242                  32.739,16                   108.691,16

Trevenzuolo           1.656               242                  27.839,16                     95.329,20

Vigasio                   1.884               215                 39.478,11                    102.964,66

Isola Rizza              2.164               292                 26.089,09                      62.797,60

Oppeano                2.396               290                 35.554,87                    118.755,75

Palù                          471                 57                12.586,58                      57.472,26

Ronco all’Adige       3.531               586                 59.269,37                    186.117,32

Bogara                   3.483               502                 37.233,28                    120.101,30

 

Totale                  29.853            4.733               417.689,76                  1.291.790,09

 

 

Il reddito globale annuo di un Trevenzuolese era di lire austriache 57, quello di un Isolano di lire 50, quello di un Vigasiano di lire 55. C'era chi stava anche peggio: a Salizzole il reddito era di lire 31, ad Erbè di lire 34, a Sorgà di lire 48. (p.f.)

 
Sommario

Capitolo 22

DIVAGAZIONI TRA MALATTIE E CURE

 

Le principali malattie nei secoli precedenti.

Carestie e colera.

II Veneto fu colpito da gravi carestie negli anni 1816-1817, nel 1829-1830, nel 1846-1847 e nel 1853-1855. L’approfondimento è limitato a considerare le conseguenze verificatesi aTrevenzuolo nelle carestie del 1817, del 1836 e del 1853-1855, poichè nell'archivio comunale ci sono testimonianze scritte che aiutano a capire i termini della tragica situazione.

La fame del 1817 restò memorabile. I prezzi aumentarono vertiginosamente: gli olii e le carni porcine erano venduti al doppio del costo ordinario; il riso, il frumento e il burro al triplo e il sorgo turco, principale nutrimento dei poveri al sestuplo. Nel mese di luglio il governo ordinò di redigere un prospetto di tutti i pellagrosi esistenti nel Distretto e mise al bando la mendicità, alimentata da accattoni provenienti perfino dal Mantovano e dal Modenese (BOZZINI 1995, pp. 14-16).

Nel 1836 scoppiò il colera. La malattia contagiosa si manifestava con diarrea ostinata, arsura, abbassamento di temperatura, disidratazione, e spesso risultava letale.

Da un prospetto commissariale del 9 agosto di quell'anno "risulta che i colpiti da colera a Trevenzuolo erano ben 87 di cui 31 morti; a Erbe i colerosi erano 11, a Sorgà 3. Poiché l'operazione agraria stagionale che si compiva ai primi di luglio era la monda delle risaie si ipotizzò che proprio dalle risaie avesse diffusione il morbo e nel gioco di reciproche accuse che ne seguì si identificò in Trevenzuolo una fonte notevole di pericolo; "è probabilmente da Trevenzuolo - si diceva in Erbè - il più pericoloso che arrivano i portatori sani, quelli convalescenti, quelli in pencolo di incubazione che con scariche diarroiche e profluvi alvini disseminano negli specchi d'acqua e nei fossi quelle deiezioni ricche di vibrioni che rappresentano il materiale infettante per eccellenza" (Ivi, p.155-156).

Erano molte le donne di Erbè che si recavano alla monda nelle vaste risaie di Trevenzuolo e Curtalta. Dopo aver assunto il vibrione in risaia , tornate solerti massaie fra le mura di casa, lo trasmettevano - secondo l'accusa - ad altri componenti della famiglia (Ivi, p. 156).

Anche tra l'autunno del 1853 e l'inverno del 1854 il prezzo dei cereali fu quasi raddoppiato a causa dell'annata agricola sfavorevole e di altri elementi congiunturali.

Uno staio di granoturco (litri 83) che nel maggio del 1853 costava lire 9,86 salì nella primavera del 1854 a lire 24,25 (BRUNELLO 1981, p. 185).

La polenta era l'alimento base della nostra popolazione rurale, ma da sola non poteva fornire un sufficiente nutrimento. Sale e olio che avrebbero potuto arricchirne il contenuto minerale e vitaminico, erano però un lusso perché l’uno era distribuito con parsimonia e l'altro aveva prezzi proibitivi. Al rincaro così netto dei cereali si aggiunse nel 1853 il crollo della raccolta dei bozzoli dei bachi da seta che i contadini allevavano in soccida con i proprietari, dal 40 al 60 per cento, e la comparsa , nello stesso periodo, della crittogama con conseguente rovina delle vigne la cui presenza anche nel comune di Trevenzuolo era assai diffusa (nel 1880 vennero prodotti 800 ettolitri di vino).

La carestia segnò inoltre l'inizio del processo di trasformazione dei salariati obbligati, con salario sicuro, in avventizi. Se si considera poi che le retribuzioni dei braccianti - secondo uno studio relativo ad un'azienda agricola veronese - erano diminuite dal 1819 al 1855 del 70 per cento (Ivi, p. 187) ci si rende facilmente conto della terribile situazione in cui versava il mondo rurale e del facile

riemergere e diffondersi in mezzo ad esso di malattie epidemiche come il colera o strettamente connesse con l'insufficiente alimentazione come la pellagra.

Nel comune di Trevenzuolo la ripresa del colera si ebbe l'11 luglio 1855, precisamente in via Venezia e nelle località Belfante e Campagnola a Fagnano. Il giorno 15 luglio comparve a Roncolevà.

Nel volgere di pochi giorni si contarono 61 morti: a Salette 3 morti nella famiglia Girelli; alla Madonnina di Roncolevà morirono i coniugi Berar e Bazzani, Polo e Zanella; in via Venezia: Anna, Giovanni e Giuseppe Marsiglio; alla Beletta, vicino alla Sella: Giacomo, Luigia e Maria Previdi; in via Moretti: Luigi e Paolo Grezzan; a Cadalora: Paolo, Rosa Maria e Giuseppe Persacola, ecc.

Il morbo durò, con qualche breve tregua, fino al 9 settembre dello stesso anno (ACT, Registro dei morti di colera negli Elenchi di Stato Civile).

"Il medico comunale dr. Luigi Mendini, adoperossi con zelo, premura e vera abnegazione di sè di giorno e di notte a sollievo dei travagliati del terribile flagello indiano". Questo il giudizio della Deputazione comunale a giustificazione della parcella relativa a 60 giorni di prestazioni, quanto era durato il colera. Una memoria redatta dallo stesso Mendini ci informa anche di alcuni esperimenti da lui condotti su colerosi locali (MENDINI 1855, pp. 934-935).

Le spese sostenute dal comune in questo frangente furono considerevoli, per un totale di 2463 lire austriache.

Tra le voci di spesa, oltre a quelle del medico e delle medicine, vanno segnalate quelle per le casse da morto, il trasporto con carretto e cavallo dei cadaveri al cimitero, le giornate di assistenza a domicilio di infermieri.

Fra quelle per alimenti sono conteggiati 570 pezzi di ghiaccio a 35 centesimi l'uno, pane a 18 centesimi la libbra, manzo a centesimi 54 la libbra, 96 limoni a 20 centesimi l'uno, riso e olio d'oliva.

Cessata la fase acuta del morbo si ingrossò il numero dei bisognosi da assistere.

L'anno seguente, il 7 maggio 1856, il Convocato del Comune deliberò di dare un sussidio giornaliero che variava da 25 a 65 centesimi, a partire dal 1 aprile 1856 fino al 31 marzo 1857, a chi presentava una certificazione di "estrema miserabilità" rilasciata da uno dei parroci delle tre parrocchie (ACT, Conto Consuntivo 1855 – 1856).

La pellagra.

A differenza del colera che esplodeva in determinati momenti la malattia della pellagra costituiva una costante nella vita della popolazione contadina perché legata ad una nutrizione insufficiente. Essa colpiva l'apparato gastrico, quello nervoso e nei casi più gravi portava alla follia. Erano ad essa maggiormente soggetti i lavoratori disobbligati cioè i braccianti che si cibavano esclusivamente di mais mentre nell'alimentazione dei salariati entrava anche il latte ed in qualche misura la carne. Data la prevalenza del latifondo in Trevenzuolo è facile capire come la presenza di braccianti, e quindi di persone a rischio di contrarre la pellagra, fosse consistente.

Da una statistica relativa al 1880 apprendiamo che le famiglie affette da questa malattia erano in Trevenzuolo 10 e contavano 33 componenti. Appartenevano quasi esclusivamente alla categoria dei lavoratori avventizi (RIGHI 1981, p. 146).

Va tenuto presente però - come osserva Bozzini - che essa era una malattia socialmente rilevante e diagnosticarla esplicitamente e fuori di ogni dubbio significava provocare le reazioni preoccupate della Delegazione Provinciale. Il medico di paese era pertanto in qualche misura sospinto a diluire la sindrome pellagrosa in uno dei tanti sintomi dermatologici, intestinali o psichici. (BOZZINI 1995, pp. 396-397). Ciò induce a pensare che anche i dati della statistica dei pellagrosi di Trevenzuolo siano espressi per difetto.

Il vaiolo.

Nel 1888 morirono in Italia a causa del vaiolo 18.000 persone e fu solo in quell'anno che venne decretata la vaccinazione obbligatoria che determinò la lenta ma progressiva scomparsa di una malattia che per tutto il secolo aveva mietuto tante vittime.

E’ interessante leggere le ordinanze e le istruzioni dell'Imperial Regio Governo del Lombardo dell'anno 1819 conservate unitamente ad altra documentazione nell'archivio del Comune e della parrocchia di Trevenzuolo. Di fronte al diffon dersi negli anni 1818-'19 in città e in provincia del "micidiale veleno del vaiuolo" si dispone che "sia prontamente eseguita la vaccinazione, unico salutare antidoto concesso dalla Provvidenza, e dalla esperienza d'ormai lunga mano di anni dimostrato sì efficace a guarentire l'umanità da uno de' più terribili flagelli...". Si raccomanda nel contempo ai medici e chirurghi, alle autorità e ai parroci che "sappiano insinuare nel popolo colla robusta e convincente eloquenza della verità e costanza dè fatti, la più ferma persuasione e sicurezza della sperimentata virtù del vaccino legittimo di allontanare il pericolo del vaiuolo naturale tanto certamente quanto questo medesimo sofferto una volta rassicura che non torni una seconda volta, ancorché abbiasi fra mille casi in favore forse uno in contrario [...] inumani sarebbero quelli che a tempo e con ogni fervore non procurassero un sì segnalato benefizio ai loro simili, tanto più se di sangue congiunti".

Allegato all'ordinanza vi è un fascicolo con le istruzioni ai vaccinatori per l'anno 1819, in sedici punti.

Il primo recita testualmente: "II virus vaccino deve essere inserito da braccio a braccio: se abbisogni di essere trasportato converrà racchiuderlo ermeticamente fra due cristalli, avvertendo di raccogliere il solo umore limpido, cristallino, un po’ glutinoso". Al punto 8 si legge: "L'innesto si deve eseguire a fior di pelle, dirigendo l'ago dall'alto in basso per assicurarsi che l'umore sia rimasto nell'inserzione". E al punto 15: "Si lascia al savio giudizio del vaccinatore lo scegliere nelle due stagioni di primavera e autunno proprie per la salutare operazione il momento più acconcio, e così di conoscere lo stato fisico degli individui tanto da innestarsi quanto da raccogliere materia per l'innesto" (APT Atti fabbriceria - 1819).

A proposito di "raccolta di materiale per l'innesto" vi è più di un documento firmato dal dr. Francesco Rachinger, medico comunale e vaccinatore, che attesta di aver prelevato il pus per la vaccinazione generale da bambini, ai genitori dei quali il Comune concedeva un compenso per la prestazione.  Lo stesso concedeva anche un premio ai primi due che si sottoponevano alla vaccinazione, forse per convincere la popolazione a superare la naturale riluttanza verso la novità dell'operazione".

Nei conti consuntivi, a partire dal 1819, sono conservati gli elenchi dei bambini vaccinati nelle sessioni di primavera e di autunno, compilati e firmati dal medico vaccinatore.

Nell'anno 1828 i vaccinati nel secondo semestre risultano 39. Il vaccinatore: Antonio Zanella chirurgo.

Oltre alla vaccinazione si ricorreva al sequestro della famiglia dei colpiti che veniva piantonata da guardie e sottoposta a continuo controllo medico. Ma questo provvedimento era spesso considerato dalla popolazione come il mezzo per contagiare anche i membri sani della famiglia. Nella vicina Erbè la Deputazione aveva prescritto in un primo tempo il metodo del "cordino" alla porta dei sequestrati che permetteva solo di somministrare loro di che vivere e veniva tolto solo per le visite del medico. Non ebbe buoni risultati e fu sostituito dalla designazione di un'apposita guardia che garantiva l'entrata del medico ma che niente avesse "a sortire dalla casa dei sequestrati" (BOZZINI, 1995, p. 94).

Nel 1831 vi fu una recrudescenza del morbo a Trevenzuolo e, nel tardo autunno, si diffuse anche a Sorgà. La deputazione comunale, in data 22 novembre di quell'anno, in mancanza della condotta medica, invita il "chirurgo maggiore" Luigi Mendini "a prender cura e vigilare sull'attivato sequestro dei colpiti, in modo che non si abbia comunicazione con gli infetti" (ACT., Conto consuntivo 1831).

Ma nel settembre del 1832 il morbo - come si legge nella relazione dell'ispettore D. Rigoni Stern - "prese di bel nuovo il paese di Trevenzuolo e Sorgà e ancor più quello di Vigasi" (BOZZINI 1995, p. 94).

Per l'occasione la Deputazione comunale di Erbè rimproverò quella di Trevenzuolo di avere a sprezzo la salute pubblica perché - così si legge in un esposto alle Autorità - "II male trae origine dalla vicina frazione di Curtalta e precisamente dalla corte Comello soggetta alla giurisdizione del Comune di Trevenzuolo, in cui vari individui trovansi attualmente decumbenti in causa di questo contagio. Il Comune di Trevenzuolo, obliando il sacro dovere di preservare la salute e la vita dei mortali, lascia liberamente vagare con danno dell'umanità sofferente, il contagioso e qualche volta micidiale morbo. Si sa per certo che nessuna misura sanitaria venne impartita dall'autorità cui è soggetta questa frazione di Cortalta. Per cui riescono del tutto inefficaci e frustranei gli scrupolosi provvedimenti di Erbè, giacché i villici che si portano a Curtalta per lavoro si frammischiano colà con persone non bene risolte dalla malattia".

Si invocavano pertanto i debiti provvedimenti affinchè l'indolente" rappresentanza comunale di Trevenzuolo si applicasse ad un severo rispetto delle norme sanitarie (BOZZINI 1995, pp. 126-127).

Tredici anni più tardi il Comune pubblicava il bando per il concorso della condotta medica. Veniva in esso precisato che i candidati oltre la laurea in medicina, dovevano possedere l'abilitazione all'esercizio dell'innesto del vaccino (ACT, Conto consuntivo 1845).

Pratiche curative e ricette mediche.

Contro epidemie e malattie di molteplice natura la medicina ufficiale disponeva di palliativi più che di rimedi. Una pratica fra le più diffuse, usata a proposito ed a sproposito, era quella del salasso.

Se ne era assolutizzata l'efficacia e tradotto il concetto in massima popolare: "Salasso 'na volta l'ano - bagno 'na volta al mese - magnar 'na olta al giorno" (PASQUALIGO 1858, III, p. 54).

Il prelievo di sangue era effettuato dal cosi detto flebotomo mediante l'applicazione di sanguisughe. Si tratta di animali che abbondavano nelle acque stagnanti della bassa provincia veronese ma curiosamente ci fu anche chi cercò di inventare una "sanguisuga artificiale" per quei luoghi, dove non ci fosse altrettanta disponibilità: fu Francesco Fusina di Isola della Scala (BOZZINI, 1995, p.60).

Alcuni documenti dell'archivio Allegri relativi alle prestazioni mediche effettuate ai dipendenti di corte ci mostrano come la voce "salasso" fosse la più ricorrente.

Per una sufficiente conoscenza della qualità delle medicine impiegate risulta utile la consultazione dei conti consuntivi del comune in quanto vi sono allegate le numerose prescrizioni mediche che venivano pagate a favore dei poveri di Fagnano con il capitale del lascito Fantini.

Le ricette - volgarmente "repize" per storpiatura della parola recipe (prendi) con cui sempre iniziavano - sono vergate in latino ed offrono un campionario interessante della farmacopea dell'epoca.

Ecco alcune delle più ricorrenti:

Sulfatis chininis grana decem

Olei ricini recentis, unciam unam

Roab sambuci q.s. (quantum sufficit) in bolis sex

Santoninae grana decem

Sacchari drachman unam (divide, misce in dos quattuor)

Pulpae tamarindi uncias duas

Sulfuris aurati antimonii grana tria

Olei olivarum uncias tres

Salis amaris uncias tres

Mannae electae uncias duas

Tartari emetici granum unum

Ammoniae purae liquidae unciam unam et semis

Opii puri pulveris granum unum

Extractum cicutae drachma semis

Facciamo ora un salto nel tempo verso la fine dell'800 e precisamente nel 1892 e vediamo le più frequenti ordinazioni ricavate dalle ricette presentate dal farmacista al Comune per medicinali forniti ai poveri. Non sono più scritte in latino ma si capisce che il salto di qualità è ancora di là da venire:

Digitale polvere gr. 1

Vino marsala gr.10. Benzoato soda caffeina gr.1,66

Corteccia china gr. 20 decotto

Globuli potassici gr. 1

Lattato di ferro gr. 4 pillole 30

Acido fenico gr. 40

Solfato di ferro gr. 2

Ossido di zinco gr. 1 pillole 20

Acqua di cedro gr. 80

Olio ricino gr. 25.

Mandorle gr. 50 (emulsine con laudano}

Laudano gr. 15

Tela vescicatoria

Acque catulliane, n. 3 bottiglie

Poligala gr. 20

Sanguisughe n. 6

Elixir febbrifugo gr. 300

Pillole di catramino n. 20

Fior di zolfo

Quale efficacia potessero avere questi prodotti, che fanno pensare a merci del droghiere o dello speziale più che a medicine, contro la tisi, le polmoniti, il colera, le febbri malariche ed altro, è facile immaginarlo. (p.f.)

 
Sommario

Capitolo 23

LA SCUOLA AUSTRIACA A TREVENZUOLO DURANTE IL REGNO LOMBARDO-VENETO (1814 – 1866)

 

Durante l'amministrazione austriaca, il Comune di Trevenzuolo, come del resto tutti i comuni lombardo-veneti, godette in campo scolastico, di una posizione di privilegio, almeno per l'epoca.

Il Governo aveva posto particolare attenzione verso l'istruzione popolare di base, "nella fiducia di rendere i suoi popoli quanto istruiti altrettanto cristiani e quindi onorati e fedeli sudditi". (ANDREOLI, 1848, voi V, p. 265).

In notevole anticipo rispetto agli altri Stati preunitari, aveva decretato l'istruzione elementare obbligatoria, gratuita e aperta a tutti i fanciulli e le fanciulle dai 6 ai 12 anni. (Idem, Regolamento).

Le scuole elementari minori, prima e seconda classe, dovevano essere funzionanti in tutti i paesi con almeno 50 fanciulli ed erano a carico del Comune. Il Regolamento prevedeva, per le famiglie inadempienti, la multa di mezza lira austriaca per ogni mese di mancanza alle lezioni. A livello locale il parroco aveva una funzione di controllo sul funzionamento della scuola. Le vacanze o ferie autunnali erano limitate a cinque settimane di solito dal 21 settembre al 28 ottobre. Nella scuola elementare si insegnavano i principi della religione cattolica, il leggere lo scrivere, il calcolo.

Molta importanza era data all'apprendimento della calligrafia. Il metodo di insegnamento era basato sul principio che tutto ciò che doveva essere insegnato doveva essere reso sensibile e visibile attraverso i segni.

Venne introdotto infatti la novità per quei tempi, di un sussidio magico: la tavola nera o lavagna. L'ordine doveva essere assoluto. In aula c'era il banco dell'onore e quello del disonore.

La disposizione dei banchi doveva tener conto del livello di apprendimento degli alunni: nei primi banchi gli alunni mediocri, al centro quelli di più volgar talento e negli ultimi banchi i migliori (ZAMBALDI 1975, p. 117).

Evidentemente questa successione aveva lo scopo di concedere maggiore attenzione e migliori opportunità ai più lenti nell'apprendere. Nel nostro comune, alla data del 2 giugno 1848, figurano in servizio tre maestri dei quali due sacerdoti; don Bartalo Zucconi a Fagnano, don Angelo Mantovanelli a Roncolevà, e il laico Giuseppe Zendrini.

Gli stipendi: lire austriache 33 mensili al maestro di Fagnano, lire 22 e 38 centesimi a quello di Roncolevà, lire 50 a quello di Trevenzuolo perché di ruolo e con il più alto numero di alunni. Stipendi dignitosi: l'unico dipendente comunale con stipendio maggiore era il medico condotto Francesco Ruchinger (ACT, Conto Consuntivo 1848, elenco assegni erogati, v. all. 4).

Le scuole erano allogate in case d'affitto.

Il più alto numero di frequentanti era a Trevenzuolo, per gli alunni del capoluogo si acquistano 150 abecedari, e libri per la scrittura, contro i 20 per quelli di Fagnano.

Un documento agli atti del Conto consuntivo del 1829, testifica che a conclusione di ogni anno scolastico veniva stilata una graduatoria di merito e si premiavano i 3 alunni migliori (PICCINATO A, La scuola elementare in un comune della Bassa nel passaggio dall'ordinamento Austriaco al Regno d'Italia, 1864-1878, tesi di laurea, facoltà di Magistero dell'Università di Verona, a.a. 1994).

"Il Lombardo aveva un sistema scolastico, in conformità dell'azione riformatrice di Maria Teresa e di Giuseppe II, indubbiamente il migliore d'Italia (DE FORT 1979, I, p. 17).     (p.f.)

 
Sommario

Capitolo 24

L’UNITA’ D’ITALIA

 

Anche a Trevenzuolo la Deputazione ed il Consiglio comunale manifestarono rande soddisfazione “per quel fortunato voto [il plebiscito dell'ottobre 1866] mediante il quale le Provincie si unirono alla Patria comune, sotto il glorioso scettro di Vittorio Emanuele II nostro RE” (ACT, Protocollo - seduta straordinaria del Consiglio comunale del 29 dicembre 1866).

Si stanziarono 100 fiorini per festeggiare il fausto avvenimento, si acquistò una bandiera nazionale, 19 berretti per la Guardia cittadina; si somministrò vino. La domenica 2 giugno del 1867 si celebrò la solennità dello Statuto e dell'Unità nazionale, con fuochi d'artificio, con due brenti di vino di scelta qualità, con un'elargizione di 3 lire a ciascuno dei 33 poveri del comune (ACT, Conto Cons.1867, allegato 8).

Da sottolineare che nella ricevuta di elargizione, 28 dei 33 beneficiati dovettero apporre il segno della croce perché analfabeti.

Anche alle tre Fabbricerie delle parrocchie vennero elargite 89 lire. Come a dire che popolo e clero erano lusingati al consenso verso la nuova realtà politica.

Ma l'esaltazione per l'annessione del Veneto all'Italia durò breve tempo.

II Veneto che grazie all'oculata amministrazione austriaca presentava un bilancio attivo di 25 milioni si trovò a sopportare, unitamente alle altre regioni annesse un deficit di 600 milioni che lo Stato Unitario aveva contratto soprattutto per le spese militari della III Guerra d'Indipendenza.

Con il 1 gennaio 1869 entrò in vigore l'odiata tassa sul macinato. Bisognava pagare, presso il mulino, una gabella di 2 lire per ogni quintale di frumento macinato, lire 1 per il granturco e lire 1 e centesimi 20 per l'avena. Il governo preoccupato di sanare il bilancio, prendeva per la fame il contadino. Altri motivi di malcontento furono la confisca dei beni ecclesiastici e le vendite dei terreni demaniali. Con quest'ultimo provvedimento i poveri si vedevano privati dei diritti di origine feudale di raccogliere legna, pascolare il bestiame, pescare liberamente e senza imposizione di tasse sui beni comunali.

A Verona la tensione tra clericali e governativi esplose durante la processione del Corpus Domini del 1868 (BOZZINI 1977, pp. 28-29).

Le manifestazioni di malcontento nella Bassa, al grido di "Viva Pio IX! Viva l'Austria", coincisero con l'introduzione della tassa sul macinato.

"Il 26 dicembre 1868 in Nogarole, alcuni villici tumultuarono contro il macinato II cappellano li arringò e si chetarono. Ma una trentina di essi, con una tromba si portò a Roncolevà e ivi ingrossati da curiosi e da altri tumultuanti, forzarono un giovane di 19 anni ad appiccicare al muro della chiesa un manifesto manoscritto provocante gridando : "Abbasso il macinato, abbasso i signori!". Il parroco don Mantovanelli, uscito dalle sacre funzioni, ammansò con autorevoli parole quei disgraziati, strappò gli affissi e seppe vincere i furenti, sì bene, che senza alcun disordine e a testa bassa tornarono alle loro case" (Veneto Cattolico, 9 gennaio 1869).

La repressione dello Stato fu però immediata. Mentre a Trevenzuolo i disordini provocarono solo pochi arresti, a Nogarole gli arresti furono 15 (L'Arena, anno IV, n. 5).  (p.f.)

 
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Capitolo 25

UN CIMITERO PER TRE COMUNITA’

 

Con la riforma amministrativa napoleonica, Fagnano e Roncolevà perdettero la loro autonomia comunale e furono accorpati nel Comune di Trevenzuolo.

La nuova legislazione obbligava a trasferire i cimiteri dalle aree delle chiese. Da sempre infatti le tre Comunità avevano il loro cimitero che formava un tutt'uno con la chiesa e il sagrato.

In un primo momento, forse, ci si era orientali a costruire i tre cimiteri su nuove aree. Da un documento del 26 gennaio 1817 appare che per quanto riguardava Fagnano era stata scelta la pezza arativa detta del Taval di ragione Pollettini, alla destra dello stradello Voddaggione che porta al "Bugno". Poi prevalse la soluzione di un solo cimitero su un'area equidistante dai tre paesi, appunto l'area all'altezza del ponte sulla Grimana sulla strada Trevenzuolo-Roncolevà. Il comune acquistò l'area dal nob. Leonardo Tomini Foresti, marito di Marianna Pellegrini, per lire Austriache 344:82. Nel 1831 fu pagata una parcella di lire austriache 40:18 all'ing. Giuseppe Milani per il progetto di chiusura con siepe, fossa e cancello dell'area cimiteriale. Nel catasto austriaco del 1845 il cimitero appare nelle linee perimetrali e vi figura già costruita la cappella cimiteriale (ACT, Catasto austriaco). Nel conto consuntivo del 1887 figurano depositate £. 2000 a interesse per la costruzione del nuovo cimitero.

L'undici gennaio 1889 avvenne la cerimonia della solenne inaugurazione. Fra il 1902 e il 1903 ci fu il trasferimento alla nuova sede dei resti esumati negli ex cimiteri di Trevenzuolo, di Roncolevà e di Fagnano (ACT, Delibera Consiliare 22. X. 1904, n. 32). Nel 1955, su progetto dell'architetto Antonio Magnaguagno, fu iniziata la costruzione di una campata di loculi e nel 1979 fu abbattuta la primitiva cappella ricavandone una nuova. Recentemente il cimitero è stato ampliato per far

posto a una serie di campate che ne contornano tutto il perimetro. (p.f.)

 
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Capitolo 26

LA SCUOLA DOPO L’UNITA’ D’ITALIA

 

"Che volete che faccia dell'alfabeto colui al quale manca il pane, l'aria, la luce, che vive nell'umido e nel fetore?" (VILLARI 1872, p. 493).

In una struttura prettamente contadina miserabile, qual era quella di Trevenzuolo negli anni dell'unificazione alla patria, mandare i figli a scuola era spesso considerato una perdita di tempo, perché la scuola li sottraeva al lavoro dei campi.

L'unificazione del Veneto all'Italia, comportò almeno per qualche anno, un passo indietro nella legislazione e nella organizzazione scolastica, per di più in una situazione economica assai più critica di quanto non lo fosse sotto la dominazione austriaca.

In una relazione il prof. Don Ronconi, parroco di Trevenzuolo, nella sua qualifica di direttore scolastico, scrive: "Nella scuola diurna ebbi a riscontrare 48 presenze nella quale 20 sono di fanciulli miserabili" (ACT, Conto consuntivo 1866-67).

Non si fa cenno naturalmente della presenza di ragazze. Da una relazione del sindaco dr. Daniele Polettini al prefetto si ricava che "tre sono le scuole maschili: una a Trevenzuolo, una a Roncolevà e una a Fagnano. Per quanto riguarda la scuola femminile, se ne progetta la realizzazione con l'ultimazione della nuova sede comunale" (ACT, Atti Conti C. 1870).

Negli anni 1867-68-1869 in tutte e tre le parrocchie vengono aperte scuole festive e serali per gli adulti analfabeti. Questa iniziativa avrà molto successo Le lezioni si tenevano ogni sera dalle 18 alle 20,30 (ACT, Relazione don Ronconi, Conto cons. 7569).

Il 20 novembre 1869, a Trevenzuolo, prendeva avvio anche la scuola femminile e ne assumeva il servizio la maestra Maria Modena. L'anno seguente fu aperta una seconda scuola femminile, a Roncolevà, diretta dalla maestra Cleopatra Bonini proveniente da Casteld'Ano. Bisognava attendere l'anno 1878 per l'apertura della scuola femminile anche a Fagnano diretta dalla maestra Regina Sentieri. Nelle tre scuole maschili e nelle tre femminili ormai si contavano 200 alunni (ACT Conto cons. 1878).

Con la Scuola femminile era finalmente abbattuta una barriera, infatti "l'alfabetizzazione delle donne era ritenuta una faccenda di capriccio e di moda. L'insegnare a scrivere alle donne, se non formalmente proibito era però dall'autorità sconsigliato perché ritenuto dannoso" (GABELLI 1870, p. l16).

Il 15 gennaio 1878 si celebrò a Trevenzuolo una solenne officiatura funebre per la morte del re Vittorio Emanuele II. Attraverso gli elenchi degli alunni partecipanti alla messa, ricaviamo che a Trevenzuolo gli alunni maschi erano 48 e 38 le femmine, a Roncolevà, 34 i maschi e 20 le femmine, 30 i maschi a Fagnano dove la scuola femminile non era ancora funzionante.

L'accurata compilazione dell'elenco era legata "alla erogazione di lire 100 in buoni da lire 2 ciascuno ai più poveri e una mancia di 5 centesimi agli alunni delle scuole che prestaronsi all'ufficio funebre del non mai abbastanza compianto re Vittorio" (ACT, Conto cons. 1878).

La prima alfabetizzazione ormai raggiungeva tutto o quasi il territorio comunale. La percentuale nazionale di analfabeti, nel 1871 era del 68,8%; a Trevenzuolo del 60% grazie alle scuole festive e serali per analfabeti adulti.

In quell'anno gli abitanti del comune erano 2170: di questi, 1110 erano maschi e 1060 femmine. Non sapevano leggere 464 maschi e 835 femmine! Sapevano leggere e scrivere 643 maschi e 220 femmine. (PICCINATO, La scuola elementare in comune della Bassa... cit.).

La prima alfabetizzazione stava ormai facendo progressi, almeno a livello della prima e seconda elementare. Per il saggio di fine anno scolastico nel 1899 furono distribuiti come premio: Le mie prigioni di Silvio Pellico, I promessi sposi di Manzoni, Robinson Crosue di Defoe e le Massime eterne di S. Alfonso de Liguori (ACT, Conto cons. 1899).

Con il passare degli anni, si intensifica la politica scolastica del nostro comune. Tra il 1900 e il 1908 verranno costruiti tre nuovi edifici scolastici (nel 1900 a Roncolevà, 1905 a Fagnano e nel 1908 nel capoluogo).

Per anni, gli scolari di Roncolevà e di Fagnano che volevano proseguire l'istruzione dopo la terza elementare, dovevano recarsi a piedi, o in bicicletta alla scuola del capoluogo, dove dal 1904 avevano cominciato a funzionare una quarta e una quinta.

 
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Capitolo 27

LEGHE ROSSE, LEGHE BIANCHE E ASSOCIAZIONISMO DALLA FINE DELL’OTTOCENTO ALL’AVVENTO DEL FASCISMO

 

Nella società agraria di fine Ottocento, caratterizzata da una profonda crisi economica, il movimento socialista si espresse soprattutto nelle "Leghe rosse" che si battevano per l'imponibile della mano d'opera, per la giornata lavorativa di 8 ore, per l'aumento delle tariffe salariali. Ruolo importante nel sostenere queste rivendicazioni ebbe nella zona il giornale "Verona del Popolo".

Trevenzuolo risentì l'influenza delle ben organizzate Leghe mantovane ed il proselitismo fu facile.

Nel 1901 e 1902 furono organizzati due famosi scioperi, con risonanza oltre i confini del comune, per la massiccia partecipazione di sostegno di socialisti mantovani ed emiliani.

I Cattolici, in condizioni minoritarie ed in ritardo si raggrupparono nell'Unione del lavoro che si prefiggeva di far stipulare affittanze collettive (1909-1912) e di trasformare centinaia di braccianti in piccoli proprietari.

Determinante fu l'apporto delle Casse rurali, nate dal Convegno delle Società Operaie tenuto a Verona il 18 settembre 1892.

Animatore della loro diffusione fra i parroci di campagna fu mons. Giuseppe Manzini. La prima cassa rurale sorse, all'indomani della Rerum Novarum, a S. Pietro di Legnago.

A Trevenzuolo cominciò ad operare nel 1898. Il saggio di sconto non poteva superare il 6% e i prestiti potevano variare dalle 250 alle 300 lire, ma in casi eccezionali si poteva arrivare alle 1000 lire.

Accanto alla Cassa rurale vanno ricordate la Società di mutuo soccorso di Trevenzuolo e Fagnano fondata nel 1892 e che contava, 5 anni dopo, 109 soci e la Società Fratellanza, fondata nel 1896, con 99 soci già l'anno successivo Svolsero un ruolo importante di mutuo aiuto tra i soci, soprattutto in occasione di malattie e nei lunghi periodi di disoccupazione.

La Federazione delle Società Operaie si diffuse con il sostegno del clero nell'intera diocesi, con una trentina di sedi ed oltre 2000 soci (Nel solco dell'Isolano foglio annesso a Il Lavoro del 1 maggio 1915).

Le leghe socialiste, che interpretavano le istanze del mondo bracciantile delle basse, erano raggruppate nella Federazione dei Contadini della Bassa Veronese, guidate da Primo Bonato, un attivo sindacalista di Villabartolomea morto in un incidente stradale, di dubbia natura, fra Isola della Scala e Buttapietra. Contavano più di 3000 aderenti.

Le Leghe "bianche" si indirizzavano verso il mondo contadino e mezzadrile delle fasce medio alte. Ne era organizzatore agli inizi del secolo il segretario dell’Ufftcio del lavoro di Isola della Scala, Giuseppe Speranzin, che ottenne il famoso 'Memoriale" o contratto piattaforma. Prevedeva l'imponibile di 5 uomini e 5 donne ogni 100 campi (esclusi i mesi di dicembre e gennaio); salari da lire 1.20 a lire 3 a seconda dei lavori e delle categorie; aumento dei salari del 50% per le prime 100 lire di retribuzione e del 25% sul rimanente, oltre a tenui compensi in natura.

Mondo cattolico e ideologia socialista esercitavano una forte azione di concorrenzialità sul mondo agrario. Non di rado essa si esprimeva in forme di aperto conflitto con spaccature all'interno della comunità civile.

Da Roncolevà i socialisti che avevano buon seguito fra la popolazione scrivevano: "anche i preti, oltre i proprietari e i conduttori di fondo, fanno a gara nel negare lavoro ai contadini iscritti alla Lega". Il parroco dal canto suo rinunciò ad una processione per non permettere ai musicanti, quasi tutti della Lega, di suonare e due anni dopo ci fu un'animata elezione della presidenza, vinta poi dal rappresentante socialista (RIGOLI 1994, p. 130).

Un episodio criminoso si verificò nel 1905 all'azienda di Val di Zucco, dove un salariato sparò attraverso la finestra, fortunatamente con conseguenze minime, contro il fittavolo Angelo Menegazzi, a letto con la famiglia. Si conserva ancora l'immagine "impallinata" della Madonna che pendeva sulla parete.

Nel 1907 tre datori di lavoro di Fagnano non accettarono le nuove tariffe concertate fra le leghe. Ne seguì uno sciopero a cui parteciparono 300 persone, tra cui molte mondine ferraresi, modenesi e bolognesi che trovavano lavoro in questi latifondi.

Il comizio fu tenuto a Trevenzuolo dall'on. Todeschini, socialista (Verona del Popolo, 6 luglio 1907).

Nelle elezioni amministrative dello stesso anno i socialisti ottennero 8 seggi su 15 ed il consiglio dichiarò la laicità della scuola elementare e abolì l'insegnamento religioso.

Però nessuno dei due candidati socialisti fu eletto sindaco. La carica di primo cittadino toccò a Cesare Ferrarini di Fagnano sostenuto dal voto dei clerico-moderati.

L'anno successivo i socialisti di Roncolevà inauguravano la Casa del Popolo, mentre a Trevenzuolo la Società operaia acquistò ed iniziò a gestire un forno ed un'osteria in via Venezia.

Lo scoppio della prima guerra mondiale pose tregua ai contrasti che riemersero più aspri all'indomani della sua fine, fra socialisti e popolari cattolici. Leader indiscusso di questi ultimi era Giovanni Uberti che, collaboratore di don Sturzo nella fondazione del Partito Popolare, aveva espresso una forte presenza fra i mezzadri e i braccianti della Bassa nel così detto biennio rosso (1919-1920). Un fatto di cronaca successo nel nostro paese può dare l'idea del livello dell'animosità con cui era vissuta la lotta politica. Il 7 settembre 1919, in un contraddittorio con l'on. Bonato, l'on. Uberti fu preso a sassate sui gradini delle scuole elementari. Se la cavò con una emorragia alla testa.

L'ultima iniziativa socialista in Trevenzuolo fu l'apertura di una cooperativa di consumo. Ebbe breve durata perché con l'avvento del fascismo le Leghe vennero esautorate: quelle rosse ridotte forzatamente all'inerzia, quelle bianche inaridirono lentamente con la fine delle Casse rurali. (p.f.)

 
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Capitolo 28

LA GRANDE GUERRA E LA GRANDE DISOCCUPAZIONE

 

Anni di stenti, di disoccupazione e di fame quelli della grande guerra e del periodo immediatamente successivo, cui il comune cercò in qualche misura di far fronte con cantieri pubblici.

Nel verbale di una delibera del Consiglio comunale del 20 gennaio 1914, presieduto dal sindaco Giovanni Zaramella, leggiamo:

"la disoccupazione infierisce in modo impressionante... alle infinite domande di lavoro, l'Amministrazione non sa in qual modo provvedere".

Si decise di interrare la fossa "Peschiera" che lambiva Corte Grande, via Staffalo e la piazza e che per secoli era servita anche come "barcheggiadora" per il trasporto dei covoni di riso dalla campagna all'aia. Il proprietario, cav. Trevenzuoli accettò le motivazioni sociali e igienico-sanitarie che stavano alla base della proposta e diede il proprio assenso.

Fu contratto un prestito bancario su uno stralcio di 2.000 lire e così un po’ di mano d'opera venne assorbita.

La paga corrisposta per il trasporto della terra era pari a lire 0.45 per metro cubo e solo con una delibera consiliare dell'anno successivo fu innalzata a lire 0.65.

Sempre nel 1914 partirono per il fronte le classi dei nuovi richiamati e questo comportò un ulteriore aggravio per le finanze del comune che per sussidiarne le famiglie fu costretto a contrarre un nuovo prestito di 3.000.

La fine della guerra rese più drammatica la situazione occupazionale per il ritorno dei combattenti congedati. Il 30 luglio 1919 si accendeva un nuovo prestito cambiario di lire 5000.

"Doveroso è provvedere al lavoro di coloro che hanno combattuto per la patria e a prezzo di indicibili sofferenze hanno vinto con il loro eroismo la più grande guerra che la storia ricordi". Con questa motivazione si approvò un nuovo cantiere di lavoro per il risanamento della piazza di Roncolevà, per la spesa di lire 29306 (ACT, Delibera consiliare n. 7, 5.3.1919).

Anche qui furono interrati alcuni scoli della fossa Gambisa.

Ma la retorica poteva solo momentaneamente far velo ad una realtà ormai insostenibile.

Il 23 gennaio 1920 i consiglieri rassegnavano tutti le dimissioni perché impotenti di fronte alla quasi totale iscrizione della popolazione all'elenco dei poveri, alla massiccia disoccupazione e alla mancata resa dei conti del tesoriere dal 1915 al

1919 (ACT, Delibera consiliare n. 27, 23.1.1920).    (p.f.)

 
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Capitolo 29

CAPITELLI

 

L'esistenza di un capitello nel territorio del comune viene attestatA già dal "campion" delle strade del 1589.

Fra quelli esistenti il più antico è situato a Fagnano, sul quadrivio delle strade vicine all'antica osteria. La posizione ha condizionato la forma del tempietto che si apre in quattro volti poggianti su un solido piedestallo e contenenti altrettanti santi anti-malattie modellati dallo scultore Agostino Barbieri: S. Caterina d'Alessandria, patrona dei mugnai e delle ragazze da marito; S. Rocco, che si invocava contro le pestilenze; S. Antonio Abate, protettore degli animali domestici e contro l’herpes zooster; l’Immacolata. Venne ideato e costruito da tal Giacomo Faccioli come si legge nell'epigrafe collocata alla base del lato sud : IMM(ACOLATA) CONC(EPTI)O B.M.V.- LINEIS ET OPERA - IACOBI FACIOLI. La dedica all'Immacolata, il cui dogma venne proclamato da Pio IX nel 1854, può essere indicativa circa l'epoca della costruzione.

Sempre entro i limiti della parrocchia di Fagnano s'incontra un altro capitello a pianta circolare, in località Mantellina. Venne eretto attorno agli anni '30 dai sigg. Sandrini e contiene all'interno le immagini della Madonna, S.Antonio da Padova e S. Teresa del Bambin Gesù.

Nel 1955 venne innalzato il capitello sito in via Marinella all’incrocio con via Sacchetto dedicato alla Madonna di Pompei che vi figura assieme a S. Domenico e S. Caterina da Siena.

 
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Capitolo 30

L’AVVENTO DEL FASCISMO A TREVENZUOLO

Il Consiglio comunale obbligato dal Fascio a dimettersi.

Dai documenti e dalle testimonianze risulta che l'adesione al fascismo fu quasi plebiscitaria nel Comune di Trevenzuolo, in particolare a Roncolevà, dove il P.N.F. era organizzato m Centuria e Manipolo. Gli esponenti socialisti furono messi a tacere brutalmente. Con un'azione intimidatoria il Consiglio comunale retto dal sindaco socialista Guido Baldani Guerra, fu costretto a dimettersi.

Fin dalla primavera del 1921 l'Amministrazione comunale aveva cercato attraverso trattative di evitare una netta contrapposizione con il Fascio locale, proponendo la nomina di una commissione con l'incarico di cercare i modi di collaborazione, onde evitare "i motivi lamentati e contenuti in una lettera del Fascio in data 29 maggio 1921" (ACT, Delibera Consiliare n. 91, 24.6.1921).

Dopo un primo rifiuto, il direttorio del P.N.F. in data 21 giugno fece seguire un vero e proprio ultimatum: "A scanso di ....entro il termine di trE giorni dalla data della presente lettera, le dimissioni da parte dell'Amministrazione comunale devono essere irrevocabilmente date!".

Il sindaco convocò il Consiglio comunale il 24 giugno 1921. Esposta la comunicazione del direttorio fascista, fu aperta la discussione. Il verbale così riassume le risultanze: "La maggioranza del Consiglio comunale, considerato che l'invito fatto al locale fascio di combattimento per la nomina nel suo seno di una commissione allo scopo di collaborare con l'Amministrazione comunale, venne respinto; che successivamente in seguito alla lettera pervenuta il 21 giugno, il fascio locale oltre che respingere l'invito a collaborare, insiste per le dimissioni dell'attuale Amministrazione comunale; ritenuto che di fronte all'ultima lettera del fascio locale verso la legittima rappresentanza comunale, viene a mancare quella serenità di spirito necessaria per tutelare gli interessi della popolazione; che motivi di ordine pubblico inducono ad un serio e ponderato esame della situazione che si verrebbe a creare qualora la maggioranza insistesse di rimanere in carica; di fronte ad una eventuale agitazione che potrebbe dar luogo a fatti incresciosi nella popolazione e per i quali l'Amministrazione comunale declinerebbe ogni responsabilità: il Consiglio comunale delibera di rassegnare le proprie dimissioni, incaricando il signor sindaco di darne partecipazione al signor Prefetto per le sue ulteriori determinazioni. Letto, confermato e sottoscritto (ACT, Delibera Consiliare n. 91, 24.6.1921 ).

Cittadinanza onoraria a Benito Mussolini.

II  9 Aprile  1924 si  tennero  le elezioni  politiche generali  che  sanzionarono  l'avvento al potere del Partito Nazionale Fascista.

Nell'euforia della vittoria il 17 maggio dello stesso anno si riunì il Consiglio Comunale per deliberare il conferimento della cittadinanza onoraria "alle Loro Eccellenze Benito Mussolini e Alberto De Stefani".

Per comprendere il clima che si viveva in quegli anni anche m un piccolo paese qual era Trevenzuolo è utile riportare il testo della delibera firmata dal podestà cav. Luigi Girelli: "II Consiglio Comunale di Trevenzuolo, considerato che se l'Italia nostra è riuscita a risollevarsi dal baratro ignominioso nel quale i partiti sovversivi e antinazionali l'avevano gettata nell'immediato dopoguerra lo si deve alla miracolosa energia di S.E. Benito Mussolini, duce del Fascismo; che la susseguente risollevazione finanziaria della Patria, auspice il Governo Nazionale è opera del nostro grande concittadino Alberto De Stefani; ritenuto che a queste due meravigliose "figure" tutti dobbiamo la massima riconoscenza e che per esternare tale doveroso sentimento si rende necessario unanime manifestazione di solidarietà e simpatia da parte di ogni Italiano; interpretando il sentimento unanime di affetto di tutta la popolazione di questo Comune verso gli artefici della Grande Italia, per acclamazione proclama S.E. Benito Mussolini e S E Alberto De Stefani, cittadini onorari del Comune di Trevenzuolo, dando incarico al Sindaco di comunicare agli Insigni Uomini l'avvenuta elezione..." (ACT Delibera Cons. Com. 17 maggio 1924).

 

Il monumento alla resurrezione dell'eroe

 

II 12 maggio 1926 fu steso un preliminare d'acquisto che prevedeva la cessione al Comune da parte di Alvise Bolognesi Trevenzoli di un'area di 6400 mq metà della quale per il prezzo di 15.000 lire e l'altra metà gratuitamente allo scopo di erigervi il Parco di Rimembranza e il monumento ai caduti.

II 12 maggio 1928 il podestà comunale. Luigi Girelli, deliberò l'atto formale

II comune si impegnava a far scavare un fossato che delimitasse l'area del Parco dal resto della proprietà Trevenzoli, praticamente una variante della peschiera-barcheggiadora".

In quella stessa occasione fu deliberato di scegliere, tra quattro bozzetti presentati, quello dello scultore Franco Girelli, a rappresentare su statua di bronzo  "la resurrezione dell'Eroe pronto con la spada a combattere e con l'aratro pronto al lavoro per la grandezza della Patria".

La statua doveva essere alta m. 2.30 sul basamento di marmo nembro di S.Ambrogio largo m. 5.20 X 5.50.

La spesa preventivata in lire 40.000 fu poi aggiornata a lire 49.700 perché la statua fu portata a m.2.60 e parimenti fu ingrandito il basamento per un rapporto più armonico con l'ampiezza del Parco di Rimembranza (ACT, Delibere del Podestà, 12. V. 1928).

Il 23 settembre dello stesso anno si tenne un'imponente manifestazione per l'inaugurazione. Le cronache parlano di una "fiumana" di popolo, della presenza di molte autorità, con la partecipazione della Musica presidiaria e della banda di Roncolevà e di un aeroplano che volteggiava lanciando bandiere tricolori. La festa si concluse con un grande spettacolo pirotecnico (ACT, Delibere del podestà, 2.X. 1928). Sui lati marmorei del monumento furono incisi i nomi dei 56 caduti nella guerra 1915-1918: Bosco Angelo, Benfatti Fulvio, Bonadiman Domenico, Baraldi Faustino, Bognini Silvio, Caloi Giuseppe, Caloi Vittorio, Carreri Enrico, Caldana Cesare, De Rossi Francesco, De Rossi Mario, Ferrari Omero, Falavigna Lino, Guaresi Guido, Gabrielli Arturo, Lucchini Albino, Mirandola Giobatta, Mirandola Leone, Modena Albano, Milioni Angelo, Ortelli Carlo, Rigoni Agostino, Rizzi Giuseppe, Sarti Antonio, Targa Emilio, Vivaldi Giovanni, Vivaldi Euclide, Zanotto Giuseppe, Zaffani Giovanni, De Rossi Guerrino, Guzzo Giovanni, Tosi Carlo, Zanetti Agostino.

Il monumento, nel  1958. fu spostato di una quindicina di metri per consentire l'attuale lottizzazione di piazza R. Bolognese.   (p.f.)

Tutti in divisa: divisa per tutti.

Sull'onda dell'entusiasmo della grande manifestazione per l'inaugurazione del monumento fu proposto di dotare della divisa di Balilla e di Piccole Italiane gli alunni e le alunne dalla classe seconda alla classe quinta elementare, e della divisa di avanguardista i giovani dai 14 ai 16 anni.

Per comprendere il clima di quell'epoca è interessante leggere la motivazione adottata per giustificare la spesa a carico del Comune: " II podestà, premesso che i più alti destini della patria non sono più né un sogno né un'utopia ma una palpitante realtà, oggi che ogni bimbo d'Italia rispecchia nel suo sguardo tutta la fede della Patria santificata dall'eroismo dei suoi padri, delibera di approvare la spesa di L. 9349.8 per l'acquisto di divise (ACT, Delibere del podestà, 26. IX. 1928). Due anni dopo venne deliberato un contributo di lire 800 per la "vestizione del primo nucleo dei giovani fascisti di Trevenzuolo" che contava 45 iscritti (Ivi, 21. III. 1931).

Anche le "massaie rurali" avevano un loro segno distintivo: un fazzoletto al collo mentre l'orbace era privilegio dei gerarchi.

Il comune, in occasione del XX° dell' avvento del Fascismo, concorse con lire 500 per l'acquisto di divise necessarie per l'adunata a Roma alla quale partecipò il gruppo locale degli Squadristi del Partito Nazionale Fascista (Ivi, 22 .III. 1939).

Un contributo, sia pure modesto, fu deliberato anche per la sezione Calcio di Trevenzuolo che nel 1930 doveva partecipare alla coppa Barone Franchetti da disputarsi a Canedole mantovano e c'era bisogno della quota d'iscrizione e delle divise. Ecco la motivazione che giustificava politicamente la concessione: "Questa sezione calcistica, per la sua fedeltà al Regime, per la sua attività e amore allo sport, corrisponde perfettamente alle direttive del Regime e del Governo" (Ivi, 16.VIII.1930). (p.f.)

 
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Capitolo 31

LASCITI

 

Con testamento dell'8 luglio 1878, Carlo Mendini, possidente con residenza a Trevenzuolo, lasciava alla locale Congregazione di Carità 37 campi in diversi corpi con casa padronale nella corte del Muraron, stalle e case per i lavorenti.

Dovevano essere dati in affitto ed il ricavato doveva essere impiegato nella distribuzione settimanale di farina gialla ai poveri del comune e nella celebrazione di un officio funebre annuo a favore del defunto con l'intervento di 6 sacerdoti.

La clausola che vietava la vendita di detti campi venne rispettata fino all'emanazione del decreto presidenziale n. 616 del 24 luglio 1977 che trasferiva ai comuni tutti i beni già degli Enti Comunali Assistenza.

Una porzione dei terreni del lascito Mendini fu allora utilizzato per la costruzione delle Case popolari di via De Gasperi, un'altra parte fu ceduta a prezzo di favore a ditte artigiane nella località S.Pierino ed, in fine, l'area della corte padronale venne lottizzata per gli edifici, e la piazza che prese il nome dallo stesso benefattore.

Una soluzione certamente molto lontana dalle intenzioni che le condizioni socio-economiche di cento anni prima avevano suggerito al munifico Mendini. Resta comunque il fatto che della sua generosità la comunità di Trevenzuolo ha largamente beneficiato, prima con le elargizioni di polenta, con i "buoni" per latte e carne, e recentemente con aree a prezzi "stracciati" per favorire l'edilizia popolare e le attività artigianali.

A data ancora precedente, rispetto al testamento di Carlo Mendini, risale il "pio legato" di don Antonio Fantini. Costui testando il 25 febbraio 1834 destinava i suoi beni a formare un livello di lire 155:56 annue con le quali provvedere alla dote di alcune nubende fra le giovani del paese.

Il legato Fantini, che come altri venne poi assorbito dalla Congregazione di Carità, servì nel corso dell' '800, soprattutto per fornire gratuitamente le medicine agli abitanti del paese in condizione di miserabilità. Condizione che veniva garantita, come dimostrano molte ricette conservate nei fascicoli dei consuntivi del Comune, dalla firma del parroco pro tempore di Fagnano posta sotto quella del medico.

Ultimo in ordine di tempo, ma non certo di importanza, è il lascito di Almira Elvira Antonietti ved. Bertoli. Testando il 24 febbraio 1930 essa lasciava i suoi fondi in Trevenzuolo e Nogarole all'Istituto Salesiano per le Missioni di Torino, con l'obbligo di istituire su detti fondi una Scuola agraria e di erigere entro tre anni dalla sua morte una Casa di Riposo per i vecchi inabili al lavoro dei comuni di Trevenzuolo, Nogarole ed Erbè.

L'Istituto Salesiano accettò l'eredità a condizione che i suddetti comuni costruissero e facessero funzionare la Casa di Riposo, sui 5 campi indicati nel testamento. Per parte sua si obbligava ad impiantare, alla scadenza dell'affittanza del fondo, la Scuola agraria, ed a versare ai tre comuni la somma di 200.000 lire ed un capitale fruttifero di 10.000 lire annue.

Il comune di Trevenzuolo, ritenendo le offerte dell'Istituto bastevoli per la costruzione ed il funzionamento della Casa di Riposo, il 24 gennaio 1931 deliberò, in concorso con i comuni di Nogarole ed Erbè, di sostituire l'Istituto nella parte relativa alla costruzione e gestione della Casa di Riposo.

Nel 1932 fu stipulato a Torino l'atto definitivo di acccttazione del legato e l'anno successivo venne eretto in Ente morale il legato Bertoli con sede in Trevenzuolo.

In attesa degli inizi dei lavori fu chiesta l'autorizzazione ad investire le 200.000 lire in Buoni del Tesoro. L'incarico di redigere il progetto dell'edifìcio venne dato agli ingegneri Polettini, Foggini e Pedrotti, mentre i lavori di costruzione furono assunti dalla ditta Mario.Baciga di Povegliano (ACT, Delibere del podestà, 24 gennaio 1931).

L'opera, che complessivamente venne a costare 281.000 lire, fu inaugurata sul finire del 1935.

Accanto a quelli sopra ricordati meritano di essere menzionati altri due benefattori: Bartolomeo Ziminiani di Fagnano, che nel 1687 lasciò un legato con i proventi del quale si doveva distribuire pane ai poveri ogni Venerdì Santo, e Pietro Travagini di Trevenzuolo, che nel 1848 lasciò un legato per elemosine ai poveri ed una casa a S. Pierino per la parrocchia. Ambedue questi legati erano amministrati dal parroco.   (p.f.)

 
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Capitolo 32

LA LIBERAZIONE E LA RICOSTRUZIONE

 

II giorno della Liberazione, la sera del 25 Aprile 1945, il Comitato comunale di Liberazione Nazionale si insediò nel municipio. Era formato da Cailotto Giuseppe e Cailotto Giovanni, Bertaglia Giuseppe, Faccioli Umberto, Cristofoli Agostino, Rossignoli Giacinto e Rossignoli Luigi.

Dopo vent’anni di reggenza podestarile riappariva la figura del sindaco, eletto provvisoriamente nella persona di Giuseppe Cailotto e del vice-sindaco Germano Lippa.

Il prezzo pagato dal paese in termini di morti e dispersi nell'intero periodo della guerra risultò pesante. Trentacinque persone, di cui si riportano i nomi, non fecero più ritorno: Artioli Sabino, Baroni Ugo, Bissoli Nello. Bottoni Sergio, Casarotti Luigi, Gabrielli Vittorio, Lorenzi Nello, Luise Umberto, Milioni Luigi, Meneghelli Nello, Migliorini Rino, Persi Lino, Sesini Ugo, Sartori Elio, Bosco Vladimiro, Baldani Guerra Luigi, Bottazzini Severino, Canoso Vittorio, Castellini Arturo, Ferrari Omero, Gazzani Radames, Lorenzi Nello e Virgilio, Lorenzetti Celestino, Meneghelli Marino, Meneghelli Nereo, Nastasio Dante, Nastasio Remo, Rizzi Luigi, Roveda Alessandro, Signorini Zefferino, Squassabia Romualdo, Stella Quirino, Tondelli Aldo, Tosato Giuseppe.

La prima preoccupazione del Comitato fu quella di gestire il trapasso dei poteri evitando giustizie sommarie o vendette arbitrarie.

Il corpo armato dei "Volontari della Libertà", agli ordini del commissario di polizia Giuseppe Bertaglia, venne incaricato di farsi consegnare le armi da chiunque ne detenesse. Per gli inadempienti la legge militare prevedeva la pena di morte.

II Comitato si definì l'unico garante dell'ordine pubblico, responsabile dei contatti  con le Autorità militari Alleate e autorizzato a provvedere a tutte le necessità della popolazione nelle difficili contingenze. Sarebbe rimasto in carica per il più breve tempo possibile, per preparare regolari elezioni democratiche (ACT Verbale delibera n. 1 del CLN di Trevenzuolo - 25 aprile 1945).

Le elezioni amministrative si tennero l'anno successivo; vinsero i socialisti e fu eletto sindaco il dr. Giuseppe Tapparini.

Dopo qualche tempo si dimise e gli succedette Giovanni Reggiani di Roncolevà.

Nel 1948 la vittoria andò invece alla Democrazia Cristiana e fu eletto sindaco il prof. Luigi Rossignoli. A lui si devono significative iniziative soprattutto nell'ambito dell'edilizia scolastica e nella promozione sociale della popolazione.  (p.f.)

 

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Capitolo 33

MEMORIA STORICA

 

Le grandi corti del comune (già protagoniste di tanta storia narrata in queste pagine) fin dai primi anni successivi alla liberazione della primavera 1945, non furono in grado di assicurare la piena occupazione alle centinaia di braccianti che le affollavano.

Allora, come avvenne in altri paesi della Bassa Veronese, ma nel comune di Trevenzuolo in maniera più accentuata, i braccianti, per affrancarsi da condizioni di miseria, abbandonarono il paese e si riversarono con le loro famiglie nei centri industriali di Verona, Torino, Milano e Legnano.

L'esodo, in analogia ciclica con quello di fine '800 verso il Brasile, interessò quasi il 30% dell'intera popolazione.

Depauperato di un patrimonio umano depositario di una civiltà contadina impastata di tanta miseria e anche di molti valori, il paese perdette abbastanza rapidamente la sua antica connotazione.

La terra, la campagna non costituivano più l'unico riferimento del lavoro e del reddito. Cominciò a fiorire un'economia più articolata grazie all’artigianato, all'industria, all'ortofrutticoltura, al terziario.

Sul territorio ulteriori opportunità di sviluppo. È auspicabile che a questa rinascita economica si accompagni una crescita civile e culturale e tra i valori si coltivi anche quello della memoria storica.

Il sapere storico, anche se relativo a un piccolo paese come il comune di Trevenzuolo, aiuta a comprendere meglio la propria identità perché reintegra nel "tempo" riconoscendo la propria eredità nella catena delle generazioni.

È importante sapere dove affondano le proprie radici per orientare il futuro della propria terra e del proprio paese.   (p.f.)

 

 

Con questo capitolo si chiude la gloriosa storia di Fagnano. Ringrazio Agostino Migliorini che con pazienza ha elaborato e sintetizzato i capitoli per permettermi di adattarli a queste pagine on line. Tratti dal libro  ("Trevenzuolo" origini e vicende di una comunità) a cura di  Bruno Chiappa e Pasquale Ferrarini.